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Alla ricerca del vessillo di Lepanto







L’erudito savoiardo Filiberto Pingone, storico di Casa Savoia morto in Torino nel 1582, riconduce l’atto di fondazione della chiesa torinese di San Domenico alla supposta presenza in città di San Francesco, il quale, percorrendo nel 1214 la strada che conduce in Gallia, si sarebbe concesso una sosta prima a Chieri e poi a Torino, posando la prima pietra dei rispettivi complessi monastici dedicati a San Domenico. L’annotazione di Monsu Pingon, com’era affettuosamente chiamato, non trova però conforto né nella vulgata popolare, che accenna ad una concomitanza tra l’atto costitutivo della chiesa ed il presunto passaggio a Torino nel 1216 di San Domenico di Guzman, il fondatore dell’Ordine religioso dei Frati Predicatori, né nelle indicazioni offerte dalle fonti storiche, che, assegnando ad un certo Frate Giovanni del convento di Sant’Eustorgio a Milano il ruolo di fondatore della comunità domenicana torinese, suggeriscono di posticipare l’avvio della fabbrica agli anni successivi al 1260. La facciata della chiesa, nobilitata dalla slanciata ghimberga che incornicia il portale d’ingresso, e la struttura interna ripartita in navate meritano di essere contemplate nella loro natura di alte testimonianze dell’arte gotica piemontese, miracolosamente sopravvissute alla lacerazione del tessuto medievale imposta dal radicale disegno di rinnovamento urbanistico attuato dagli architetti di Corte ducale sin dal 1563. Il prospetto, inoltre, mostra alcuni dettagli, in parte ancora leggibili con chiarezza ed in parte ormai sbiaditi dal tempo, che valgono ad attribuire al complesso la duplice caratterizzazione di documento di storia medievale e di compendio esemplificativo delle forme d’architettura applicate prima della trasformazione barocca di Torino. Dettaglio ancora visibile, usando qualche “accortezza”, è quello che compare applicato in due punti diversi della facciata e che reca incisa la data del 1906, ovvero il momento dell’avvio dei lavori di restauro integrativo della chiesa curati dall’architetto Riccardo Brayda, amico del medievalista Alfredo D’Andrade, al quale si deve il merito di aver restituito alla visione dei Torinesi una pagina importante dell’architettura gotica locale, attraverso l’eliminazione delle sovrastrutture decorative barocche aggiunte alla metà del Settecento e riportando alla luce la purezza delle linee medievali. La data compare inscritta sia sulla medaglia commemorativa incastonata al di sopra della ghimberga sia sull’ultimo della schiera di mattoni che definiscono il perimetro del rosone circolare. A lato del portale d’ingresso, invece, esisteva un dettaglio ormai svanito, che possiamo evocare soltanto grazie alla ricostruzione storica. In tempo di pestilenza, un piccolo vano protetto da una grata era stata ricavato da mani misericordiose a fianco del portale, di modo tale da permettere agli ammalati di seguire le celebrazioni religiose dal sagrato senza rischiare di diffondere ulteriormente il contagio venendo a contatto con gli altri fedeli. Il particolare si collega al dipinto di Domenico Corvi (1803), conservato all’interno, che immortala Vittorio Amedeo I nell’atto di donare un vasetto d’olio miracoloso per ungere i malati perpetuando in tal modo il ricordo della potenza distruttiva della peste del 1630, che fu di tale portata da aver dato origine all’esclamazione popolare, capace di esprimere nel contempo grave disappunto e amara sorpresa, “Contacc” che significa, appunto, contagio. Al fondo della navata di destra, alterata dalle modifiche imposte dal decreto di “dirizzamento della Contrada di Porta Palazzo” (1729), si dischiude la Cappella del Rosario, modellata nelle forme attuali nel 1766 a seguito dell’incendio che l’aggredì propagandosi dal confinante retrobottega della Farmacia Anglesio. Essa custodisce, accanto alla tela seicentesca del Guercino che raffigura San Domenico e Santa Caterina, un dipinto del torinese Revelli che coglie magistralmente San Pio V, unico Papa piemontese, nell’atto di divinare la storica battaglia di Lepanto (1571), l’epico scontro che contrappose i difensori della Cristianità d’Europa, chiamati a raccolta dallo stesso Pontefice, all’aggressività dell’espansionismo Turco. La presenza della scena pittorica non sembra causale in quanto appare unita da una linea immaginaria al drappo conservato, entro una teca, sulla parete di fondo della Sala Cateriniana, attigua al Chiostro dei Morti. Il drappo, che presenta al centro un’immagine sindonica circondata dai simboli marchionali della città di Torino, è ricco di richiami e memorie storiche. Secondo un’antica tradizione, confermata dall’iscrizione didascalica posta vicino alla teca, questo lembo di tessuto, adoperato come vessillo navale, sarebbe sventolato sulla nave ammiraglia della flotta composta da tre navi da guerra (la Capitana, la Piemontesa e la Margarita), che Emanuele Filiberto di Savoia inviò a Lepanto contro i Turchi in accoglimento dell’accorato appello rivolto dal Papa alla Cristianità. Il comando fu affidato all’Ammiraglio Andrea Provana di Leynì, discendente di una delle famiglie piemontesi di più antico lignaggio che, con il tempo, s’era ramificata dando vita ad una molteplicità di “ceppi” secondari. Ciascuno dei rami della potente famiglia conservava nel proprio stemma araldico l’immagine del tralcio di vite con o senza grappoli d’uva nera, fatto che suffragherebbe il risalente aneddoto che attribuisce la diffusione della pratica vitivinicola in estese aree del Piemonte proprio all’intraprendenza imprenditoriale dei capostipiti della dinastia Provana. Alcuni studiosi rintracciano elementi di conferma della validità di quest’ipotesi non priva di fascino nell’uso invalso nel Piemontese antico di definire “Prované” l’azione di colui che provvede a “disporre le viti in file regolari”. L’Ammiraglio Provana, amico d’infanzia del Duca, fu incaricato dal grande riformatore sabaudo di sovrintendere all’opera di fortificazione delle aree portuali di Nizza e di Villafranca, terre acquisite agli Stati Sabaudi nel 1388 come porzione litoranea dell’antica Contea di Nizza, che ancora non si fregiava del poetico nome di Costa Azzurra, e venne nel contempo investito del delicato compito di organizzare una prima flottiglia di navi da guerra destinata a costituire il nucleo embrionale della futura marina militare sabauda. La memoria popolare, che consacra la classificazione del drappo di San Domenico come vessillo navale, riconducendone l’origine alla Battaglia di Lepanto, sembrerebbe però confutata, stando ad alcuni studiosi, dalle sue rilevanti dimensioni che, unitamente all’iconografia rappresentata come tema del ricamo, indurrebbe a riconoscere nel drappo medesimo le caratteristiche proprie degli stendardi, provvisti di decorazioni a soggetto “sindonico” o comunque sacro, che s’usava esporre, in concomitanza di ricorrenze religiose o dinastiche, dal padiglione posto al centro del pontile in muratura che separava la Piazzetta Reale da Piazza Castello prima di venire sostituito nell’Ottocento dalla cancellata palagiana. Aldilà dell’irrisolta questione dell’uso originario del drappo, che sia qualificabile come vessillo navale o come stendardo celebrativo, sembra invece fatto storicamente assodato che il prezioso tessuto conservato nella Sala Cateriniana sia stato donato alla Chiesa di San Domenico da Vittorio Amedeo II. Questo dato impone di considerare l’atto della consegna dello stendardo dalle mani del sovrano alla comunità domenicana come uno degli innumerevoli gesti munifici che seguirono la vittoria dell’assedio portato dai Francesi a Torino nel 1706, che rivelavano, accanto alla forza del sentimento devozionale che animava la dinastia, lo specifico desiderio di Vittorio Amedeo II di manifestare attraverso atti concreti la propria gratitudine a Dio per la liberazione della sua capitale dalla minaccia dell’invasione francese.

Paolo Barosso


Fonte: Renzo Rossotti, PIEMONTE MAGICO E MISTERIOSO, Newton Compton Editori, Luglio 1997, Roma

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