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L'avventurosa vita del Conte Verde







Chi non conosce il Conte Verde? La statua bronzea a lui dedicata da Pelagio Palagi nel 1853 abbellisce la settecentesca piazza disegnata dall’Alfieri per racchiudere in un abbraccio di raffinata eleganza il prospetto principale del Palazzo di Città di Torino. Lo spazio porticato antistante il Municipio veniva affettuosamente additato dal popolo torinese come “Borsa dij Busiard” forse per causa dei mercanti che vi tenevano i banchi enfatizzando le qualità della loro merce o forse per via della consuetudine di chi riveste cariche politiche a contrarre promesse che eccedono il limite della concreta realizzabilità. La piazza ed il bronzeo monumento evocano una folla di ricordi che consentono di tratteggiare la nobile figura di Amedeo VI di Savoia, detto il Conte Verde, evidenziandone le doti di statista e condottiero. A far data dal 1360, l’anno dell’approvazione da parte del Conte della raccolta di consuetudini vigenti a Torino, il vestibolo del Municipio fu deputato ad accogliere una copia della collazione normativa che venne destinata alla pubblica consultazione. L’esemplare esposto fu battezzato “Codice della Catena”, in quanto era proprio una robusta catena ad assicurare il volume ad un pilastro, o “Codice del Cavalletto”, dal sostegno che evidentemente lo sorreggeva. L’animosità bellica del Conte Verde traspare invece dalla positura della statua che lo immortala nell’atto di assestare un colpo mortale ad un guerriero disteso che presenta le sembianze di un Turco. In questo dettaglio scultoreo si riverbera il ricordo dell’eroica partecipazione di Amedeo VI alla Crociata indetta da Papa Urbano V nel 1363, in accoglimento dell’appello lanciato all’Occidente dal “Basileus” bizantino Giovanni V Paleologo. L’imperatore, benché rappresentasse il vertice della Chiesa scismatica d’Oriente, governava uno Stato percepito come un baluardo della Cristianità e che era continuamente minacciato, nella propria sopravvivenza, dalla pressione militare esercitata dai Turchi. Questi, nel 1360, avevano strappato ai Bizantini anche Adrianopoli avvicinandosi pericolosamente alla capitale. All’appello risposero Pietro di Lusignano, Re di Cipro, Giovanni II, Re di Francia, che però morì nel 1364, Amedeo VI Conte di Savoia e successivamente anche il Re d’Ungheria, Ludovico. L’appoggio papale alla richiesta d’aiuto dell’Imperatore bizantino, determinato anche dalla capitolazione nel 1291 dell’ultimo caposaldo cristiano in Terra Santa, la fortezza di San Giovanni d’Acri, non era esente da condizioni. Infatti, l’Imperatore fu costretto dal Papa a promettere l’abiura solenne dello scisma di modo tale da ricomporre la frattura che da secoli divideva la Chiesa d’Oriente dalla Chiesa d’Occidente, consacrando definitivamente il Pontefice romano come Capo della Cristianità. La posticipazione della data di partenza delle galere guidate da Amedeo VI, dovuta a disordini interni ai possedimenti sabaudi e all’acuirsi delle ostilità con il confinante Marchesato di Saluzzo, causò gravi incomprensioni che sfociarono nella revoca papale della decima che era stata concessa ad Amedeo VI come contributo alle spese militari. Nel 1366, Amedeo VI, accompagnato dall’Imperatore germanico Carlo IV di Boemia, che aveva concesso al Savoia il titolo di Vicario Imperiale per rafforzarne la posizione d’indipendenza di fronte alle mire francesi, si recò dinnanzi al Papa ad Avignone chiarendo le ragioni del ritardo e rinnovando quell’adesione alla Crociata che era stato suggellata nel 1364 dalla consegna da parte papale della “Rosa d’Oro”, riconoscimento onorifico che il Pontefice assegnava annualmente ai campioni della Cristianità. Si ipotizza che il progetto del Conte Verde di dare vita all’Ordine cavalleresco in seguito dedicato alla SS. Annunziata sia stato influenzato da questo gesto rituale che accresceva la fama di Amedeo VI quale principe difensore della Cristianità. Nel 1350, in occasione delle nozze di Bianca di Savoia con Galeazzo II Visconti, il Conte Verde istituì l’Ordine dinastico del Cigno Nero sul modello dell’Ordine inglese della Giarrettiera, proponendosi di rafforzare i legami tra potere comitale e feudatari attraverso l’enfasi posta sui valori di fratellanza ed eguaglianza tra pari quali elementi fondativi del vincolo che univa i cavalieri membri (i quali, non a caso, si appellavano l’un l’altro “fratelli e compagni”). L’uso dell’emblema del cigno nero con zampe e becco rossi dimostra, probabilmente, l’influenza esercitata dalla tradizione magica celto- ligure che scorgeva nel nobile volatile le sembianze zoomorfe del Dio Lug, in seguito identificato con l’Apollo Iperboreo. Si ricorda anche che, nella simbologia medievale, il cigno bianco evoca l’ipocrisia in quanto nasconde sotto un manto di piume bianche la pelle nera. L’adesione alla Crociata ed il riconoscimento ricevuto dalle mani del Papa indussero il Conte ad affiancare alla caratterizzazione politica e all’afflato cavalleresco lo spirito religioso fondando l’Ordine del Collare e adottando un apparato di emblemi maggiormente in sintonia con l’ardore cristiano dal quale l’Ordine stesso era permeato. Infatti, il Collare, donato ai membri dell’Ordine, riportava come motivo iconografico, accanto al Nodo Savoia e al motto FERT, quindici rose d’oro a voler perpetuare la memoria dell’investitura di Amedeo VI quale Miles Christi coronata dal dono papale della Rosa d’Oro. Dalla fondazione in avanti si intensifica l’intreccio tra evocazione magica e significati cristologici. L’Ordine era infatti composto, in origine, da quattordici cavalieri ai quali si aggiungeva il Gran Maestro (il Conte), in rappresentanza dei quindici misteri del Rosario secondo San Domenico, poi elevati di cinque unità, come le piaghe di Cristo, per volontà di Carlo III il Buono (1518). Fu la stessa devozione di Carlo per la Vergine a giustificare l’aggiunta al Collare del pendaglio con i tre nodi alternati che incorniciano la scena biblica dell’Annunciazione. Nel maggio 1366, Amedeo VI partì per la sua Crociata conquistando Gallipoli, fortezza bizantina caduta in mano turca, e ponendo l’assedio a Mesembria, porto strappato al controllo bizantino dai Bulgari, Cristiani ma ostili a Costantinopoli. Proseguendo verso Varna, antica capitale bulgara, il Conte Verde mostrò una tale determinazione nel perseguimento dell’obiettivo da indurre lo Czar bulgaro Ivan Aleksand?r a capitolare, accettando le tre condizioni poste dal Conte sabaudo per la pace: la liberazione dei prigionieri, tra cui molti cavalieri piemontesi, la liberazione dell’Imperatore Giovanni Paleologo, che era stato trattenuto come ostaggio dai Bulgari, e la restituzione di Mesembria ai Bizantini. La carenza di fonti di finanziamento dell’impresa fece terminare la Crociata del Conte Verde nel giugno del 1367 ma, prima della partenza, Amedeo impose all’imperatore, pretendendo precise garanzie scritte, di tener fede al patto di abiura dello scisma con dichiarazione ufficiale davanti al Papa. La vocazione all’arte militare manifestata sin da giovane età dal Conte Verde trovò concreto sfogo nell’assidua partecipazione alla pratica ludica del “torneo”, introdotta in Occidente dagli Arabi d’Andalusia e contrastata dalla predicazione di Bernardo da Chiaravalle che giunse a minacciare la condanna all’inferno per quanti morissero giocando, trovando conferma alla propria posizione teologica nella regola stabilita da Papa Nicola III nel 1279 che comminava la scomunica a chi vi prendesse parte. Con l’eliminazione degli aspetti più cruenti del torneo, la moda dell’agone medievale si diffonde con rinnovato vigore tanto che lo stesso appellativo di “Conte Verde” troverebbe la propria giustificazione storica in un fatto consumatosi durante il torneo annuale organizzato a Bourg-en Bresse nel maggio 1353. I dodici cavalieri partecipanti al gioco si erano presentati vestiti di verde e accompagnati da una schiera di dodici dame anch’esse adorne di drappi verdi. Il premio consisteva nel bacio di quattro dame e nella consegna di un anello d’oro. Al momento della celebrazione dei vincitori, le dame stesse si avvicinarono ad Amedeo VI, manifestando la volontà di riservare a lui il premio, essendosi distinto nel gioco più degli altri. Amedeo accettò di buon grado di baciarle ma invitò le dame a consegnare l’anello d’oro ai legittimi vincitori, suscitando le loro rimostranze. Infatti, esse dichiararono che certamente i cavalieri avrebbero preteso anche il bacio, anteponendo la piacevolezza di quest’ultimo alla venalità dell’anello. Divertito dall’arguzia delle dame, Amedeo VI decise, da quel giorno in avanti, di adoperare il verde come colore dominante negli arredi e nelle tende degli accampamenti militari, facendolo campeggiare anche sulle vele delle navi che lo condussero in Oriente. L’importanza del colore nel linguaggio medievale è resa evidente anche da un’altra circostanza che coinvolge il Conte Verde. La consacrazione dell’azzurro come colore dinastico trae origine dalla decisione di Amedeo VI di porre la propria nave partita alla volta dell’Oriente sotto il manto protettivo della Madonna facendo sventolare un vessillo che ne riportava l’immagine su sfondo azzurro. Da allora proprio di azzurro sono tinte le coccarde apposte ai drappi sabaudi evocando, con l’eloquenza del colore, la realtà della protezione mariana. La sua fama di cavaliere sensibile al fascino femminile, invece, si manifestò sia nella scelta di affidare la reggenza della contea, in sua assenza, alla consorte Bona di Borbone, sia nella consacrazione del “Nodo Savoia” come motivo iconografico qualificante della dinastia. Il Nodo evocherebbe la potenza costrittiva dei lacci d’amore che avviluppano il cuore del cavaliere, suggellandone il dovere morale di fedeltà verso l’amata. Lo storico Luigi Cibrario fa risalire l’origine dell’emblema all’episodio che vide il Conte Verde accettare in dono da una dama, durante lo svolgimento di uno dei tornei ai quali prese parte, una ciocca di capelli intrecciata secondo quella stessa foggia che si scelse poi come schema da riprodurre graficamente in forma di Nodo. Si narra che egli amasse ornare l’elmo, gli abiti militari e la gualdrappa del proprio cavallo applicandovi una ciocca di capelli femminili accomodata in quel modo. Dunque il colore, accanto ad altri elementi con valenza simbologica sui quali non ci siamo soffermati (ad esempio, l’uso del cimiero, come totem e maschera insieme, che, nel caso del Conte Verde, era rappresentato da piume di struzzo e dalla testa di leone), riveste un ruolo decisivo nella caratterizzazione della personalità del Conte Verde tanto da legare indissolubilmente la sua memoria storica al ricordo dei colori amati o scelti in vita. L’efficacia evocativa del colore si unisce poi all’idea tipicamente medievale della possibilità di percepire la verità e l’essenza d’un oggetto indagando la composizione etimologica del nome con cui è indicato. E’ questa la chiave interpretativa che ci consente di comprendere la curiosa usanza, attestata dai romanzi cavallereschi del Trecento, di consegnare in premio al vincitore d’un torneo un luccio. Il luccio è detto in francese antico “lus” (dal latino “lucius”) e lus è appunto la parola che più si avvicina al termine che designa il concetto di premio, cioè “los” (dal latino “laus”). Tutto si intreccia e si rispecchia secondo schemi inusitati per l’uomo contemporaneo.

Articolo e ricerche a cura di Paolo Barosso


Fonte: Francesco Cordero di Pamparato, PIEMONTESI ALLE CROCIATE, Roberto Chiaramonte Ed., settembre 2001, Collegno (TO)

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