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L'oro dei Saraceni







Il Chronicon Novaliciense si presenta come una delle poche fonti scritte relative all’area del Piemonte occidentale che siano capaci di dissipare, almeno in parte, la densa coltre di nebbia che continua ad ostacolare la lettura oggettiva degli eventi che contribuirono ad assegnare al X secolo la nomea di secolo oscuro, scosso dai presagi sull’imminenza dell’apocalisse e segnato dalla forza disperata delle suppliche popolari che salivano al cielo invocando la divina protezione contro il contagio delle epidemie e le incursioni dei barbari saraceni ed ungari. Secondo il Chronicon, nel 906 l’Abate Domniverto, seguito da un gruppo di monaci, si allontanò precipitosamente dalla fiorente Abbazia di Novalesa, fondata nel 726 dal nobile Abbone con il consenso del clero di Susa e della Moriana come parte di un ampio progetto di colonizzazione monastica della Valle piemontese. I fuggitivi trovarono rifugio a Torino ottenendo il permesso dal Vescovo Guglielmo di erigere un sacello al fine di custodire le reliquie che avevano portato con sé, incluse le spoglie di San Secondo Martire della Legione Tebea. La fuga dei monaci dalla Novalesa è giustificata dal cronista come conseguenza della calata improvvisa dai valichi alpini dell’orda di Saraceni invasori, la cui irresistibile avanzata, sospinti dalla bramosia di ricchezze, è comparata nel Chronicon, con efficace immagine, alla forza brutale delle alluvioni che periodicamente scuotevano le valli alpine. La fondatezza dell’indicazione cronologica che registra il 906 come data di manifestazione delle prime avvisaglie dell’invasione saracena proveniente dalla vicina Provenza sembra confutata dall’esito delle ricerche storiche che concentrano le scorrerie di questa massa raccogliticcia di gruppi tribali d’origine nordafricana accomunati dalla fede islamica nell’arco di anni compreso tra il 920 ed il 980. Si potrebbe pensare ad una posticipazione cronologica dell’evento o ipotizzare che la scorreria del 906 sia stata un accadimento isolato che anticipava di qualche anno le più estese razzie che si manifestarono nei decenni a venire. Fatto rimane che l’Abbazia sia stata devastata insieme con la sua biblioteca ricca di 6666 volumi. La citazione estrapolata dalla Cronaca, aldilà delle disquisizioni cronologiche, permette di gettare luce sull’epopea delle invasioni saracene che colpirono l’Europa al cuore trascinando nel baratro delle devastazioni anche il Piemonte dell’Alto Medioevo. L’espansionismo militare arabo, pur frenato nella sua avanzata verso la Gallia da Carlo Martello a Poitiers nel 732, s’era affermato in gran parte dell’attuale Spagna, sottratta al dominio dei Visigoti, ed in Sicilia, avendo ragione delle resistenze bizantine. Le orde di Saraceni, in un primo tempo, si limitarono a sporadiche razzie nelle vallate del Piemonte compiute attraversando i valichi alpini, ormai sguarniti di una qualsiasi forma di controllo statuale dopo l’indebolimento della potenza carolingia, e adoperando come base strategica il centro di “Frassineto”, mitizzata capitale saracena che doveva sorgere nelle vicinanze dell’attuale borgo provenzale di “La Garde Freinet”, abbarbicato in posizione dominante sulla baia di Saint Tropez. In seguito, i Saraceni tentarono di applicare alle loro incursioni prive di un disegno strategico un principio di organizzazione destinato a stabilizzare la loro presenza sul territorio delle vallate piemontesi, dando luogo alla fondazione di alcuni insediamenti, imponendo contribuzioni alle popolazioni locali prive di un riferimento statuale e vessandole con soprusi d’ogni sorta. Di quella sanguinosa dominazione rimane l’eco nei racconti popolari, in alcuni vocaboli arabi “piemontesizzati” come “Cusa” (Zucca, dall’arabo “Kusa”) e nella denominazione dei luoghi. Non è infrequente, ad esempio, imbattersi in borghi o frazioni piemontesi che portano il nome di “Frassineto / Frassinetto” (o denominazioni simili), che potrebbe evocare il riferimento alla mitica base saracena di Fraxinetum in Provenza o che sarebbe, secondo altra interpretazione, da porsi in relazione con la coltivazione di frassini.

Nella piana di Oulx echeggia ancora, come lascito di quell’antica dominazione, un racconto consacrato poi in forma scritta da Frate Ridolfo da Signano , il quale, pur ammantando i fatti di una patina leggendaria, non sembra destituirli del tutto di fondamento storico. Si narra che lungo la Dora, nel tratto che scorre poco distante dal paese, un “Caid” (capo) saraceno avesse fatto erigere una piccola casaforte per esercitare il controllo sulla comunità locale e per organizzare lo sfruttamento delle vene aurifere, scoperte seguendo le intuizioni di un astrologo negli anfratti rocciosi del vicino Monte Seguret. Per l’estrazione dell’oro i Saraceni decisero di avvalersi della manodopera fornita dai valligiani obbligando intere famiglie a sopportare la durezza della vita del minatore e provocando decine di vittime. Percependo il crescente moto di rabbia che scuoteva la popolazione locale, il Caid si dichiarò disponibile a battersi in duello con un “campione” scelto dalla comunità di Oulx promettendo davanti ad Allah di restituire la libertà ai valligiani in caso di sconfitta. Confidando eccessivamente nella sua forza fisica e nella sua competenza bellica, fu invece costretto alla resa dal superiore ingegno di un boscaiolo trentenne che lo disarmò costringendolo a mantener fede alla parola data. Il villaggio fu quindi liberato dall’obbligo di lavoro imposto dai Saraceni che decisero di proseguire da soli l’attività estrattiva, alimentando le dicerie attorno all’esistenza di enormi mucchi d’oro abbandonati dai barbari, dopo la loro cacciata dalle valli, negli anfratti rocciosi che penetrano nelle profondità del Monte Seguret. L’immagine della grotta, che nel caso di Oulx è descritta come fonte di ricchezza, affiora costantemente nel patrimonio di leggende piemontesi essendo sovente indicata quale riparo adoperato dai Saraceni come abitazione. Le ricerche archeologiche hanno talora accertato l’esistenza di tracce di insediamento umano negli anfratti rocciosi qualificati dalla tradizione popolare come “grotte saracene” ma l’attribuzione di questi segni alla presenza saracena rimane avvolta nel dubbio. Certi racconti conservano l’eco di quando si vociferava che i Saraceni, per valicare i passi alpini, adoperassero un reticolo sotterraneo di grotte che si sviluppava sotto la catena alpina. L’abitato vecchio di Oulx è dominato dalla massiccia Torre Delfinale in pietra che, pur essendo posteriore al Mille nelle forme in cui oggi l’ammiriamo, è stata consacrata dalla tradizione popolare come “Torre Saracena”, conservando il ricordo di quando i Saraceni tentarono di applicare una parvenza di organizzazione alle loro scorrerie attraverso la fortificazione di siti strategici.

Comparendo sulla scena di un secolo X già profondamente pervaso dalle prospettive millenaristiche che indicavano come incombente la fine del mondo, le invasioni saracene esercitarono un tale impatto psicologico da essere interpretate come segno inviato da Dio per avvertire i credenti dell’imminenza dell’apocalisse. Come presenza viva derivante da quella forte suggestione psicologica, rimane nella trama delle fiabe raccontate dalle nonne ai nipoti la figura ambigua del “babau”, che incute timore ai bimbi e che è la personificazione di quel sentimento di “alterità” che traspariva dalla sagoma del Saraceno conducendo le credenze popolari ad identificarlo, anche dopo la sua cacciata dalle valli d’Europa, come l’uomo selvaggio, degradato a vita primitiva nel fitto delle foreste ma che talora s’affaccia alla civiltà per compiere nefandezze e spaventare i più piccoli. “Babau” è termine piemontese derivato dall’arabo “baban”, che ha dato origine anche al vocabolo “baban” adoperato nell’area delle Langhe per identificare l’insetto che infastidisce con il suo incessante ronzare così come il terrore delle scorrerie saracene serpeggiava alterando l’abituale svolgimento della vita al tramonto del primo Millennio piemontese.

Paolo Barosso


Fonte: Alberto Fenoglio, STORIA E LEGGENDA DEI TESORI NASCOSTI NEI CASTELLI PIEMONTESI, Ed. Piemonte in Bancarella, novembre 1970, Torino.

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