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Un'ipotetica Piazza Castello







L’architetto Alessandro Antonelli deve gran parte della propria fama pubblica alla slanciata sagoma della Mole Antonelliana, senza dubbio la più rinomata e invidiata fra le creature nate dalla geniale fecondità del suo talento creativo che ha dato forma, disseminandole per il Piemonte, a realizzazioni architettoniche pervase da un fantasioso e sorprendente senso di sfida alle leggi della fisica e all’imperio dell’estetica dominante. Questo singolare monumento, in origine destinato, per volontà della comunità ebraica torinese che commissionò l’opera, ad accogliere all’ombra delle proprie immani vele lo spazio, di forma tipicamente quadrangolare, di una Sinagoga, non costituisce però la testimonianza più sconvolgente della concezione che si era andata formando nella mente dell’Antonelli a proposito dell’effettiva estensione dei confini che limitano la libertà creativa di un architetto nella progettazione della propria opera.

Attorno al 1830, infatti, l’architetto novarese, profondamente suggestionato dalla visione dei monumenti dell’antichità classica che aveva avuto modo di contemplare soggiornando a Roma per un corso di perfezionamento, pose mano ad una serie di disegni, in seguito donati all’Accademia Albertina di Torino, che danno forma ad un’idea rivoluzionaria di rinnovamento urbanistico dell’area aulica del Potere sabaudo impostata attorno a Piazza Castello. Questo progetto, che fosse o meno destinato nelle intenzioni dell’architetto a realizzazione pratica, sollevò comunque vivacissime discussioni polemiche negli ambienti accademici dell’epoca per la sua portata travolgente e innovativa. Nell’immaginaria raffigurazione della nuova impronta della piazza, Antonelli evitò di farsi condizionare dai vincoli imposti dal rispetto del preesistente contesto architettonico, per quanto nobile fosse la mano dei progettisti di Corte che avevano disegnato quelle forme, e non si inchinò nemmeno di fronte alla sacralità della tradizione estetica barocca percepita dai Torinesi come patrimonio intangibile.

Ipotizzando, infatti, che il suo progetto di rinnovamento fosse stato approvato dall’allora Re Carlo Alberto, avremmo assistito alla scomparsa della severa facciata castellamontiana di Palazzo Reale, alla cancellazione dello spazio antistante chiuso dalla cancellata ottocentesca di fattura palagiana e sorvegliato dalle mitologiche figure equestri dei Dioscuri, all’impietosa rottura del lineare ed elegante disegno dei portici di matrice vittozziana che circondano Piazza Castello. In buona sostanza, si sarebbe posto mano al radicale abbattimento dell’area del Potere regio nella veste estetica che oggi siamo abituati ad ammirare per far posto ad uno spazio urbano rimodellato secondo l’originale estro dell’Antonelli, unico nella sua singolarità quantunque contaminato dalle giovanili infatuazioni neoclassiche che ne suggestionavano fortemente lo spirito. L’impeto creativo dell’architetto, che sembrava sentirsi legittimato a ridisegnare liberamente le forme della Piazza attingendo al proprio repertorio estetico e assecondando, senza timore di condizionamenti esterni, i capricci del proprio talento, si frenò soltanto dinnanzi alla settecentesca facciata di Palazzo Madama, che era stata calata dall’estro barocco di Filippo Juvarra quasi a voler celare le severe fattezze medievali del retrostante castello degli Acaja e che funge da aulico contenitore dell’arioso scalone interno. Il disegno antonelliano proponeva, infatti, che il prospetto monumentale, preservato dall’abbattimento, venisse smantellato per essere materialmente ricomposto in un punto più arretrato della nuova piazza, come se si trattasse di un qualsiasi elemento scenico da spostare a piacimento, smontandolo e rimontandolo a discrezione del regista. Nei disegni eseguiti dall’Antonelli sembra rivelarsi una figura di architetto simile ad un principe assoluto che decide del destino degli spazi affidati alla sua progettazione senza ritenersi condizionato né dalla tradizione architettonica consolidata né dal contesto urbanistico già esistente, per quanto pregevole e raffinato esso possa essere. Siccome, però, quel progetto non ebbe il minimo esito pratico e Piazza Castello fu quindi lasciata inalterata nelle sembianze che ancor oggi conserva, non ci è dato sapere se quei disegni siano interpretabili come semplice esercizio d’abilità destinato a rimanere sulla carta o se essi celino, invece, nelle intenzioni non indagabili dell’Antonelli, l’intimo auspicio e la segreta ambizione di una loro concreta realizzazione.

Paolo Barosso


Fonte: Renzo Rossotti, TORINO E I GRANDI, Il Capitello ed., 1990;

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