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Il miracolo del Corpus Domini







La Chiesa del Corpus Domini, modellata in forme pre-barocche su progetto originario di Ascanio Vittozzi, dischiude il suo seicentesco prospetto alla contemplazione di quanti s’incamminino lungo il rettilineo asse viario che collega Piazza Castello all’antica Piazza delle Erbe, ora Palazzo di Città. La dritta via si allarga d’improvviso aprendosi nella raccolta piazzetta che deriva la propria denominazione dal Miracolo Eucaristico che, secondo la tradizione, ebbe luogo in questo angolo della Torino di metà Quattrocento. La marmorea facciata, dovuta all’architetto Francesco Lanfranchi (1671), si presenta ripartita in due ordini sovrapposti e accentuata nel proprio carattere monumentale dalle plastiche statue di Bernardo Falconi che fanno bella mostra di sé nelle quattro eleganti nicchie sormontate da un piccolo frontone triangolare. Inoltrandosi all’ombra dell’unica navata di cui si compone l’interno della Chiesa, appena rischiarata dalla luce che penetra attraverso la serliana che sovrasta il portale, l’occhio si posa sulla recinzione in ferro battuto che protegge e segnala, come luogo meritevole di sosta, una lapide inserita nella pavimentazione e incisa con un’iscrizione latina che perpetua il ricordo del fatto miracoloso che si consumò proprio in questo punto della città il 6 Giugno 1453. L’evento soprannaturale, oltre ad aver permesso il riconoscimento a Torino del titolo di “Città del Santissimo Sacramento”, costituisce il tema che caratterizza, come motivo ricorrente, l’apparato pittorico della Chiesa rappresentando la ragione stessa che ne giustificò la fondazione. Sopra l’altare maggiore, infatti, campeggia l’imponente tela seicentesca attribuita a Bartolomeo Caravoglia, allievo del Guercino, che immortala la figura del Vescovo Ludovico dei Marchesi di Romagnano, assistito dai Canonici del Duomo, nell’atto di invocare l’intervento divino affinché l’Ostia consacrata, che si era librata nel cielo di Torino, rimanendo sospesa nell’aere, ridiscendesse nella pisside d’argento che il prelato, raccolto in preghiera, stringe fra le mani.

Nel 1453, il Duca Ludovico di Savoia, figlio di quell’Amedeo VIII che divenne Antipapa con il nome di Felice V, riuscì nell’intento di arrestare la discesa dei Francesi dal Delfinato, occupando con il suo esercito, formato da truppe regolari e mercenari prezzolati, il sito fortificato di Exilles e strappando alla Francia il controllo della stretta valsusina, considerata strategica sin dai tempi della colonizzazione celtica e della figura mitizzata di Re Cozio. Approfittando della confusione generata dalle schermaglie che opponevano i militari sabaudi alla soldataglia irregolare, un gruppo di ladruncoli penetrò nella chiesa di Santa Maria, facendo razzia di oggetti sacri e sottraendo dal tabernacolo anche la pisside d’argento che custodiva l’Ostia consacrata. Posato il sacco contenente la refurtiva sul dorso di un mulo, i ladri sacrileghi si allontanarono dal villaggio dirigendosi verso Torino, mossi dalla certezza che in città avrebbero potuto disfarsi di quel bottino sacrilego vendendolo a qualche ricco mercante senza scrupoli. Giunti in prossimità del mercato delle granaglie che si teneva nei pressi dell’antica Chiesa di San Silvestro, non distante dalla Piazza delle Erbe, il mulo d’improvviso si accasciò al suolo facendo rotolare a terra la refurtiva e attirando l’attenzione dei Torinesi che affollavano il mercato. L’Ostia, scivolata dalla preziosa custodia che la proteggeva, ascese verso il cielo galleggiando nell’aere per effetto di una forza soprannaturale. Bartolomeo Ciccono, un chierichetto divenuto in seguito sacerdote, alla vista del fatto inspiegabile si precipitò in Duomo trascinando con sé i Canonici presenti ed il Vescovo, il quale, resosi conto del carattere eccezionale dell’evento, si raccolse in preghiera sino a che l’Ostia non ridiscese nella sua pisside. Il nominativo del chierichetto è incluso in un elenco di testimoni, considerati attendibili in ragione della professione esercitata o della posizione sociale, che si ritrova riportato nella versione in volgare della cronaca del fatto miracoloso redatta dal nobile Giovanni Galesio e conservata presso il cosiddetto Armadio delle quattro chiavi nell’Archivio Storico della Città di Torino.

Il miracolo fu accompagnato da alcune circostanze discusse ma meritevoli di essere ricordate. I documenti pervenuti ci attestano che il fatto ebbe luogo il 6 giugno 1453 ma sino al 1753 il calendario della Chiesa torinese inseriva la ricorrenza ufficiale del miracolo nella data del 21 di agosto. Il mistero della discrepanza, secondo una prima tesi, è da attribuire alla divergenza tra la data nella quale si verificò il fatto, il 6 giugno, e la data del primo riconoscimento, da parte della Santa Sede, della natura miracolistica dell’evento, il 21 agosto. Un’altra interpretazione, anch’essa non comprovata, riconduce il contrasto di date alla circostanza che l’Ostia fosse stata provvisoriamente custodita nell’attigua Chiesa di San Silvestro prima di essere trasferita solennemente in Duomo proprio nella giornata del 21 agosto 1453.

L’edificazione di una Chiesa che rendesse concreto e perpetuo il ricordo del Miracolo Eucaristico fu deliberata dai Decurioni torinesi soltanto nel 1598, come adempimento di un voto al quale i rappresentanti della città si erano impegnati per invocare la cessazione dell’epidemia di peste propagatasi in quello scorcio di secolo. Il ritardo rispetto alla data del Miracolo fu dovuto anche all’opposizione della Confraternita dello Spirito Santo che intendeva preservare dalla demolizione l’attigua Chiesa di San Silvestro, salvaguardando anche l’area cimiteriale annessa. La strenua difesa dell’integrità della precedente Chiesa da parte della Confraternita, che poi si dotò di una nuova sede settecentesca progettata da Giovanni Battista Ferroggio (1765), rende ragione delle vicissitudini progettuali: dapprima si immaginò di incorporare il preesistente edificio sacro nel Santuario di nuova fondazione, poi si scelse la soluzione alternativa, imposta dalla carenza di spazio dovuta all’ingombro della confinante area sacra affidata alle cure della Confraternita, di sostituire la superficie absidale curvilinea con un’essenziale parete piatta ed uniforme che tuttora funge da fondale della Chiesa del Corpus Domini. Come segno tangibile del Miracolo, inoltre, il Consiglio della Credenza Maggiore di Torino decise nel 1509 di far dipingere il monogramma di Cristo sulla volta delle porte d’accesso alla città ma questa traccia di devozione è stata cancellata dalla consunzione irrispettosa del tempo.

Come dato curioso, infine, si ricorda che il 1453 è anche l’anno della cessione della Sindone, considerata segno del passaggio terreno di Cristo, alla dinastia di Savoia, che l’ebbe in eredità da Margherita di Charny con atto formalizzato il 22 marzo, nonché la data della caduta di Bisanzio, capitale culturale della Cristianità d’Oriente, per mano dei Turchi (29 maggio).
Paolo Barosso


Fonte: Giuseppe Colli, MIRACOLI A TORINO, Editrice il Punto, aprile 2005, Torino.

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