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L'unicorno dei Savoia







Il corno del liocorno o dell’unicorno era un talismano particolarmente ambito dagli esponenti delle dinastie regnanti e dai rappresentanti delle classi dirigenti che erano disposti a sborsare ingenti somme di denaro per impadronirsi di questo oggetto mitizzato per le sue virtù taumaturgiche (tanto che si coniò il detto “tanto oro, tanto alicorno” dove per alicorno s’intendeva la protuberanza ossea del liocorno). I potenti e i ricchi dell’epoca medievale erano motivati all’acquisto dell’alicorno dalla prospettiva di avvalersi del potere, che gli era attribuito da una credenza derivata da tradizioni culturali greco-indiane e dalla lettura di passi biblici, di contrastare gli effetti dell’avvelenamento, pratica diffusa nel Medioevo quale metodo sbrigativo di perseguimento dei propri interessi in ambito politico, come attestato dai numerosi casi di morti celebri che hanno dato adito ad una vasta letteratura a tinte “gialle”. A Bisanzio, capitale che ebbe rapporti intensi anche con il Piemonte, si praticava il taglio del naso, la castrazione o l’accecamento come metodi per l’eliminazione degli avversari dalla contesa per il titolo imperiale. L’integrità fisica del candidato era difatti contemplata come requisito vincolante per la successione al trono e di conseguenza qualsiasi atto che la compromettesse, come il taglio del naso, impediva giuridicamente al potenziale concorrente di accampare pretese successorie. I sultani dell’Impero ottomano, allo scopo di assicurare la regolarità della successione, introdussero la prassi della sistematica uccisione di tutti i fratelli di colui che era stato prescelto come erede al trono. Subito dopo la nomina del nuovo sultano e per consolidarne il potere, i fratelli venivano strangolati, di norma da un eunuco di corte debitamente istruito che allo scopo adoperava una corda di seta affinché neanche una goccia di sangue reale cadesse a terra. Da questi metodi brutali si passò all’uso del veleno, meno cruento ma più subdolo, che doveva ingenerare un tale terrore nelle classi detentrici del potere nel Medioevo da indurre monarchi e feudatari ad accettare le esose richieste dei mercanti di talismani e antidoti anti- veleno pur di annoverare nei loro “tesori” il corno del liocorno. Il sospetto dell’avvelenamento affiora qua e là anche nella storia sabauda come nel caso della morte di Amedeo VII, il Conte Rosso, sopraggiunta nella notte tra l’1 ed il 2 novembre 1391 nel trecentesco castello di Ripaille in Savoia a quindici giorni di distanza da una ferita alla tibia che s’era procurato cadendo da cavallo durante una partita di caccia al cinghiale. La matassa delle circostanze che precedettero e accompagnarono la morte del Conte Rosso non è agevole da dipanare e lascia campo libero alla contesa tra i sostenitori dell’interpretazione “ufficiale”, che la imputa ad un’infezione tetanica non riconosciuta dai medici di corte che non disponevano delle conoscenze necessarie per accertarne i sintomi e imbastire una terapia efficace, ed i fautori del complotto ordito ai danni del conte o dalla madre Bona di Borbone (che assunse la reggenza della contea in attesa che il nipote Amedeo VIII raggiungesse la maggiore età e tratteggiata invece dalle fonti come madre devota) o dalla moglie Bona di Berry indispettita dalle relazioni extraconiugali del conte. Essi esplorano i fatti alla ricerca di qualche indizio che avvalori l’ipotesi dell’avvelenamento che era già stata prospettata subito dopo la morte del conte come conseguenza di una serie di circostanze sospette: dal colore illividito e paonazzo del cadavere, sintomo evidente di intossicazione da veleno secondo la scienza medica del tempo, alle parole di accusa mormorate dal conte in punto di morte. Venne anche celebrato un processo nel 1393 contro l’apotecario e speziale di corte Pierre de Lompnes, persona di fiducia di Bona di Borbone, che venne dapprima condannato a morte per decapitazione e squartamento e poi riabilitato qualche tempo dopo l’esecuzione della sentenza capitale. Il castello accusatorio coinvolse anche un medico itinerante d’origine boema o forse africana, tale Giovanni de Grandville, che era stato convocato alla corte sabauda per sottoporre a cure riabilitative il Conte Rosso il cui stato di salute era stato compromesso dai postumi d’un incidente di caccia occorso nei pressi di Ivrea. Il conte avanzò anche altre richieste al medico: gli domandò di praticargli una cura che contrastasse la calvizie incipiente e di somministrargli qualche preparato che rinvigorisse la sua capacità di generare. Il de Grandville curò la ferita del conte dopo la caduta da cavallo perseverando anche nell’applicazione della cura anti-calvizie che consisteva nell’apposizione sul cuoio capelluto di impacchi a base di svariate sostanze (come l’assafetida) che si dimostrarono talmente dolorosi da determinare l’arrossamento della testa del conte. Tali circostanze alimentarono il sospetto che qualcuno, l’apotecario di corte o lo stesso medico boemo, avesse aggiunto del veleno alle lozioni somministrate al conte potendo poi agevolmente imputare gli effetti letali della pozione alle complicanze della ferita e all’imprevedibile aggravamento dello stato di salute di Amedeo VII. Qui s’inserisce l’intervento di Bona di Borbone. Avendo notato la tumefazione delle mani del medico Giovanni de Cheyne, che aveva cosparso il corpo del conte con olio di giglio e cannella con funzione lenitiva, Bona di Borbone tracciò il segno della croce sul palmo delle mani arrossate del chirurgo adoperando un anello di corno di unicorno. Le fonti documentano la scomparsa repentina del sintomo ed evidenziano i sospetti ingenerati dall’episodio che indusse la grande contesse ad ordinare che si somministrasse al figlio l’efficace antidoto anti-veleno ricavato dal corno del possente animale. Mescolò al vino bianco una certa dose di polvere ottenuta dallo sfregamento dell’alicorno e fece servire al conte ormai costretto a letto la pozione così ottenuta in una coppa d’argento. Amedeo, che aveva le mascelle serrate e la lingua gonfia e ricoperta di vescicole biancastre, non riuscì nemmeno ad ingerire la bevanda e, di lì a poco, spirò. Il caso del conte rosso evoca la consuetudine invalsa nel medioevo e “legittimata” dai rimedi prescritti dai farmacisti di somministrare la polvere di alicorno per sfruttare le potenti proprietà taumaturgiche anti-veleno attribuite al corno stesso. Le fonti documentano anche la pratica di intingere la punta del corno nell’acqua per tramutarla in bevanda purificante. L’unicorno è un animale descritto nei Bestiari medievali (lo cita anche Isidoro di Siviglia nelle sue Etymologiae) che ne riportano le caratteristiche estetiche come se fosse reale e non una proiezione della fantasia alimentata dalle leggende. Per l’uomo medievale, infatti, ciò che è vero non è necessariamente ciò che è reale e questa discrepanza è una delle ragioni che giustificano l’enorme importanza attribuita al simbolo che rimanda a dimensioni ultraterrene e che è per sua natura duplice (l’unicorno è segno di Cristo, e da questo trae la sua verità a prescindere dalla sua reale esistenza, ma per altre fonti e’ anche essere indomito e quasi diabolico). La credenza nella reale esistenza del liocorno sarà tramandata dai Bestiari ai trattati di sistemica naturalistica e di zoologia che lo descriveranno come un grande cavallo bianco dal possente corno a tourchon o torciglione in mezzo alla fronte sino alla presa di posizione ufficiale del barone Georges Cuvier che nel 1827 dimostrò razionalmente il suo carattere di creatura fantastica. Il convincimento circa la reale esistenza del liocorno con le sue proprietà anti- veleno discende dalla fusione di due tradizioni. La tradizione indiana mediata verso l’occidente dalla cultura greca è stata raccolta dal medico e viaggiatore greco Ctesia di Cnido al servizio dell’imperatore persiano Artaserse II (V-IV sec. a.C.) che descrive il “monokeros” (unicorno in greco) dell’India come un asino selvatico bianco grande come un cavallo, dalla testa rossa e gli occhi blu con un corno che sporge di almeno un piede e mezzo dalla fronte. I principi indiani solevano assumere acqua o altra bevanda usando coppe fabbricate con il corno dell’animale in quanto attribuivano a questa pratica un’efficacia preventiva o di contrasto all’azione del veleno, ingerito prima o dopo. L’immagine greco-indiana dell’unicorno mescolava caratteristiche proprie di animali diversi tra loro ma accomunati dall’essere provvisti di un unico corno quali l’orice (una specie di antilope diffusa in Africa e Arabia), l’antilope tibetana o il rinoceronte (confuso da Marco Polo con l’unicorno tanto che il viaggiatore lo descrisse come “molto laida bestia” in netto contrasto con l’immaginario occidentale che se lo raffigurava selvaggio e indomito ma gradevole d’aspetto – per questa ragione, l’affermazione di Marco Polo non fu giudicata degna di credito). La descrizione di Ctesia fu ritenuta talmente credibile da essere ripresa come veritiera da Aristotele, Plinio il Vecchio che cataloga l’unicorno tra le “meraviglie dell’India” (prototipo dell’esotismo) e Cesare sino ai Bestiari che tramandano all’uomo medioevale la credenza nella natura talismanica e anti-veleno del corno (affine alle proprietà taumaturgiche attribuite ancora oggi al corno di rinoceronte). L’unicorno orientale è generalmente descritto come selvaggio e a tratti feroce. La seconda tradizione è quella che poggia sull’interpretazione di alcuni passi della Bibbia che menzionano per nove volte un animale dall’incerta natura chiamato “re’em” (forse una specie di bufalo selvatico). La versione greca della Bibbia detta dei “Settanta” identifica erroneamente il “re’em” biblico con l’unicorno attivando il processo di appropriazione cristiana di questa creatura fantastica elevata a simbolo sia cristologico sia mariano ma che mantiene tuttavia, in sintonia con la natura doppia del simbolo, anche una valenza negativa trasmessagli dal suo carattere indomito e quindi diabolico (San Basilio), talmente selvaggio da poter essere catturato soltanto adoperando come esca una vergine. L’unicorno diventa segno di Cristo e quindi animale partecipe della realtà divina, per questo scolpito sui capitelli delle chiese romaniche e gotiche. La natura cristica dell’unicorno (emblema dell’Unigenito) traspare anche dalla leggenda diffusa nel Medioevo che riserva il potere di ammansire l’indomito liocorno alle fanciulle vergini (emblema della purezza mariana) che con il semplice sguardo inducono la bestia regale a deporre il corno ai propri piedi, ad accucciarsi sul proprio grembo e a perdere la proverbiale e selvaggia potenza permettendo al cacciatore (lo Spirito Santo) di catturarlo. Da questa allegoria dell’Immacolata Concezione si radica la credenza nelle virtù terapeutiche anti-veleno del corno, che sono la proiezione della missione salvifica dell’umanità svolta da Cristo. Così come Cristo si è sacrificato per salvare l’umanità, anche l’unicorno è destinato a morte certa dopo la cattura e l’estrazione del corno ad opera del cacciatore. L’immaginario medievale si concentra soprattutto sulle proprietà magiche del corno, stimolato dall’altra leggenda che narra di come l’unicorno purifichi l’acqua ammorbata dal veleno con la semplice immersione del corno stesso permettendo agli animali della foresta, consapevoli del potere dell’unicorno, di abbeverarsi. Questi racconti, oltre ad alimentare il simbolismo cristiano e ad intrecciare la tradizione esotica con quella occidentale, sono alla base della spasmodica ricerca da parte dei ricchi uomini del medioevo della preziosa reliquia che mescolava sfera sacra a credenze magiche. Anche i Savoia s’erano appropriati d’uno di questi corni miracolosi, acquistandolo da qualche mercante, ma da quale animale era effettivamente ricavato il talismano osseo? Nella maggioranza dei casi si trattava di denti di narvalo, cetaceo marino provvisto di un dente a spirale lungo sino a tre metri, di corna di orice (specie di antilope africana o arabica), di zanne fossili di mammut dissepolte (Scandinavia) o di falsi costruiti assemblando frammenti ossei tratti da animali diversi. Sembra accertato dalle fonti che il corno acquistato dai Savoia e vanamente utilizzato da Bona di Borbone per curare il Conte Rosso sia stato conservato a Torino almeno sino al 1536 quando il conte Carlo Condè di Brissac alla testa delle sue truppe ordinò il saccheggio della città piemontese, non ancora elevata a capitale ma già centro principale dello Stato, trafugando anche il raro talismano. L’impatto della perdita fu tale che tra i cortigiani vi fu chi imputò alla sottrazione furtiva del corno e al dissolvimento dell’aura positiva che stendeva sulla dinastia sabauda la morte prematura del figlio primogenito di Vittorio Amedeo I e di Cristina di Francia, avvenuta al Castello del Valentino nel 1638 durante gli anni della reggenza materna. Il piccolo, di nome Francesco Giacinto, lasciò questa terra ad appena sei anni permettendo la successione al trono del fratello Carlo Emanuele II.
Paolo Barosso


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