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Cordela, capitale perduta







Gli echi dei racconti leggendari, che sono risuonati per secoli lungo le pareti delle vallate canavesane riscaldando con il loro portato di suggestioni mitologiche le fredde serate trascorse di fronte al riverbero del focolare, ci tramandano l’immagine storicamente indefinita dell’antica capitale dei Salassi, chiamata Cordela. L’assenza di tracce archeologiche che ne possano certificare l’esistenza e la localizzazione geografica ci costringe a fare appello al ricco patrimonio di narrazioni popolari che si sono formate a partire dalla ormai lontana epoca nella quale l’area oggi nota con la denominazione di “Canavese” era soggetta, insieme con la Valle d’Aosta, al dominio dei Salassi. La caratterizzazione etnica di questa popolazione dalla provenienza incerta è stata certamente influenzata, nella sua forma definitiva, dal consueto processo di sovrapposizione dell’elemento celtico, penetrato in terra subalpina a partire dal VI sec. a.C., dapprima fondando colonie isolate e poi distribuendosi secondo un disegno più uniforme, sul preesistente sostrato di matrice Ligure, che s’estendeva dall’esigua fascia litoranea dell’attuale Liguria sino alle alte vette alpine. E’ il geografo greco Strabone (64 a.C. - 24 d.C.) ad offrire indicazioni utili all’inquadramento confinario delle terre abitate dai Salassi, descrivendole come una fascia chiusa a Nord dalle cime valdostane, il che faceva ricadere sotto la sfera d’influenza salassa sia il valico di Alpis Graia (Passo del Piccolo San Bernardo) sia quello di Alpis Poenina (Passo del Gran San Bernardo), protesa a Sud verso i possedimenti dei Taurini, popolazione qualificata dalle fonti scritte come di ceppo ligure o semigallico a dimostrazione dell’intreccio consueto nel Piemonte antico tra strato etnico ligure preesistente e sovrapposizione celtica successiva, e definita ad Occidente dal lembo montuoso compreso tra Monviso e Rocciamelone soggetto al governo di Donno e Cozio, sovrani dei Segusii e tribù affini. E’ probabile che la linea immaginaria di confine tra le terre colonizzate dai Salassi, che dunque comprendevano le valli valdostane e quelle piemontesi dell’Orco, Soana e Chiusella estendendosi sino alle colline moreniche che increspano il medio Canavese tramutandosi gradatamente in fertili lande pianeggianti, e l’area di stanziamento dei Taurini corresse attraverso la zona acquitrinosa e paludosa che caratterizzava la pianura basso canavesana. La forza militare dei Salassi, che si alimentava anche della profonda conoscenza delle asperità geomorfologiche dei propri possedimenti, che erano tali da offrire molteplici opportunità di difesa naturale, aveva permesso a questa popolazione, insieme con le altre tribù dell’area subalpina, di opporre per decenni una coraggiosa resistenza al processo di completa affermazione del dominio romano sul territorio piemontese. Essi si piegarono al giogo latino soltanto a seguito del massiccio invio di legioni romane, dovuto allo spostamento definitivo dell’interesse politico di Roma dal mero controllo militare della fascia tirrenica al conseguimento del pieno dominio sui passi alpini, che servivano da canale di passaggio per la conquista della Gallia Transalpina. Proprio il controllo dei valichi alpini rappresentava la principale fonte di vantaggio competitivo per i Salassi sia sul piano militare sia sul piano economico, consentendo loro sia di poter legittimamente contrattare con Roma l’imposizione di un tributo (potarium) da versare nelle loro casse nella misura di un soldo per ciascun soldato romano che passava il valico e contemplando, come contropartita, il diritto di stabilimento in area salassa di imprese commerciali romane, sia di poter disporre di innumerevoli postazioni di difesa nelle quali arroccarsi contro eventuali aggressioni latine, profittando altresì della propria proverbiale abilità nel mestiere della guida alpina. Dei Salassi, accanto all’ardimento in battaglia, le fonti romane menzionano la capacità imprenditoriale nell’esercizio dell’attività mineraria che si avvaleva di ricchi giacimenti di ferro e di rame localizzati specialmente in Val Cavearia (Valchiusella) e, soprattutto, della presenza di vene aurifere nelle cavità delle montagne, fonte di numerosi racconti leggendari, nonchè della raccolta delle pagliuzze d’oro trascinate dalle acque dell’Orco (Eva d’Or) e della Dora. Le fonti narrano delle tecniche innovative applicate dai Salassi nell’attività di estrazione dell’oro, la quale, necessitando di ingenti masse d’acqua per le operazioni di lavaggio, imponeva agli stessi di attingerla dal corso della Dora tramite un fitto reticolo di canali di derivazione. Queste opere, causando la riduzione della quantità d’acqua disponibile per l’irrigazione dei campi a valle, crearono frequenti occasioni di attrito con le tribù rurali stanziate nelle terre confinanti.
Il patrimonio di leggende formatosi attorno alla scomparsa civiltà dei Salassi non soltanto si alimenta della descrizione di ricchi giacimenti d’oro accumulati nei meandri rocciosi del Piemonte montano ma si manifesta anche nel tentativo encomiabile ma vano, in quanto del tutto sprovvisto di riscontri archeologici, di attribuire un’immagine definita all’ipotetica capitale di questo popolo, che la tradizione consacra con il nome di Cordela. Descritta come adagiata ora nella piana circostante la città di Aosta (dove la chiesa di Saint-Martin de Corléans sembra conservare qualche assonanza con il mitico nome) ora nella piemontese Valchiusella, anche l’atto della sua fondazione è conteso da personaggi diversi. Dalla leggenda solennemente consacrata nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio l’atto di posa delle prima pietra della città è fatto risalire a Cordelo, figlio di Stanzialo, discendente di Saturno e fratello di Giove. Il De Tillier, erudito cultore di miti, imputa la fondazione della capitale salassa al capo militare Cordelio, il quale, accompagnando il semi-dio Ercole nell’eroica impresa ricordata da Petronio nel suo Satyricon come il primo tentativo di attraversamento della catena alpina, si sarebbe fermato in terra canavesana dando origine alla mitica Cordela. Questa citazione sembra testimoniare la matrice ligure comune alle popolazioni dell’antico Piemonte, in quanto Statiello è indicato anche come capostipite della tribù degli Statielli che fondò la primitiva colonia di Aquae Statiellae (Acqui Terme). Infine, sempre Plinio lascia scorgere, nell’accenno al 1158 come data della fondazione di Cordela, vale a dire poco dopo la caduta di Troia, la suggestiva ipotesi che la capitale salassa abbia tratto origine dall’insediamento di gruppi di esuli troiani trovando conforto nella fitta maglia di racconti leggendari che imputano l’origine di molti centri dell’area subalpina proprio allo stanziamento in Piemonte di fuggitivi sopravvissuti alla devastazione della città asiatica. Avventurandosi nei meandri delle narrazioni che intrecciano eventi storici a suggestioni magiche, si sconfina nel terreno dell’imponderabile ma è significativo che le tracce leggendarie che evocano l’infiltrazione di elementi troiani nelle terre successivamente colonizzate dai Salassi si accompagnino alle voci che indicano la presenza in Piemonte del Vello d’Oro, l’oggetto simbolico posseduto dai Troiani che alcune letture interpretative, trascurando il ruolo esercitato nella determinazione dell’evento bellico dal controllo delle vie commerciali che conducevano dal Mar Ionio al Mar Nero, additano come il reale motivo di contesa che scatenò la guerra tra Greci e Troiani. Il Vello d’Oro, l’oggetto al quale la mitologia greca attribuisce proprietà magiche, sembra in realtà evocare la consuetudine, in uso anticamente presso le popolazioni di certe terre che si affacciano sul Mar Nero, di raccogliere le pagliuzze d’oro trascinate dai fiumi adoperando pelli d’agnello che, quindi, fatti asciugare al sole, assumevano le sembianze di manti ricoperti da uno strato dorato. E’ possibile che la stessa tecnica di raccolta dell’oro fosse praticata anche dai Salassi nei corsi d’acqua che irrigano il Canavese e che l’avessero appresa da qualcuno che l’aveva vista adoperare in terre lontane?
Altre suggestioni promanano dalle ricerche etimologiche attorno all’origine del termine “Salassi” che qualifica questa popolazione. Taluni lo fanno discendere dal celtico “saa” (sale), legando i Salassi all’esercizio del commercio del sale lungo le contrade che conducono a Settentrione. Altri studiosi indicano la Via del Sale come il tracciato percorso dagli avi dei Salassi canavesani, staccatisi dal gruppo di appartenenza stanziato in origine lungo il corso del fiume “Saale”, che lambisce le terre della germanica Turingia, per muoversi alla ricerca di nuovi territori da colonizzare. Una diversa tesi interroga i segni offerti dalla misteriosa mole del Monte Marzo (“Mont Mars”), che domina la Valchiusella, evocando le ancestrali forme di culto tributate dalle popolazioni pre-romane al dio Mars, rappresentazione in forma divina della forza della natura che eternamente si rigenera. La venerazione del dio Mars, successivamente sovrapposto dai Romani a Marte e, alla fine, identificato con questo, si manifestava in forme rituali amministrate dalla classe sacerdotale dei “Salii”, i quali animavano la danza mistica ricordata come “Saliendo” che pare avesse luogo attorno all’ara sacrificale collocata nei pressi di Drusacco (To). Ecco che dalla confusione tra Mars, dio venerato dai Salassi, e Marte avrebbe tratto origine il nome dei Salassi.
L’epopea della nazione salassa, come entità dotata di una sua propria autonomia, capace di contrapporsi anche vittoriosamente all’espansionismo militare romano, si concluse ufficialmente nel 25 d.C., in piena età augustea, quando il console Aulo Terenzio Marrone Murena sconfisse l’esercito nemico ponendo il suggello definitivo ad un processo di progressiva subordinazione della potenza salassa a quella romana già avviato decenni prima. Le fonti narrano di 8.000 salassi arruolati nelle legioni romane e di 28.000 venduti all’asta come schiavi dal vincitore Murena, dopo essere stati radunati a forza nei campi circostanti la città di Eporedia. Proprio la fondazione di Eporedia, nel 100 a.C., contribuì all’accrescimento della presenza romana in terra salassa, ma i natali latini della principale città canavesana sono offuscati dallo stesso mistero che avvolge l’origine dei Salassi, in quanto, stando alla citazione di Plinio il Vecchio, gli Eporediesi erano soprannominati “Eporedii”, termine che, in idioma celtico, indica i domatori di cavalli, lasciando scorgere quindi, anche nel passato di Eporedia, il marchio celto-ligure dei Salassi.
Paolo Barosso


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