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L'Inquisizione a Torino







La Santa Inquisizione approdò anche a Torino stabilendo “casa e carceri speciali” proprio a ridosso del complesso di San Domenico, affiancandosi al sistema di sanzioni civili, già da tempo operativo, di cui si conserva traccia nei “Decreta Seu Statuta” emanati da Amedeo VIII (1430). Le testimonianze ci aiutano a fare chiarezza sullo spirito del tempo: lasciarsi scappare una bestemmia nella Torino medioevale, poteva costare la perforazione della lingua; offendere San Giovanni, il patrono della Città, costringeva invece al pagamento di un’ammenda di 50 Scudi.

Per comprendere il fervore cattolico che animava i torinesi del tempo, bisogna risalire all'arrivo dei discepoli di San Domenico di Guzman, approdati nella città sabauda intorno alla metà del Duecento: fu allora che prese vita quell’impulso di radicale purificazione che permeava di sé l’alta missione di salvaguardare l’ortodossia della Fede Cattolica contro le contaminazioni ereticali.

I Frati trovarono inizialmente un modesto riparo laddove oggi sorge la Cappella delle Grazie, al fondo della navata sinistra dell’attuale Chiesa di San Domenico. Oggi, in quel punto, il ciclo d’affreschi tratteggiato dalla mano del “Maestro di San Domenico” offre ai visitatori un piccolo scrigno d’arte pittorica, forse la pagina più finemente miniata che sia sopravvissuta in Torino a rappresentare il raffinato codice espressivo della pittura murale Trecentesca. Da quel primitivo riparo si sviluppò gradatamente il complesso conventuale, che nel tempo prese forme gotiche e tardo- settecentsche per poi tornare alla purezza originale grazie all'intervento di Giacomo Brayda (1906 - 1911).

L’impeto evangelizzatore dei Domenicani spinse il Papa Gregorio IX ad affidare al loro Ordine, con apposita bolla pontificia (1232), la gestione degli uffici del nascente Tribunale della Santa Inquisizione, investendoli pertanto del gravoso compito di indagare attorno alla eventuale natura eretica dei comportamenti dei fedeli che deviassero dall’ortodossia cattolica tentando di ricondurli alla verità della Fede.

Proseguendo sulla tracce dell'Inquisizione, si arriva ad indagare su ciò che resta del Trecentesco “Chiostro dei Morti” della Chiesa di San Domenico, il luogo sacro in cui venivano ospitate le spoglie mortali dei Frati Domenicani. Da lì, lo sguardo è libero di scivolare lungo la parete del corridoio disseminata di frammenti di lapidi incise con epitaffi funebri. In particolare, due epigrafi attirano l'attenzione: sono l'omaggio alla memoria dell’Inquisitore Beato Pietro Cambiasi di Ruffia morto “per la fede cattolica” nell’Anno del Signore 1365, i cui resti mortali trovano riposo all’interno della Chiesa, protette da un’urna. Sino a tempi non lontani, s’usava apporre la sera del 7 novembre d’ogni anno, accanto alla più recente delle due lapidi, un’immagine dipinta che ritraeva il viso del Beato affiancandola con due ceri accesi a perpetuare la memoria di un uomo che, avendo consacrato la propria esistenza alla missione di proteggere la Fede Cattolica, cadde ucciso da dieci pugnalate vibrate, in una raggelante notte del lontano 2 febbraio 1365, colpito da una mano assassina protetta dalle ombrose e silenti arcate del chiostro attiguo al Convento di San Francesco a Susa. Il ritrovamento del cadavere, fu seguito dalla ricerca di indizi che potessero rivelare le fattezze del volto omicida illuminandone i tratti avvolti dall’oscurità notturna. Essendo impossibile sciogliere i lacci che tenevano avvinta la verità impedendole di affiorare, fu la fantasia popolare a sostituirsi all’indagine giudiziaria arrogandosi il compito di far luce sul tragico accadimento, ora facendo risalire l’impeto d’odio alla furia vendicativa di un manipolo di “eretici di Meana”, ansiosi di porre a tacere il loro persecutore, ora conferendo al volto dell’assassino i lineamenti di un misterioso viandante della Valle di Lanzo guidato da motivazioni rimaste ignote sino alle terre di Susa per uccidere un Frate Inquisitore.

Anche il quartiere torinese circostante fu influenzato dall'immaginario spirituale del tempo: ne sono testimonianza le teste di cane che osservano i passanti dalla facciata del palazzo di foggia settecentesca al civico 11 dell’antica Contrada d’Italia (Via Milano). Le teste di cane, protese a sorvegliare l’ingresso dell’edificio, incarnano perfettamente quella propensione alla difesa della Fede dagli attacchi ereticali che portò l’immaginario collettivo ad intravedere simbolicamente nella figura austera dei Frati Predicatori lo spirito che anima il cane incaricato dalla natura di tutelare l’incolumità fisica del padrone proteggendolo dalle aggressioni. Ne nacque l’usanza, dovuta anche al gioco dell’assonanza semantica con il nome del fondatore, di definire questi dotti monaci “Domini Canes” (Cani del Signore). Paolo Barosso


Fonte: Massimo Centini, Magia a corte, Daniela Piazza Editore, maggio 2002

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