TorinoCuriosa - Curiosità Torino e Provincia

foto gallery


Il misterioso anello di San Maurizio







L'anello di San Maurizio è indicato dalla tradizione sabauda come depositario di poteri taumaturgici derivanti dalla lunga permanenza dell’oggetto a contatto con le ossa del comandante tebeo martirizzato presso Agaunum e sepolto in questa località del Vallese svizzero nella quale fu fondato nel 515 d.C. il complesso abbaziale dedicato proprio alla memoria del santo (l’attuale Saint- Maurice, presso Martigny); a parlarne è Antonio Gallenga, nella sua “Storia del Piemonte” (1856), che ne documenta il trasferimento ai Savoia. L’anello appartenuto al martire tebeo, raffigurato nell’iconografia occidentale come un uomo dalla pelle bianca sino alla metà del Duecento e successivamente come un moro, quale riconoscimento delle sue origini nordafricane o nubiane (è attestata dai papiri la diffusione del nome “Maurikios” in area copta egiziana), venne consegnato dall’abate Rudolfo al conte di Savoia Pietro II, detto il Piccolo Carlomagno, probabilmente alla metà del XIII secolo e a seguito dell’estensione dell’influenza sabauda sul Vallese occidentale. L’abate, volendo evitare che la reliquia cadesse in mani estranee alla dinastia, subordinò la consegna dell’anello alla promessa, contratta dal Conte, di trasmetterne il possesso di padre in figlio e di non cederne mai la proprietà a terzi. L’anello, decorato da un ovale in agata che riportava l’effige di un cavaliere armato, acquisì un tale prestigio da essere elevato a simbolo d’investitura della dinastia sabauda che aveva assorbito il culto tributato al comandante della legione Tebea nel proprio “olimpo” religioso, riconoscendogli la posizione di patrono della casata e delle terre da essa governate. L’abbazia di San Maurizio, eretta come santuario per custodire e perpetuare la memoria del martire tebeo, ha conservato per secoli il corpo del santo il cui ruolo di comandante militare della legione Tebea martirizzato alla fine del III secolo è comprovata da fonti autorevoli ma anche contestata da recenti ricerche storiografiche. La cronaca redatta nel IV secolo dal vescovo di Lione Eucherio (Passio Acaunensium martyrum), che si fondava sulle testimonianze dei vescovi di Sion e Ginevra (proprio l’autenticità di queste testimonianze è contestata), indica in San Maurizio il comandante di un reparto militare romano trasferito per decisione dell’imperatore Diocleziano (286 d.C.) dalla regione di Tebe (Egitto) all’area della Gallia Transalpina per rafforzare la linea di difesa approntata da Massimiano, che controllava le province galliche, per contenere le sommosse che stavano dilagando tra le popolazioni locali. Questa divisione militare è tradizionalmente identificata con il termine di “legione Tebea” e si fregia del titolo onorifico di Angelica Legio, in memoria del martirio riservato alla maggioranza dei soldati cristiani che la componevano, e sarebbe stata costituita quindi da circa 5000 unità, ma questo dato è confutato da altri che ne riconducono invece la struttura a quella numericamente più modesta della vexillatio, distaccamento della legione che contava, prima della riforma di Diocleziano, 1000 soldati e/o 500 cavalieri. Posti di fronte al dilemma della scelta tra il rispetto della legge di Dio e l’obbedienza che, in qualità di soldati, dovevano agli ordini imperiali che imponevano comportamenti incompatibili, per la loro efferatezza, con i precetti evangelici o che prescrivevano di compiere sacrifici rituali in onore della figura divinizzata dell’imperatore, i soldati tebei scelsero la coerenza con la fede cristiana abbandonando il servizio militare e accettando il rischio concreto della morte per mano dei nemici del loro credo. Cercarono rifugio nelle regioni più remote dell’Occidente, andando incontro al martirio, spesso imputato dai racconti tramandati dalla tradizione più alla foga vendicativa delle popolazioni locali, accecate dalla devozione verso gli idola pagani e ostili alla nuova religione, che non a vere e proprie azioni persecutorie messe in atto dalle autorità. Molti di questi soldati, sacrificando se stessi in nome della propria fede religiosa, contribuirono a mitizzare la legione Tebea trasformandola in una vera e propria fonte di comportamenti giudicati come esemplari e acclamati dalla popolazione quali testimonianze concrete di santità alle quali ha ampiamente attinto la tradizione cultuale dell’Occidente, dalla Germania, ove si contano 152 martiri tebei canonizzati, al Piemonte, che ne vanta 58 (le cifre indicate dalla tradizione, che giunge a conteggiare più di 6000 martiri tebei, paiono più simboliche che reali). L’abbazia di San Maurizio, fondata dal primo re cattolico dei Burgundi Sigismondo che intendeva destinarla a luogo d’incoronazione dei sovrani della dinastia e sepolcreto reale, si trasformò nel centro di irradiazione del culto tributato al comandante della legione Tebea che si propagò tanto rapidamente da provocare la proclamazione di San Maurizio quale patrono del Sacro Romano Impero. Con l’estensione del dominio sabaudo sul Vallese occidentale, i Savoia ereditarono dai sovrani burgundi la devozione verso San Maurizio inserendo stabilmente il martire tebeo nel proprio patrimonio di devozioni dinastiche la cui costituzione, doverosa per qualsiasi dinastia che coltivasse ambizioni egemoniche, era strumentale sia all’accrescimento del proprio prestigio al cospetto delle signorie concorrenti sia alla costruzione di un solido basamento ideologico e religioso a legittimazione del proprio potere. Con l’investitura di San Maurizio al rango di patrono della dinastia e protettore dell’ordine cavalleresco dei Santi Maurizio e Lazzaro, “rifondato” nel 1572 per volere di Emanuele Filiberto recuperando la struttura di ordini preesistenti, i Savoia eseguirono un’operazione ideologica che comportava, da un lato, l’istituzionalizzazione del comandante tebeo come cardine della geografia celeste sabauda e, dall’altro lato, l’estensione del culto mauriziano alle terre di nuova acquisizione affinché meglio si riconoscessero nella dinastia accettandone il potere e identificandosi negli stessi segni verso i quali era indirizzata la devozione sabauda. Con la “consacrazione” di Torino a capitale degli stati sabaudi nel 1563, il sistema cultuale costruito dai Savoia come fondamento religioso ed ideologico del proprio potere venne assorbito anche dalla città piemontese sovrapponendosi alle forme di devozione che già appartenevano alla storia comunale. Queste premesse rischiarano i motivi della decisione assunta da Emanuele Filiberto nel 1591 di trasferire nel Duomo torinese le spoglie del martire tebeo, sradicandole dalla propria naturale collocazione a Saint-Maurice e strappandole ad un santuario che s’era intanto trasformato in vero e proprio avamposto della cattolicità al confine con le terre che subivano l’influenza della predicazione calvinista concentrata a Ginevra. Il prestigio d’una dinastia, nel Seicento, si misurava anche sulla base della quantità e della qualità delle reliquie di cui essa disponeva nel proprio “tesoro”: questo rapporto spiega sia la vivacità del mercato delle reliquie sia i loro trasferimenti da un luogo all’altro a seconda dello spostamento del centro del potere sabaudo o per esigenze di protezione. I due elementi che distinguevano il patrimonio reliquiario dei Savoia da quello delle altre dinastie, la Sacra Sindone che avvolse il corpo di Cristo e le ossa di San Maurizio, furono dunque trasferiti rispettivamente da Chambery e dal Vallese a Torino quale dimostrazione del rapporto direttamente proporzionale che sussisteva tra il prestigio d’una dinastia, che ambiva tra l’altro a fregiarsi del titolo regio, e la qualità delle reliquie possedute. L’anello del Santo, ceduto attorno al 1250 ai Savoia, entrò anch’esso nel repertorio emblematico della dinastia venendo elevato a simbolo d’investitura ed elemento di caratterizzazione delle cerimonie d’incoronazione dei vari esponenti della Casata che erano soliti portarlo al dito. L’inestricabile intreccio tra la sfera della magia e quella religiosa può chiarificare le ragioni più profonde che condussero a riconoscere all’anello di San Maurizio proprietà taumaturgiche che si estrinsecavano, in special modo, nel potere di vanificare l’effetto letale dei veleni. I Savoia solevano portare con sé, come attestato dalle fonti, diversi contenitori riempiti con l’acqua nella quale l’anello era stato immerso e fatto bollire. Si credeva, infatti, che le proprietà magiche dell’anello si trasmettessero all’acqua durante la bollitura permettendo quindi ai Savoia di beneficiarne tramite la somministrazione di questa bevanda “magica”. Sembra, infatti, che Amedeo VI, il Conte Verde, essendosi accorto della gravità dei sintomi da avvelenamento accusati dai comandanti del suo esercito accampato nei pressi di Milano, probabilmente dovuti alla trama omicida ordita dal Visconti, avesse ordinato la somministrazione di alcune dosi di quest’acqua “benedetta” ai malcapitati. Chi bevve di quell’acqua si salvò, gli altri perirono. Amedeo VIII, percependo la necessità di “sentire” su di sé la protezione mauriziana, portava sempre al collo una teca contenente frammenti ossei del martire tebeo, confidando nel potere apotropaico di quel talismano. Dell’anello di San Maurizio si persero le tracce ma le fonti sembrano stranamente non concordare sulla collocazione cronologica delle circostanze che determinarono la perdita del talismano: il Gallenga, citando gli “Studi storici” del Cibrario, imputa la dispersione dell’anello al trambusto creato dall’occupazione napoleonica del Piemonte (1796) mentre altri studiosi riconducono le cause della sottrazione furtiva dell’amuleto al saccheggio portato a Torino dalle truppe francesi comandate dal conte Carlo Condé de Brissac nel 1536. La credenza nelle proprietà taumaturgiche dell’anello di San Maurizio non costituiva affatto una superstizione isolata ma si inseriva in quel contesto di misticismo regale che rendeva il monarca, al cospetto del popolo, depositario di poteri soprannaturali direttamente derivanti dalla natura divina dell’investitura. Il Re di Francia era creduto capace, per mezzo del semplice “tocco” regale, di operare guarigioni miracolose a vantaggio degli scrofolosi (affetti da adenite tubercolare), mentre il Re d’Inghilterra soleva omaggiare i componenti del suo entourage con i cosiddetti “cramp-rings”, anelli di ferro o d’oro che, secondo secolare credenza, detenevano il potere di eliminare i crampi muscolari e di alleviare la sintomatologia di malattie considerate socialmente degradanti in quanto correlate alla natura demoniaca come l’epilessia. Questi anelli assumevano proprietà taumaturgiche dopo essere stati sottoposti ad un cerimoniale mistico di benedizione che variava da regione a regione ma che affondava le proprie origini nel leggendario avvento sulle isole britanniche di Giuseppe d’Arimatea, approdatovi per predicare la parola di Cristo e indicato come colui che introdusse l’usanza di benedire anelli trasmettendo loro poteri miracolosi. Presso l’Armeria Reale di Torino, infine, è conservata anche la spada detta di San Maurizio, decorata con gli emblemi tipici della tradizione mauriziana e corredata di custodia in cuoio e fodero in pergamena. L’arma, in realtà, risale al XIII secolo e, pur non essendo riconducibile al martire tebeo, è una testimonianza della venerazione tributata dai nobili sabaudi a San Maurizio, come confermato dalla scritta impressa sulla superficie della spada ad invocazione perpetua della protezione del martire sul suo possessore.


Fonte: Massimo Centini, MAGIA A CORTE, Esoterismo e superstizioni del periodo sabaudo, Daniela Piazza Editore, maggio 2002, Torino

CURIOSITA' TORINO

ATTIVITA' A TORINO


Cerchi un'
AGENZIA PUBBLICITARIA
a Torino?
Scopri Moksilla, realizzazione siti internet Torino, Grafica e Web Marketing.



Cerchi uno
STUDIO DI DOPPIAGGIO a Torino?
Scopri il TEATR8! Corsi di dizione, fonetica e produzione di spettacoli teatrali.







mappa

Come arrivare
Zone Extra


una tira l'altra

Il Duomo

Tutte le curiosità di Torino e Provincia



(c)TorinoCuriosa 2006. E' vietata la riproduzione, anche parziale, del materiale presentato.