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La matrice solare di Torino







Tra le leggende che avvolgono le origini di Torino, ce n'è una particolarmente curiosa che lega la città al Sole. Il racconto è tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, dove il fiume Po viene indicato con l'antico nome di Eridano. Il giovane Fetonte, figlio di Elio e di Climene, volle un giorno accertarsi delle sue origini e si decise a chiedere una prova al padre: "dammi una prova, o genitore, grazie alla quale ognuno sappia che sono davvero tuo figlio, e levami questo dubbio dal cuore!" Elio, il dio del sole, acconsentì, ignaro del folle desiderio del figlio: guidare per un giorno il cocchio paterno, trainato dai cavalli con i piedi alati. Spaventato dalla richiesta Elio cercò di dissuadere Fetonte: "Pericoloso è quello che vuoi (...) Vuole il destino che tu sia mortale, non è da mortale quel che desideri! Neppure il signore del vasto Olimpo, che scaglia furiosi fulmini con la terribile mano, saprebbe guidare questo cocchio (...) E come farai a controllare i cavalli, focosi per quelle fiamme che hanno in petto e che soffiano fuori dalla bocca e dalle froge?" Ma Fetonte era irremovibile, e perseguì l'amatissimo sogno. Si mise alla guida, impaziente. I cavalli scalpitavano. La tragedia accadde quasi subito: i quattro cavalli alati, di cui Fetonte non conosceva il nome, s'impennarono fino a urtare le stelle. Quindi si avvicinarono alla Terra tanto da infuocarla. Gea, la terra madre, gridò fino a farsi sentire da Zeus, che fu costretto a lanciare un fulmine contro Fetonte per fermarlo. E' a questo punto che Torino entra a far parte del mito: si dice infatti che il cocchio di Fetonte cadde proprio nel Po, nel punto esatto in cui il fiume si incontra con la Dora e dove sarebbe nata Augusta Taurinorum. Le Naiadi d'Occidente seppellirono il corpo incenerito di Fetonte e sulla lapide scrissero questi versi: "Qui giace Fetonte, auriga del cocchio del padre; non seppe guidarlo e cadde, ma fu impresa grandiosa". Le Eliadi, sorelle di Fetonte, piansero tanto che Zeus, impietosito, le trasformò in pioppi. Il padre, affranto, nascose tutto il giorno il suo volto e dicono che l'intero giorno trascorse senza luce.


Fonte: Renzo Rossotti, Torino esoterica, Newton & Compton Editori

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