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Il mistero della Sindone






La seicentesca Cupola progettata da Guarino Guarini sovrasta con il suo scenografico affaccio, mascherato dalla vetrata d’età carloabertina, la navata centrale del Duomo torinese e collega, innestandosi sulla manica sinistra del Palazzo Reale, il simbolo del potere regale alla sede del potere spirituale. L’ardito capolavoro fu immaginato dall’architetto teatino come barocco contenitore architettonico destinato alla conservazione in teca d’argento e vetro della Sindone, il Sacro Lino affidato dal 1983 alla custodia dell’Arcivescovo di Torino che ne assume la cura in nome e per conto del Sommo Pontefice, il quale la ricevette in eredità per disposizione testamentaria dell’ultimo Re d’Italia Umberto II di Savoia. La tradizione cristiana impone che il lenzuolo di lino spigato conservato a Torino, intessuto alla moda di Damasco, abbia avvolto il corpo di Cristo deposto dalla Croce, conformemente ai costumi in vigore presso gli Ebrei. La denominazione attualmente in uso di “Sindone” riflette, infatti, il vocabolo greco “Sindon”, adoperato per designare il telo confezionato a scopo funerario. Che l’oggetto della millenaria venerazione cristiana sia effettivamente l’impronta, miracolosamente rimasta impressa sul tessuto, del cadavere di Cristo martoriato dalle sofferenze della Passione è un atto di Fede, lasciato alla libera valutazione soggettiva del singolo ma confortato da dati di una certa consistenza probatoria, derivanti sia da contributi scientifici sia dalla lettura delle Sacre Scritture, che possono essere utili ad attribuire fondamento oggettivo all’idea dell’autenticità della Sindone: dalla presenza, nelle maglie del tessuto, di pollini diffusi nell’area di Gerusalemme alle tracce di muffe che crescono abitualmente nelle umide caverne della Palestina, anticamente usate come sepolcri, dalle particelle di aloe e mirra, unguenti funerari, rimaste intrappolate nel lino sino alla corrispondenza dei numerosi indizi di sofferenza fisica, documentati visivamente dalla Sindone, con i segni della Passione descritti dai Vangeli ufficializzati dalla Chiesa. Queste tracce, che rimandano alla descrizione evangelica, varrebbero a rendere unico il caso specifico della Crocifissione alla quale è stato sottoposto l’Uomo della Sindone, distinguendolo dagli abituali casi di crocifissione, che veniva sovente inflitta dai Romani come pena, documentati da cronache scritte e da ritrovamenti archeologici.

Deporrebbe in favore dell’autenticità, ad esempio, la circostanza che il corpo dell’Uomo della Sindone sia stato avvolto, dopo la morte, in un telo di lino, in contrasto con la prassi seguita dai Romani che usavano gettare il cadavere dei condannati alla crocifissione in pasto agli animali selvatici. Rivelano ancora una sorprendente corrispondenza con la descrizione dei Vangeli le tracce, presenti sul Santo Sudario, della corona di spine apposta sul capo del Messia, il segno lasciato dal colpo di lancia inferto al costato per accertarsi della morte, contrariamente all’uso abituale di spezzare le gambe del condannato morente, le abrasioni alle spalle, che rivelano il trascinamento dello strumento di tortura lungo la salita al Golgota, fatto inusuale in quanto non era prassi romana costringere il condannato a trasportare la croce sino al luogo del supplizio, e la crocifissione con inchiodatura, meno frequente rispetto alla tecnica normalmente adottata di fissare il corpo del condannato ai bracci della croce a mezzo di corde (come nel caso dei due ladroni). La circostanza dell’inchiodatura si presta anche ad altra considerazione: è comprovato da ritrovamenti archeologici che i chiodi venissero conficcati non nel palmo della mano, come erroneamente documentato dai primi dipinti dell’era cristiana, realizzati forse da artisti che non erano mai entrati in contatto con la Sindone, ma nel polso, in quanto, in caso contrario, il peso del corpo avrebbe trascinato a terra il condannato. Gli Evangelisti, condizionati anche dalle scarse conoscenze anatomiche dell’epoca, non riportano questo dettaglio, discorrendo genericamente di inchiodatura alla Croce, mentre la Sindone riporta segni inequivocabili dei chiodi infissi nel polso e non nel palmo. La Sindone di Torino, quindi, oltre a riportare indizi di corrispondenza con la descrizione evangelica della Passione, sarebbe anche da considerarsi un’esatta “riproduzione fotografica” della sofferenza dell’Uomo crocifisso, di tale precisione da aggiungere dettagli ulteriori rispetto a quelli più generici riportati dai Vangeli. L’eventuale falsificatore della Sindone, quindi, non avrebbe potuto semplicemente attingere questi particolari dalla lettura dei Vangeli in quanto non vi sono riportati.

Il Lenzuolo di Torino, oggetto di millenaria venerazione sia nella sua natura di reliquia di Cristo sia come icona del suo Volto, non “fatta da mano umana” (detta quindi, dal greco, “Acheropita”) ma prodottasi per effetto di un evento miracoloso o razionalmente inesplicabile, è stato consacrato quale prova tangibile del passaggio terreno di Gesù ed adoperato dai primi artisti cristiani, per questa sua creduta aderenza alle fattezze reali del Dio fattosi Uomo, come modello per la realizzazione pittorica del viso di Gesù, raffigurato con lineamenti mediorientali corredati di barba, baffi e capelli ad immagine dell’Uomo della Sindone.

L’autenticità della Sindone di Torino, messa più volte alla prova con diverso esito applicando metodi scientifici di indagine, è stata interrogata anche ricorrendo a criteri di accertamento meno rigorosi come lo fu, ad esempio, il giudizio “ordalico” promosso a Bourg-en Bresse dal duca Filiberto di Savoia e dall’arciduca Filippo il Bello, in occasione del banchetto allestito in concomitanza con l’Ostensione del 1503. Sollecitati dall’insistenza dei partecipanti al banchetto, probabilmente in preda all’ebbrezza alcolica, accolsero la sconsiderata proposta, da più voci formulata, di sottoporre la Sindone, all’epoca già in proprietà dei Savoia ma non ancora trasferita a Torino (trasferimento che avvenne nel 1578), ad una sorta di giudizio di Dio di carattere empirico, il cui esito pratico avrebbe dato prova dell’autenticità o meno del Sacro Lino. S’immerse quindi il Sudario in un pentolone ricolmo di liquido facendolo bollire prima nell’acqua e poi, non soddisfatti, nell’olio, esponendolo, dopo la “prova”, al sole per farlo asciugare. L’integrità dell’immagine impressa sulla Sindone, sopravvissuta “miracolosamente” all’ebollizione nell’acqua e nell’olio, fu considerata prova inconfutabile, per effetto di intervento divino, dell’autenticità del Santo Sudario, che non s’era sciolto come sarebbe accaduto se si fosse trattato di una semplice pittura o disegno. L’atto, però, contribuì a comprometterne la corretta conservazione, assommandosi ai danneggiamenti prodotti da altri eventi traumatici di cui la storia sindonica è costellata, come l’incendio della Cattedrale di Besançon del 3 marzo 1349 e le fiamme che avvolsero la Cappella Ducale di Chambery il 4 dicembre 1532.
Paolo Barosso


Fonte: Ito De Rolandis, L\'IMMMAGINE DEL NON CONOSCIUTO, Ed. Il Punto Piemonte in Bancarella, Torino, aprile 1998

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