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Il Collare di Venaria Reale







Percorrendo la Via Maestra che attraversa il Borgo di Venaria Reale, il viandante è attratto sia dalla sensazione di “ordinata e uniforme simmetria” che il primo progettista, Amedeo di Castellamonte, conferì alla successione di palazzi che si diparte dall’esedra d’ingresso della Reggia Reale, sia dalla presenza, esattamente alla metà della “Contrada Granda”, dell’ellittica Piazza dell’Annunziata, ai lati della quale s’affacciano due edifici che mostrano l’aspetto esteriore di una Chiesa. L’una, dedicata alla Natività di Maria Vergine, svolge a tutt’oggi la funzione di luogo adibito al culto mentre l’altra, da intitolarsi secondo l’originaria intenzione a Sant’Eusebio, conserva della primitiva vocazione di Tempio cristiano esclusivamente la facciata, celando, aldilà del prospetto barocco che inganna l’occhio attribuendo al manufatto le sembianze di una chiesa, le stanze e i corridoi dell’Ospedale. Lo spazio ellittico interrompe d’improvviso la rigorosa geometria della linea retta tracciata dal Castellamonte, che la immaginò come asse centrale attorno al quale avrebbero dovuto trovare realizzazione la Residenza della Corte, le dimore dei nobili e del loro seguito, gli aulici giardini con i giochi d’acqua ed il Tempio di Diana, a formare un unicum armonico e compatto che rimanda a visioni seicentesche. Accanto all’effetto di movimentare, spezzandolo, il rigore geometrico del Borgo, la Piazza nasconde un più intimo significato, che si offre alla lettura sia nella forma ellittica dello spazio porticato sia nell’ornamento di due slanciate colonne che sorreggono rispettivamente la statua dell’Angelo Annunziante e, dirimpetto, quella della Vergine, ad evocare la scena biblica dell’Annunciazione.

Immaginando di osservare dall’alto l’antico Borgo, ci si accorge infatti che la foggia della via centrale traduce intenzionalmente in veste urbanistica la forma del Collare della SS. Annunziata, scelto come simbolo dell’Ordine cavalleresco fondato da Amedeo VI di Savoia, detto il Conte Verde, nella seconda metà del Trecento, forse in occasione della spedizione promossa dal Papa Urbano V nel 1363 per proteggere Bisanzio dalle mire espansionistiche dei Turchi o forse, più intuitivamente, per consolidare il legame della dinastia con gli esponenti delle famiglie nobili delle terre sabaude. Le due esedre, quella sulla quale s’affaccia l’ingresso alla Reggia e l’altra che conclude la via maestra sul lato opposto, ricordano i ganci, l’infilata di palazzi disposti in linea retta imita le forme del Collare stesso che si compone di una successione regolare di nodi, rose e motto dinastico F.E.R.T. mentre la piazza ellittica centrale rimanda al pendaglio aggiunto al Collare nel 1518 e ornato dalla scena biblica dell’Annunciazione. L’appartenenza all’Ordine, in origine detto del Cigno Nero e composto da quattordici prodi cavalieri oltre al Conte di Savoia (quindici erano infatti i misteri del Rosario secondo San Domenico), era materialmente simboleggiata da un Collare formato dalla successione di tre nodi, in seguito battezzati “Nodi di Savoia” per il loro singolare intreccio, alternati a 15 rose ed al motto dinastico F.E.R.T. Il Conte Carlo III di Savoia, detto il Buono, oltre ad elevare di cinque unità (come le piaghe di Cristo) il numero dei cavalieri, fece aggiungere al Collare, nel 1518, il pendaglio con la scena dell’Annunciazione, intitolando l’Ordine stesso alla Santissima Annunziata. L’incerta origine della simbologia adottata, ricca di richiami religiosi, legittimò, in ragione della sua “oscurità”, anche interpretazioni che ne ricercavano un significato magico o esoterico.
L’intreccio di linee che forma il Nodo di Savoia, detto anche del Signore, potrebbe rimandare, secondo un’interpretazione romantica suggerita dallo storico Cibrario, ai lacci d’amore che imprigionano il cuore del cavaliere medievale, traducendo in immagine visiva il dominio incontrastato che la dama esercita sull’amato. Il motto dinastico FERT, poi trasformato nell’acronimo F.E.R.T., si presta invece ad interpretazioni diverse, più o meno storicamente avvalorate, di cui ricorderò le più evocative:
secondo alcuni, discenderebbe dall’acronimo di “Fortitudo ejus Rhodum tenuit” (la sua forza preservò Rodi), suggerendo sia la partecipazione degli esponenti della dinastia di Savoia alle Crociate sia un’ipotetica spedizione vittoriosa di Amedeo VI (o Amedeo III) in terra di Rodi;
secondo altri, il motto evocherebbe il monito lanciato, in confessione, dal Beato Sebastiano Valfrè a Vittorio Amedeo II, noto per lasciarsi soggiogare facilmente dalla passione amorosa: “Foemina erit ruina tua” (la donna sarà la tua rovina);
secondo una terza tesi, nell’acronimo si rispecchierebbe l’impegno cavalleresco a tener fede alla devozione cristiana e agli accordi stipulati: “Foedere et Religione tenimur”;
un’altra interpretazione identificherebbe il motto con la terza persona singolare del presente indicativo del verbo latino “FERRE” lasciando intendere che il membro di Casa Savoia è in grado di “sopportare” le forze dell’avverso destino in nome dell’amata o, in senso religioso, per devozione della Madre di Cristo, la cui divina protezione è stata sempre invocata con forza dalla dinastia sabauda.
Paolo Barosso


Fonte: Massimo Centini, MAGIA A CORTE, Collana Gocce di Piemonte, Daniela Piazza Editore, maggio 2002

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