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La croce di fuoco sul Musine'







Tra le battaglie che si sono svolte in Piemonte e che influirono in misura determinante sulla fisionomia dell’Occidente cristiano, si distingue lo scontro militare che oppose, nel settembre del 311 d.C., le truppe di Massenzio alle legioni di Costantino il Grande. L’evento bellico, la cui rilevanza storica è dimostrata dagli effetti politico-religiosi che ne derivarono, è rimasto impresso nella memoria leggendaria in ragione del fatto soprannaturale o miracoloso che precedette la consumazione della battaglia. Costantino, calato dalla Britannia alla testa delle sue legioni per cancellare la resistenza di Massenzio che minacciava di ostacolare la completa affermazione della propria autorità imperiale, discese in area piemontese valicando il Colle di “ad Matronas” o “Summas Alpes” (attuale Monginevro) e, successivamente alla traversata alpina, seguì la strada delle Gallie giungendo in prossimità delle “Clusae Langobardorum”. Le cosiddette Chiuse valsusine rappresentano una sorta di strettoia naturale della valle che rivestì sin dall’epoca celtica un’importanza fondamentale sia come frontiera politica, amministrativa e doganale sia come linea di difesa. Proprio in corrispondenza delle Chiuse, a poca distanza dalla linea di demarcazione che separava il territorio dei Taurini da quello soggetto alle tribù alpine di Re Cozio, i Romani avevano insediato la barriera doganale (mansio ad fines) deputata alla riscossione della Quadragesima Galliarum, il dazio che gravava, nella misura della quarantesima parte del loro valore, sulle merci che transitavano verso la Gallia Transalpina. I ritrovamenti effettuati nel 1868 rivelano che la postazione era stata collocata dai Romani presso la regione Malano (Avigliana) ed è quindi probabile, stando alle conclusioni di alcuni storici, che questa barriera doganale precedesse di qualche miglio romano l’attraversamento del confine “politico” che toccava il misterioso villaggio celtico di Ocelum (tra Caprie e Novaretto). Questo è lo scenario “naturale” nel quale s’inserisce la cronaca dello scontro tra i due augusti. La battaglia, però, si innesta anche nel più vasto quadro delle lotte intestine che fecero seguito alla riorganizzazione amministrativa dell’Impero Romano imposta da Diocleziano a partire dal 286. L’imperatore illirico decise di suddividere l’Impero, per ragioni pratiche e difensive, in due parti distinte, dando corpo alla cosiddetta Diarchia e consegnando il governo della parte orientale a Massimiano, il quale stabilì la propria capitale a Nicomedia, in Bitinia. Nel 293 ai due Augusti si affiancarono due Cesari, Galerio e Costanzo Cloro, destinati a sostituire i primi in caso di morte o detronizzazione. La ripartizione puramente amministrativa dell’Impero in due parti, contrariamente a quanto normalmente si crede, non implicò mai la scissione delle province orientali da quelle occidentali provocando la formazione di due “imperi” distinti. La conservazione dell’unità formale tra la parte orientale e quella occidentale è dimostrata dal fatto che qualsiasi atto normativo di emanazione imperiale era in grado di produrre i propri effetti sull’intera superficie dell’Impero, salvo che se ne prevedesse la disapplicazione, per ragioni pratiche, in quella orientale o in quella occidentale. In seguito, il quadro istituzionale si complicò ulteriormente sino a condurre allo scoppio della contesa per il controllo del potere imperiale tra Costantino e Massenzio. Costantino, come si è rilevato, discese dal Monginevro, confermando l’importanza viaria di questo colle in età romana e seguendo probabilmente le orme di un altro condottiero, il comandante cartaginese Annibale Barca, il quale, attorno al 218 a.C., valicò il passo di Ad Matronas e attraversò la Valsusa durante il suo percorso di avvicinamento a Roma. L’esercito cartaginese era accompagnato dal mitizzato seguito di elefanti, i quali dunque calpestarono le terre valsusine. I pachidermi erano particolarmente temuti dagli avversari di Annibale per l’irruenza che manifestavano in battaglia e che veniva stimolata ad arte tramite il ricorso a crudeli stratagemmi: l’imposizione del consumo di fichi mescolati al pasto, causa scatenante di eritemi cutanei che accrescevano a dismisura l’irritabilità dell’elefante, e l’assunzione forzata di bevande alcoliche con l’effetto di eccitare ulteriormente il già irrequieto animale. Sembra che soltanto un pachiderma, dimagrito e debilitato, sia sopravvissuto alle fatiche del lungo viaggio. Dopo aver vinto le resistenze opposte a Costantino dalla città a lui nemica di Segusia (Susa), il condottiero proseguì nell’inseguimento delle truppe di Massenzio che, intanto, s’erano dirette, attraverso Ad Quintum (Collegno), verso l’attuale Torino trovando la Porta Segusina o Decumana sbarrata dalla popolazione intenzionata ad ostacolarlo. Costantino si accampò nel fondovalle, a poca distanza da quel Monte Musinè così battezzato in età medievale per l’abbondanza di asini che ne popolavano i pascoli. Proprio qui fu testimone dal fatto miracoloso che servì ad infondergli la certezza della vittoria e a sacralizzare il significato della battaglia. Sulla vetta del monte comparve improvvisamente una croce di fuoco accanto alla quale campeggiava una scritta che in latino così recitava: in hoc signo vinces (in nome di questo segno vincerai). La visione della croce, secondo una differente versione, avrebbe visitato il sonno notturno dell’imperatore senza essere dunque percepita da tutto l’esercito. In ogni modo, il prodigio fu interpretato come un “segno” mandato dal Dio cristiano a Costantino che faticava ad accettarlo anche a causa della sua giovanile infatuazione per i culti solari di matrice pagana. Il fatto miracoloso anticipava la certezza della vittoria e attribuiva all’esito positivo della battaglia il senso d’un evento che preannunciava l’affermazione del nuovo Credo, ancora perseguitato o praticato nella penombra delle chiese sotterranee. Impressionato dalla visione, Costantino decise di sostituire le aquile imperiali con la croce, imprimendo una caratterizzazione emblematica cristiana all’armatura dei propri soldati. Il giorno successivo, le legioni comandate da Costantino sconfissero duramente le truppe di Massenzio all’interno del “quadrilatero” morenico compreso tra Rosta, Rivoli, Alpignano e Caselette. Queste terre collinari che alternavano pascoli a campi coltivati, conosciute all’epoca come “Campi Taurinati” o “Taurinensi”, costituirono lo scenario nel quale ebbe luogo la battaglia tra i 100.000 uomini guidati da Massenzio ed i 40.000 di Costantino, assumendo come veri i numeri indicati dalle fonti antiche. La cavalleria pesante di Massenzio fu accerchiata e annientata dalle legioni di Costantino, che seppe sfruttare a proprio vantaggio la conformazione del luogo. Lo scontro decisivo tra i due nemici si svolse il 28 ottobre 312 nei pressi del ponte Milvio a Roma e, precisamente, nella località nota come “ad saxa rubra”. La visione di Costantino annuncia, pertanto, il passaggio definitivo dal periodo di persecuzione o di culto praticato in clandestinità da parte dei Cristiani al pieno riconoscimento della loro libertà di culto con l’Editto di Costantino del 312 d.C. e al successivo processo di “cristianizzazione” delle istituzioni imperiali. Gli storici discutono se la promulgazione dell’Editto sia stata dettata da una reale conversione dell’imperatore o se sia stata motivata dalla necessità di trovare una fonte di legittimazione al potere imperiale che sostituisse l’ormai desueta e declinante credenza nella natura divina dell’imperatore. Il capo dell’Impero era mortale, non era un dio, e di questo il popolo s’era accorto, ma l’avvento del Cristianesimo permetteva a Costantino di individuare nel Dio dei Cristiani la fonte dalla quale attingere una rinnovata legittimazione del potere imperiale. Il potere di Costantino, in buona sostanza, derivava da Dio e, pertanto, chi contravveniva alle norme poste dall’Imperatore infrangeva un ordine voluto da Dio. Costantino si proclamò “isoapostolo” e compartecipe della loro stessa natura di compagni di Cristo. Equiparandosi a questi, egli decretava la santità dell’imperatore (certificata dall’aureola dorata che nei mosaici bizantini corona il capo degli Imperatori di Bisanzio), evidenziava la derivazione divina del suo potere e si accreditava non soltanto come vertice dell’Impero ma anche come Capo della Chiesa e guida della Cristianità. Questa complessa operazione strategica che legittimava la duplice veste, civile e religiosa insieme, dell’Imperatore era stata anticipata da quella misteriosa visione della croce di fuoco che contribuì anche ad arricchire il già vasto patrimonio leggendario della terra piemontese. Sul Monte Musinè, attualmente, campeggia una monumentale Croce in calcestruzzo, posata agli albori del Novecento, che sembra perpetuare la memoria di quel remoto evento. I segni di cristianizzazione del luogo coesistono, però, con le credenze magiche, alimentate dalla natura aspra e selvaggia del Musiné, dalla sua presunta natura vulcanica ma anche dal manto vegetativo che si presenta scarno, lacerato da frane e pietraie, tanto anomalo da mostrare, come è stato scientificamente provato, elementi di somiglianza botanica con la vegetazione mediterranea che ricopre Pantelleria differenziandosi, dunque, dal contesto alpino circostante. I cosiddetti “contattisti” scorgono nel Musiné il centro di irradiazione di forti correnti elettromagnetiche, che lo renderebbero un punto di riferimento essenziale nella stesura delle carte “stellari” adoperate dagli extraterrestri per orientarsi sulla Terra, condividendo questo ruolo con analoghi punti localizzati in Tibet, sulle Ande e sull’Isola di Pasqua. Percorrendo il sentiero che collega Caselette al Santuario di Sant’Abaco, alle pendici del Monte, s’incontra un’edicola votiva caratterizzata da un affresco che raffigura San Grato immortalato nell’atto di seguire con lo sguardo un segno celeste che assomiglia ad un disco dorato. Qualcuno vi scorge la sagoma di un’astronave, trovando conforto alle proprie tesi che giungono persino a forzare la lettura cristiana della visione di Costantino, intravedendovi invece l’interferenza o la manifestazione di energie di provenienza extraterrestre.


Fonte: Massimo Centini, IL PIEMONTE DELLE ORIGINI, Newton Compton Editori, 1992, Roma

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