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Il mistero dei massi erratici







L’anfiteatro morenico, che cinge di dolce abbraccio la città di Rivoli e che prelude alle vette alpine che nobilitano la Valle di Susa, è disseminato di bizzarre presenze litiche, i cosiddetti “massi erratici”, che, da tempo immemorabile, giacciono in questo ritaglio di territorio posto ad Occidente di Torino. L’armonia paesaggistica di quest’angolo di Piemonte, che si compone di un’ordinata successione di campi coltivati, prati e boschi e che alterna tratti pianeggianti a rilievi collinari, appare in alcuni punti come improvvisamente contaminata dalla inquietante presenza di queste singolari formazioni rocciose. La loro severa imponenza sollecita, dalla notte dei tempi, il senso del magico intrinseco alla natura dell’uomo ed alimenta quell’ancestrale attrazione per il non conosciuto che ha generato forme di culto, racconti popolari, leggende ed anche teorie scientifiche accomunate dal tentativo di fendere l’impenetrabile alone di mistero che avvolge l’immagine dei massi erratici, ora attingendo all’inesauribile pozzo del soprannaturale ora indagando con criteri di razionalità scientifica. Nel 1850, il geologo Bartolomeo Gastaldi, confutando la tesi dei “Torrenzialisti”, che collegavano la dispersione dei massi erratici al fenomeno dei depositi alluvionali, impose il sigillo definitivo della Scienza al secolare mistero di queste formazioni rocciose. A lui si deve la formulazione della teoria “glacialista” che, avendo accertato la diversa composizione geologica dei massi erratici rispetto a quella delle rocce di cui sono costituiti i rilievi circostanti e la loro evidente affinità con alcune tipologie minerali tipiche di ambienti alpini, individua la causa della loro presenza nella forza di trascinamento esercitata dai ghiacci che, milioni d’anni or sono, sulla scia di potenti cambiamenti climatici, erano calati dalle vette alpine colonizzando gradualmente l’intera Valle di Susa sino alla piana di Rivoli e lasciando, come ricordo di sé, i depositi morenici e questi massi che scivolarono sulla loro mutevole superficie sino al punto ove oggi si trovano. A perpetuare la memoria del contributo scientifico di Gastaldi giace una lapide, posata sulla superficie della “Pera Mora” di Pianezza (To), che fu poi intitolata allo stesso geologo piemontese (Masso Gastaldi). L’isolamento e l’imponenza dei massi erratici, accompagnati dalla sensazione di estraneità all’ambiente circostante che essi trasmettono, favorirono sin da tempi remoti la diffusione di ancestrali forme di culto “litico”, fondate sul presupposto che certe pietre, in ragione della loro sagoma esteriore o di altre caratteristiche, siano provviste del potere di esercitare effetti benefici o taumaturgici, generati dal contatto fisico con la loro superficie. Questa proprietà implicava anche che esse fossero considerate come il tramite attraverso il quale energie soprannaturali, promananti da qualche divinità, agiscono sull’uomo suscitando guarigioni o stimolando la fecondità femminile. Questa visione “religiosa” attribuisce significato a certi gesti rituali che, ripetuti talvolta anche oggigiorno benché ridotti a gusci privati del loro senso magico originario, testimoniano di antiche credenze che ruotavano attorno agli effetti benefici indotti dal contatto con il masso. Sui massi di Truc Monsagnasco, tra Rivoli e Villarbasse, è inciso un reticolo di “coppelle” e canali di scolo che, secondo un’antica tradizione, costituirebbe la prova della funzione sacrificale di queste rocce, adoperate come altari e lavorate in modo tale che il sangue della vittima, lasciato scorrere nelle cavità della pietra, rivelasse all’occhio divinamente ispirato del sacerdote druidico il destino del villaggio o la volontà, così manifesta, dell’entità invocata. Nei pressi di Borgone di Susa, giace un masso che riporta incise le fattezze di una figura umana, battezzata il “Maometto” di Borgone, in quanto originariamente ricondotta alla presenza in zona di gruppi di Musulmani qui insediati all’epoca delle feroci scorrerie Saracene. Sembra, invece, che l’effige corrisponda alle sembianze antropomorfizzate di Vertumno, divinità celtica che si manifestava attraverso la potenza della natura. Con la Cristianizzazione di quest’area del Piemonte, promossa dalla predicazione di San Massimo, primo vescovo di Torino, queste forme di religiosità pagana che attribuivano alla pietra capacità taumaturgiche o il potere di mediare tra uomo e divinità, furono avversate dai ministri di Dio che le considerarono alla stregua di manifestazioni del demonio. Fu così che l’aurea di sacralità pagana che circondava queste rocce venne “esorcizzata” ora apponendo su di esse un segno visivo del nuovo Credo da diffondere, come nel caso della Croce che sormonta il masso di Sant’Antonio di Ranverso, ora trasformando la pietra da sito di culto pagano in sede di pellegrinaggio cristiano attraverso la fondazione di piloni o chiesette dedicate a Santi oggetto di venerazione locale, com’è il caso della cappella di San Pancrazio che sovrasta il masso Gastaldi a Pianezza, ora infine indicando la roccia stessa come luogo di esecuzione di martiri cristiani, come nel caso dell’impronta del ginocchio di San Valeriano, decapitato mentre pregava genuflesso, rimasta impressa sul masso di Cumiana. Ove non cristianizzato, l’alone di mistero che permea il masso erratico venne degradato a mera fonte di credenze magiche ed esoteriche, privata di legittimità dalla predicazione cristiana e consegnata al monopolio della fantasia popolare che ha provveduto ad intessere storie di “masche”, di Sabba e di spiriti maligni, com’è accaduto, ad esempio, al cosiddetto “Roc d’le Masche” visibile nei pressi del Santuario di San Pancrazio a Pianezza.
Paolo Barosso


Fonte: Claudia e Massimo Centini, LE GRANDI PIETRE, Susalibri, 1991

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