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Torino-Tibet. le linee sincroniche







Le cosiddette “linee sincroniche” sono formate da fasci di energia che, percorrendo le cavità sotterranee della Terra, esercitano un’influenza determinante sulle regioni attraversate imprimendo quella caratterizzazione “magica” che contraddistingue alcune aree del pianeta. Questo schema inusuale di interpretazione della realtà, elaborato da Oberto Airaudi, permetterebbe dunque di comprendere la ragione profonda per la quale certi aggregati urbani, come Torino o Praga, sono stati beneficiati dell’etichetta di “città magiche” o certe zone del pianeta, come il Piemonte, sembrino popolate più di altre da racconti che sfumano nella leggenda e che sconfinano nel terreno del mito. Il motivo sarebbe dunque da ricercare nel passaggio, impercettibile per i nostri sensi mortali, di questi flussi di energia sotterranea che lambiscono il Piemonte, effondendovi le proprie tensioni positive. Questi fiumi “carsici” esercitano la loro influenza sia attribuendo alle località che sorgono in corrispondenza della linea sincronica la natura di centri di irradiazione di energia magica sia trasformando le terre che si estendono al di sopra di questi giacimenti mobili d’energia in luoghi capaci di attrarre l’insediamento di popolazioni depositarie di conoscenze magiche appartenenti a diverse tradizioni. Tratto caratteristico del Piemonte, che legittimerebbe l’alone magico che circonda la regione avvicinandone l’essenza intima a quella di lande esotiche come il Tibet, discende dal peculiare intreccio in quest’angolo di Occidente di una rete di quattro linee sincroniche, due orizzontali (identificate con il colore blu e contrassegnate dalle lettere A e B) e due verticali (colorate di rosso e catalogate con i numeri 5 e 6). Queste linee si intersecano dando luogo alla formazione di due “nodi” provvisti di particolare energia: il primo deriva dall’incontro della linea sesta verticale con le due orizzontali e si trova in corrispondenza della città di Torino mentre il secondo, localizzato nel Canavese e generato dalla fusione della linea A orizzontale con la quinta e la sesta verticale, è stato scelto da Airaudi come luogo di fondazione della sua Damanhur. Inoltre, quest’ondata di dinamismo magico che pervade le linee sincroniche, raggiungendo l’apice in prossimità dei nodi, non si limita a contagiare le terre lambite dal fiume sotterraneo, trasformandole in centri di irradiazione di energia magica, ma pone nel contempo in stretta correlazione il Piemonte con le altre regioni del pianeta attraversate dalle stesse linee permettendo di gettare luce sull’intreccio di rapporti tra popolazioni antiche anche molto distanti tra loro. Quanto ai nodi, si è dunque constatato come uno dei due principali punti d’incontro tra le linee sincroniche piemontesi sia rappresentato da quella striscia di terra un tempo paludosa compresa tra il fiume Po e la Dora Riparia. Proprio quest’angolo dell’odierna Torino potrebbe aver ospitato i primi abitatori dell’antica Taurasia, che la storia qualifica come Taurini (talora confondendoli con i Taurisci) e le fonti accreditano come appartenenti ad “antica stirpe ligure” (Plinio il Vecchio) o come “Semigalli” (Tito Livio), suggerendo la sovrapposizione del ceppo celtico sulla preesistente matrice ligure. La documentazione storica, che scarseggia, si mescola alla mitologia greca ed egizia, sovente sfruttata per scopi celebrativi della dinastia di Savoia da scrittori di Corte quali Emanuele Thesauro, ora attribuendo la fondazione di Torino al principe egizio Eridano, il quale avrebbe portato con sé il culto tributato al Dio Apis simboleggiato dal toro, ora intrecciandone le origini con il mito olimpico di Fetonte, figlio del dio Sole, il quale, guidando il carro solare e provocando danni devastanti, sarebbe stato scaraventato per punizione da Giove nel fiume. Come narra Apollodoro, le sorelle, disperate, sarebbero accorse sulle sponde del fiume piangendo lacrime d’ambra e venendo poi trasformate nei pioppi che accompagnano tuttora il corso del Po. Soltanto più tardi, i Celto-liguri chiamarono il fiume “Bodincus”, ed i Romani “Padus” dal termine che designa una specie di pino selvatico. Prendendo spunto da questi miti, Airaudi immagina la Torino delle origini come una cittadella sacra abitata esclusivamente da sacerdoti circondati da adepti delle conoscenze magiche di matrice egizia e celto-ligure, realizzando quella mescolanza armonica tra tradizioni nordiche e meridionali che caratterizza fortemente l’impronta magica della città. Proprio questa preesistenza di conoscenze magiche coltivate dalle popolazioni stanziate in loco avrebbe esercitato un’influenza determinante sulla fondazione della colonia romana di Julia Augusta Taurinorum nel 25 a.C.. I Romani attribuivano solitamente grande importanza al rispetto dei “riti” tanto da assegnare loro anche la capacità di presiedere e regolamentare l’atto di fondazione di un nuovo insediamento. La castramentatio della città romana era infatti fondata sull’intersezione ad angolo retto dei due principali assi stradali: il Decumanus Maximus, l’attuale Via Garibaldi, che seguiva l’andamento Est-Ovest, ed il Cardo, corrispondente alla Via Porta Palatina, che invece era orientato lungo il canale Nord-Sud. L’orientamento Est-Ovest del Decumanus, in particolare, implicava che il tracciato riproducesse graficamente il percorso compiuto dal Sole nel corso della giornata con la nascita ad Est, fonte della vita, ed il tramonto ad Ovest, che simboleggia il declino. Nel caso di Torino, secondo le annotazioni di Airaudi, si è scoperto che il Decumanus devia rispetto al consueto assetto di circa 30° riconducendo quest’anomalia non alla casualità bensì all’influenza di quel complesso di precedenti conoscenze magiche legate al territorio delle quali i Romani non poterono non tenere conto nella celebrazione dei riti di fondazione della colonia subalpina. Le linee sincroniche, come si è anticipato, rivestono notevole importanza anche nella interpretazione dei rapporti, spesso oscuri, tra le popolazioni che colonizzarono il Piemonte ed altre regioni del pianeta. Riportiamo due esempi. La linea sincronica A orizzontale collega l’area subalpina al Mar Baltico e questo fluire di energie sotterranee potrebbe aver influenzato il moto di colonizzazione che portò l’antica stirpe dei Liguri ad estendere il proprio dominio sulle terre subalpine, fondendosi a partire dal VI secolo a.C. con i Celti. L’antichità della stirpe ligure è comprovata dall’accenno di Esiodo, confermato da Strabone, che immagina il dominio arcaico del mondo ripartito tra Sciti (allevatori di cavalli), Etiopi e Liguri (identificati dai Greci antichi come primi abitatori dell’Occidente). Plutarco, nella Vita di Mario, descrive la battaglia di Aquae Sextiae (102 a.C.), che contrappose l’esercito di Teutoni ed Ambroni, accomunati dalla matrice etnica definita ora germanica ora celtica, alle legioni romane comandate da Mario. Egli si sofferma sul dettaglio del grido di guerra lanciato dagli Ambroni che cominciarono a far risuonare nel campo il nome con il quale essi si riconoscevano. I Liguri, mescolati all’esercito romano, riconobbero nel nome di “Ambrones” la stessa radice con la quale anticamente essi qualificavano la loro stirpe e risposero ripetendo quel termine. Questo episodio è stato adoperato dai cultori dell’interpretazione magica della storia come tassello d’un complesso mosaico che comproverebbe l’esistenza di rapporti tra i Liguri stanziati in area piemontese e antiche popolazioni nordiche o baltiche, tra cui gli stessi Ambroni. Che i Liguri effettivamente vantassero ancestrali legami di parentela con gli Ambroni o consimili tribù, nel senso che fossero emigrati da quelle terre nordiche per colonizzare il Piemonte, non può essere accertato. Si scorge, tuttavia, una evidente coincidenza tra la circostanza riportata da Strabone e le indicazioni storiche che accreditano i Liguri come mediatori nei traffici commerciali di ambra, la preziosa resina fossile del Baltico, che veniva trasportata dall’estremo Nord per essere venduta a mercanti fenici e greci presso i porti della Provenza. Ed è anche interessante constatare che l’immagine degli antichi Liguri come commercianti d’ambra si riflette nel mito greco delle lacrime versate dalle sorelle di Fetonte e trasformate nella preziosa resina solidificata. In Piemonte si riscontra anche un’elevata concentrazione di oggetti “magici” custoditi in luoghi segreti come, ad esempio, il Vello d’Oro. Quest’oggetto, appartenente alla mitologia greca, ricorda l’impresa degli Argonauti e di Giasone nella lontana Colchide, regione che si estende alle pendici del Caucaso digradando verso le coste del Mar Nero ed essendo solcata dalla linea sincronica B orizzontale che attraversa anche il Piemonte. La figura mitizzata del Vello, in realtà, nascerebbe dalla consuetudine, in uso presso alcune popolazioni della regione, di adoperare pelli d’agnello per raccogliere le pagliuzze d’oro trascinate dalla forza dei fiumi che scendevano verso il mare. Questi granelli, intrappolati nel pelame, conferivano al vello quella veste dorata e luccicante che lo rendeva così affascinante, trasformandolo in oggetto mitico. Il Vello d’Oro, oggetto di contesa tra Greci e Troiani che ambivano a disporre delle sue proprietà magiche, è additato come il reale motivo di conflittualità che portò allo scoppio della guerra di Troia cantata dall’Iliade. Come discernere la verità storica dal mito? Nella bramosia di possesso del Vello d’Oro potrebbe scorgersi il riverbero mitologico della causa economica dello scontro militare, individuabile nel controllo dei traffici commerciali tra il Mar Ionio ed il Mar Nero. D’altronde, l’archeologo tedesco Schliemann riuscì nell’impresa di ritrovare i resti dell’antica Troia lasciandosi guidare unicamente dalle indicazioni riportate nell’iliade……Tornando al Vello come oggetto magico, dunque, gli stessi miti che intravedono nel conflitto di Troia una contesa per il suo possesso, narrano anche che alcuni transfughi troiani, scampati all’incendio della loro città, abbiano peregrinato per mari e per monti approdando alfine in Piemonte e fondando alcune città. In una di queste località piemontesi si troverebbe dunque custodito il Vello d’Oro e, d’altronde, Troia si trova in prossimità della linea sesta verticale che solca anche il Piemonte. Verità o leggenda? E’ difficile discernere il discrimine tra le due dimensioni, soprattutto per quei periodi della Storia scarsamente illuminati da prove documentali o archeologiche. I confini tra i due mondi, talora, si spostano ma è bene lasciare alla leggenda il suo incontrastato dominio. Paolo Barosso


Fonte: Alessandra Luciano, PIEMONTE TERRA DI MAGIA, Ed. Horus, aprile 1990, Castellamonte (TO)

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