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Rivoli, un incompiuto juvarriano


“Il completamento di questo Palazzo richiederà oltre cinque milioni di lire piemontesi, più di quanto sia stato sinora speso, perché una grande collina dovrà essere rimossa e il terreno livellato per far spazio ai giardini”, così si esprime J. G. Keyssler, viaggiatore ed esperto d’arte, che visita Rivoli nel 1729, rilevando nelle sue memorie gli aspetti pratici ed economici che avevano compromesso il grandioso progetto di riqualificazione architettonica del castello sabaudo, affidato a Filippo Juvarra nel 1715 e interrotto nel 1725. Di questo “incompiuto juvarriano” rimane oggi un affascinante frammento, corrispondente alla facciata orientale della reggia ideata dal sacerdote messinese e mai portata a compimento. Filippo Juvarra, nominato Primo Architetto Regio ai tempi di re Vittorio Amedeo II di Savoia affinché aggiornasse lo scenario urbano della capitale sabauda attenendosi ad una nuova concezione di magnificenza regia e ne ridisegnasse il volto proiettando su Torino la grandezza idealizzata dell’antica Roma, elaborò il progetto di un nuovo Campidoglio, sul modello di quanto già realizzato a Parigi e Vienna, di cui costituivano elementi cardine, tra gli altri, la “Real Chiesa di Superga”, il sacrario dinastico, e, appunto, il castello di Rivoli, uniti da un cannocchiale prospettico, lungo venti chilometri, carico di valenze simboliche e ideologiche. La complessità delle vicende costruttive che hanno scandito la vita del castello di Rivoli, dapprima maniero medievale, poi maison de plaisance (casa aulica di caccia e di piacere) seicentesca e, infine, residenza extraurbana del sovrano settecentesco, ne ha condizionato l’immagine attuale, che deriva dalla combinazione di tre fattori: contingenze storiche, ambizioni dinastiche e interventi di grandi architetti. L’esistenza di un castrum sulla sommità del poggio morenico sovrastante il borgo di Rivoli e dominante l’imbocco della Valle di Susa, corridoio di passaggio per eserciti, mercanti e pellegrini, è attestata da un diploma del 1159 con cui Federico Barbarossa, stanziato con il seguito di armati “apud Castrum Rivollum”, conferma i privilegi del monastero di San Solutore. La fisionomia del maniero medievale è perfettamente rispecchiata dal disegno di Bartolomeo Debbene, inserito nel volume “Civitas veri sive morum”, edito a Parigi nel 1609. Seguirono nel Cinque-Seicento gli interventi di aggiornamento stilistico e adeguamento funzionale diretti da Francesco Paciotto da Urbino, il progettista delle cittadelle di Torino (1564-67) e di Anversa, da Ascanio Vittozzi e dai due Castellamonte, Carlo e Amedeo, incaricati dai duchi Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele I di conferire dignità di reggia ad una costruzione che, nel tardo Cinquecento, appariva ancora composta da un insieme di immobili slegati tra loro, abbarbicati alla cima del pendio e sovrastati in altezza da una torre quadrata centrale. Il Settecento assistette al sorgere e all’infrangersi del sogno juvarriano, il grande vedutista e scenografo che immaginò per Rivoli un destino da Versailles, ridisegnandone struttura e volto in maniera tale che la magniloquenza delle forme rispecchiasse la grandezza della dinastia e comunicasse al visitatore il senso e il vigore dello Stato. Il sogno si frantumò nel 1726 quando un concorso nefasto di circostanze, le ristrettezze finanziarie in cui si dibatteva il Regno, la destinazione dei fondi residui al completamento di Venaria e Superga, l’abdicazione e il successivo imprigionamento di Vittorio Amedeo II al castello (1730/32), interruppe il cantiere, facendo dissolvere l’ambizione di trasformare Rivoli in una copia di Versailles. L’oblio in cui cadde la reggia rivolese venne interrotto soltanto dall’intervento di Carlo Randoni, commissionato nel 1793, alla vigilia dell’occupazione napoleonica, da Vittorio Emanuele duca d’Aosta, figlio secondogenito di Vittorio Amedeo III e beneficiario della reggia, concessagli in appannaggio come “luogo di caccia”, ma occorre attendere sino al 1984 per assistere ad un recupero strutturale della residenza sabauda, riportata all’aspetto originario (senza produrre, però, “falsi storici”, come rilevò Federico Zeri) e rifunzionalizzata come contenitore di un’esposizione permanente d’arte contemporanea affiancata da esibizioni temporanee, ospitate nella Manica Lunga. Sul castello di Rivoli si proiettano frammenti di storia piemontese e sabauda, leggibili analizzando con attenzione la stratificazione architettonica che caratterizza la residenza. Il luogo, fortificato già nell’XI secolo per la valenza strategica, in quanto sito all’imbocco della Valsusa, teatro di transiti militari e commerciali sin dall’età preromana (la frequentazione della Via Eraclea, costeggiante il corso di Dora e Durance è attestato sin dal VI secolo a.C.), venne a lungo contesto tra i vescovi di Torino, affermatisi, in competizione con il Comune, come depositari di quei poteri natura pubblica che erano rimasti vacanti dopo la fine della marca arduinica, collegata alla morte di Adelaide nel 1091, e i conti di Moriana-Savoia che, avanzando sul versante piemontese, si assicurarono il controllo del castello nel 1247. Il castello di Rivoli suscitava appetiti sia perché posto a guardia della valle e proteso verso l’agro torinese, sia perché l’egemonia sul luogo assicurava l’incasso di consistenti pedaggi (si calcoli che, nei secoli centrali del Medioevo, all’incirca 25.000 capi di bestiame, approssimandosi la stagione estiva, transitavano all’ombra del castello, per trasferirsi dai poderi di pianura ai pascoli d’alta quota e che l’esenzione dal versamento del dazio, o teloneo, dovuto al passaggio delle mandrie, costituiva un privilegio ambito). Amedeo VI, il Conte Verde (così soprannominato per la predilezione che manifestò per il colore verde, il cui uso era consigliato dai medici contro il mal d’occhi, sin dalla fortunata giostra di Bourg-en-Bresse nel 1353), fissò al castello nel 1350 le nozze della sorella Bianca con Galeazzo II Visconti, fondandovi nel contempo l’Ordine dinastico del Cigno Nero (i cavalieri esibivano su scudi e sopravesti un’arme d’argento al cigno nero beccato e piotato di rosso), antesignano di quell’Ordine del Collare (poi dell’Annunziata) che vide la luce pochi anni più tardi, nel 1362 o 1364. Amedeo VI confermò nel 1356 il ruolo del castello negli intrighi dinastici, appoggiandosi a Rivoli per condurre la campagna militare contro il ribellismo del cugino, il principe Giacomo d’Acaja, esponente di quel ramo cadetto dei conti di Savoia al quale, alla fine del XIII secolo, venne affidato il governo del versante piemontese della Contea, corrispondente ad una sottile striscia di terra subalpina che includeva Ivrea, Pinerolo, Fossano, Savigliano e Chieri. Il Conte Rosso, Amedeo VII, stabilì a Rivoli la base per muovere battaglia contro il marchese del Monferrato, nel quadro della politica espansionistica diretta a consolidare le posizioni sabaude in Piemonte. Nel 1414, Amedeo VIII (noto anche per essere stato l’ultimo antipapa, con il nome di Felice V) ricevette al castello di Rivoli l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo, che nel 1416 a Chambéry concesse al conte di Savoia il titolo ducale. Il riconoscimento del titolo ducale ai Savoia, preceduto dall’investitura di Amedeo VII a vicario imperiale nel 1365, era stato deciso dall’imperatore non soltanto per formalizzare il ruolo di primo piano acquisito dalla dinastia alpina sullo scacchiere occidentale ma trovava giustificazione politica nell’urgenza di controbilanciare l’influenza francese nell’area, rinsaldando i legami che da sempre univano i Savoia stessi all’impero. Con il trattato di Cateau-Cambrésis (1559), che seguì la vittoria dell’esercito imperiale comandato da Emanuele Filiberto a San Quintino e prefigurò la reintegrazione dei Savoia nei loro legittimi possedimenti, si attivò un farraginoso processo di restituzione di piazzeforti e città piemontesi occupate da Francesi e Spagnoli, destinato a protrarsi per alcuni anni (Torino, Chieri, Pinerolo, Villanova d’Asti, Chivasso, rimasero sotto il controllo francese per cinque anni dalla firma del trattato mentre le piazzeforti del Piemonte orientale, tra cui Vercelli e Asti, vennero, ancora per un po’, trattenute dagli Spagnoli allo scopo di rinsaldare le posizioni attorno a Milano). In attesa che Torino tornasse nella disponibilità dei Savoia (1563), Emanuele Filiberto fissò la propria dimora nel castello di Rivoli, che il 12 gennaio 1562 vide la nascita dell’erede al titolo ducale Carlo Emanuele I. Rivoli assistette anche ai fermenti anticipatori di quella Egittomania che si manifestò appieno nel Settecento e che venne preceduta dalla riscoperta, con l’Umanesimo, del ruolo esercitato dalla civiltà nilotica nel bacino del Mediterraneo. Nel 1630, infatti, Carlo Emanuele I di Savoia acquistò da Carlo Gonzaga di Nevers all’incirca 270 reperti egizi ed egittizzanti, noti come “Lotto Gonzaga”, che costituirono il nucleo embrionale delle collezioni egizie di Casa Savoia. Tra i pezzi acquisiti, spiccava per importanza, e anche perché attirò l’attenzione di Napoleone, appassionato cultore della figura di Iside, che volle inserita nella nuova arme di Parigi, la Mensa Isiaca o Tavola Bembina (così detta dal nome del proprietario, il cardinale Bembo, che la cedette ai Gonzaga), una tavola d’altare bronzea di età romana proveniente da un tempio dedicato alla dea egizia. Il gruppo di reperti avrebbe dovuto trovare collocazione nella Manica Lunga del castello di Rivoli ma le vicende legate alla guerra di successione al ducato di Mantova arrestarono il cantiere, impedendo che il progetto si realizzasse. Naturalmente non si mancò di addebitare il contrattempo al nefasto influsso dei reperti egizi. Nell’ultimo quarto del XVII secolo, Rivoli torna protagonista, ma in negativo. Nel 1690 il Re Sole, Luigi XIV, minacciato dalla Lega d’Augusta, una coalizione internazionale anti-francese, intima al duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, di consegnargli Torino e la fortezza di Verrua ma il Savoia resiste e, rompendo l’alleanza con la Francia, si avvicina al fronte avverso, legandosi all’Austria. Sostenuto dal principe Eugenio di Savoia-Soissons, Vittorio Amedeo II rimediò due brucianti sconfitte, la prima nei pressi dell’abbazia di Staffarda (1690), che causò 4000 morti, e la seconda (detta impropriamente battaglia della Marsaglia, in riferimento al cascinale di Cumiana, sulla destra orografica del torrente Chisola, dove aveva posto il campo il Catinat, mentre lo scontro si svolse nei pressi di Orbassano). Una scia di castelli incendiati illuminò la strada dell’esercito francese, comandato dal maresciallo Nicolas de Catinat, che s’era attenuto all’ordine impartito dal marchese di Louvain, ministro della guerra, “Brulez, brulez bien leur pays”, interpretandolo in modo rigoroso e dando alle fiamme i castelli valsusini e le residenze sabaude, inclusa Rivoli. Si dice che Vittorio Amedeo II, non ancora re ma duca di Savoia, assistendo da lontano alla scena del castello dinastico avvolto dal fumo, rivolgesse il pensiero più all’incolumità dei sudditi che non all’integrità della fortezza, esclamando “Piaccia a Dio che il nemico arda tutti i miei castelli ma risparmi i casolari dei miei contadini”. Il castello di Rivoli fu anche il teatro delle ultime vicende di re Vittorio Amedeo II che, in queste sale, abdicò in favore del figlio nel 1730 per poi, dopo un breve soggiorno trascorso a Chambèry, tentare vanamente di riprendere in mano le redini dello Stato, suscitando la reazione di Carlo Emanuele III. Il duca in carica, pur legato da profondo affetto al padre, accortosi dell’incipiente follia che gli stava annebbiando la mente e considerandolo pericoloso per la stabilità dello Stato, lo fece rinchiudere nelle sale del castello di Rivoli, obbligandolo all’inazione e isolandolo da tutti, ivi inclusa la moglie morganatica, la marchesa di Spigno, relegata in un istituto di reclusione per prostitute a Ceva. Concessa alla marchesa la possibilità di riunirsi al marito, non passò molto tempo che la morte colse Vittorio Amedeo II, nell’autunno del 1732. La carenza di fondi, il dirottamento di quelli avanzati ai cantieri di Superga e Venaria, considerati prioritari, i tragici eventi che segnarono la fine di Vittorio Amedeo II, determinarono l’interruzione del cantiere di riqualificazione architettonica, affidato al Juvarra nel 1715, ma salvarono dall’abbattimento la Manica Lunga seicentesca, sopravvissuta sino ai nostri giorni e rifunzionalizzata come pinacoteca, biblioteca e videoteca. Il castello di Rivoli non è soltanto leggibile come una raccolta di episodi di storia sabauda, che si riflettono sulle sue forme architettoniche, ma è anche riguardabile come un manuale di architettura. Ripercorriamo brevemente la stratificazione di interventi, realizzati o rimasti sulla carta, che hanno condizionato le sembianze attuali del castello, trasformandolo da edificio fortificato dall’aspetto medievale in residenza settecentesca, specchio, sebbene incompiuto, della dignità regale agognata da molto tempo e acquisita formalmente con il trattato di Utrecht del 1713, che concesse ai Savoia il titolo di Re di Sicilia (poi Sardegna, con la pace dell’Aia del 1720) Durante il soggiorno al castello di Rivoli, Emanuele Filiberto maturò l’idea, ripresa dal figlio Carlo Emanuele, di promuovere l’aggiornamento stilistico del maniero, inserito in quella rivoluzione urbanistica che accompagnò Torino nel passaggio dalla condizione quattrocentesca di città dominante allo status cinque-seicentesco di città-capitale, baricentro di uno Stato che stava assumendo vesti e fisionomia dell’assolutismo regio. Nell’ottica di consolidare il prestigio dinastico attraverso l’architettura e di frenare le rivendicazioni della nobiltà feudale, Emanuele Filiberto avviò un programma di acquisizioni fondiarie che formò attorno alla capitale del ducato un sistema articolato di possedimenti terrieri, riserve di caccia, castelli, premessa per la creazione di quella “corona di delizie” destinata a dilatarsi e arricchirsi con le politiche urbanistiche dei sovrani sabaudi tra Sei e Settecento. Nel cantiere di Rivoli si succedettero architetti legati alla corte, dall’urbinate Francesco Paciotto all’orvietano Ascanio Vittozzi, dai due Castellamonte, Amedeo e Carlo, agli interventi di primo Settecento diretti dal ticinese Michelangelo Garove (che riprese disegni progettuali di Robert De Cotte e Jules Hardouin, architetti di re Luigi XIV) e del piemontese Antonio Bertola. Gli interventi cinque-seicenteschi trasformarono l’immobile da castello medioevale con funzioni difensive in maison de plaisance, luogo deputato ai passatempi, al loisir della corte. La fisionomia del castello seicentesco, riqualificato come residenza aulica di piacere, appare riprodotta dalle tavole del Theatrum Sabaudiae, il grande atlante in folio con le immagini di Torino e delle città del Ducato commissionato da Carlo Emanuele II nel 1682 alla stamperia Blaeu di Amsterdam come strumento propagandistico d’avanguardia, destinato a far rifulgere, attraverso la circolazione dei disegni nelle corti europee, la grandezza degli Stati Sabaudi, contribuendo anch’esso a legittimare le ambizioni dinastiche all’acquisizione del titolo regio. Il Theatrum Sabaudiae non riproduce in modo fedele l’esistente ma lo idealizza, comunicando un’immagine difforme dalla realtà, in linea con lo spirito encomiastico e con le finalità propagandistiche che animano il progetto. L’immagine riprodotta dalle tavole del Theatrum restituisce la visione di un castello che somiglia nella struttura esterna al castello di Moncalieri, un possente parallelepipedo con quattro padiglioni angolari, e che evoca, nei tetti spioventi alla francese, il castello del Valentino. Dalla fabbrica centrale si protende la Manica Lunga, esile architettura proiettata in direzione est-ovest ad assecondare l’andamento del dosso morenico, voluta da Carlo Emanuele I come contenitore delle collezioni ducali. Con la fine della guerra di successione spagnola, s’inaugura una nuova stagione urbanistica per il Ducato, poi Regno, in cui la città-capitale non è più modellata come se fosse una cellula isolata e a se stante ma è integrata in un disegno pianificatorio che coinvolge il territorio circostante e che tratta l’ambiente naturale non più come semplice quinta scenografica delle architetture o come luogo da sfruttare dal punto di vista produttivo bensì come parte integrante della visione urbanistica della “capitale diffusa” e come attore capace di interagire con le forme architettoniche e le soluzioni urbanistiche secondo un complesso sistema architettura-scena-paesaggio. Il principio della “centralità diffusa”, dunque, muta il rapporto tra la città-capitale e le residenze extraurbane, che ne rispecchiano immagine e funzioni, come un sistema di tende regali disposte sul territorio a materializzare la presenza del sovrano e a dilatare i confini della città-capitale medesima, sede del Potere assoluto, facendoli coincidere con quelli dello Stato. La rivisitazione del sistema di residenze extraurbane, reinterpretate da maison de plaisance ad uso della corte in luoghi che rispecchiano, con la magniloquenza delle architetture, il senso e il vigore dello Stato assoluto, acuisce l’urgenza di trovare una forma di raccordo e di integrazione tra le residenze extraurbane e la capitale attraverso un sistema di assi rettori che si diramano dal centro verso i punti esterni. Città e territorio sono così inseriti dagli architetti che lavorano alla pianificazione urbanistica in una visione d’assieme, in cui giocano un ruolo determinante vedutismo e scenografia, due ambiti in cui eccelleva Filippo Juvarra. Vittorio Amedeo II affidò nel 1715 i lavori di riqualificazione architettonica del castello di Rivoli all’abate messinese che, da un lato, progettò l’aggiornamento stilistico del fabbricato, adeguandolo ai dettami del classicismo imperante e proiettandone le forme in una dimensione magniloquente che lo ponesse in grado di gareggiare con Versailles e Schonbrunn, e, dall’altro lato, integrò in una visione d’assieme architettura, scena e paesaggio, raccordando il castello stesso all’ambiente circostante e alla città-capitale (ricordiamo che Juvarra, incaricato da Giovanni V di Portogallo di progettare una nuova reggia, cambiò due volte il progetto in funzione del sito che era stato scelto per accoglierla). Nel biennio 1711/12 Vittorio Amedeo II, consapevole della necessità di collegare residenze extraurbane e città con sistemi innovativi, aveva assegnato al ticinese Michelangelo Garove, nativo della valle d’Intelvi come il Borromini, il tracciamento dello “Stradone reale”, un rettilineo costeggiato da filari di alberi (utili sia a scopi ornamentali sia per radicare le sponde) che, conformandosi ai dettami della trattatistica settecentesca (che imponeva come scelta obbligata il raccordo delle capitali alle regge extraurbane a mezzo di assi rettori multipli, fiancheggiati da alberi “plantés en ligne droite”), congiungesse il poggio morenico di Rivoli con Porta Susina, prolungandosi sino alla “zona di comando” (piazza Castello). Con gli Ordinati del Comune di Torino del 1711 si ripartiscono le spese di tracciamento a carico dei Comuni interessati. Il rettilineo, che tagliava di netto la campagna tra Torino e Rivoli, era affiancato da filari di olmi, un albero caricato sin dall’antichità di significati simbolici, legati sia alle proprietà medicali delle fibre della corteccia (Plinio le consiglia come rimedio per cicatrizzare le ferite) sia anche a certe caratteristiche dalla pianta (la pesantezza dei rami che, cadendo, provocavano vittime), che proiettavano su questa specie arborea un’immagine ambigua, talora nefasta (tanto che, in certe culture, il legno di olmo era usato per la fabbricazione delle bare e la combustione rituale dei cadaveri) e talora non priva di richiami alla sfera del divino (il fatto che sotto le sue fronde si amministrasse la giustizia evoca l’idea che l’olmo, in quanto ponte di comunicazione tra sfera terrena e divina, fosse in grado di ispirare i verdetti emanati dai giudici). Sin dal XVII secolo, come accadde anche per il tiglio, l’olmo s’impose in Europa come pianta ornamentale, che i trattati di urbanistica consigliano di allineare in filari lungo le strade di collegamento tra le città capitali e le residenze extraurbane dei sovrani. La morte di Garove, sopraggiunta nel 1713, non decretò la fine del progetto, proseguito da Filippo Juvarra, che reinterpretò la fisionomia urbanistica della capitale e del territorio secondo schemi tali da renderla funzionale alla nuova “politica del Regno”. In questa rilettura, che concepisce città e campagna come un tutto unitario, s’innesta la riqualificazione architettonica delle residenze extraurbane già esistenti come Rivoli e Venaria e la progettazione di nuove regge, come la Palazzina di Caccia di Stupinigi (è il potere dello Stato che si esprime nell’architettura, “il potere espresso in opere”, secondo una formula che ben si attaglia a Vittorio Amedeo II, promotore del fervore edilizio che animò il Piemonte settecentesco). La duplice urgenza di raccordare i monumenti all’urbanistica e allo scenario ambientale e di definire il rapporto tra le residenze extraurbane e la città-capitale coinvolge anche il castello di Rivoli che, già rinnovato nel Seicento con gli interventi di Paciotto, Vittozzi, Castellamonte, venne incluso all’interno di un disegno territoriale che contemplava l’integrazione della reggia con la città-capitale attraverso un inedito “cannocchiale prospettico” lungo venti chilometri, che s’innestava sullo Stradone Reale già disegnato dal Garove, prolungandolo sino ad infrangersi contro la barriera collinare ad Est di Torino. Nel Settecento si afferma, quindi, il principio della centralità diffusa che concepisce la città-capitale non come un centro unico e unitario bensì come un sistema proiettato all’esterno da una rete di assi stradali che si dipanano dal centro, collegandola all’insieme di tenute e residenze che le fanno da corona. Il potere dello Stato si esprime nella magnificenza delle architetture così come nella razionale pianificazione urbanistica, che non comprende più solo la città bensì inserisce la città stessa in una visione d’assieme con il territorio che la circonda. Torino s’impone all’Europa, sin dal Seicento, come modello di pianificazione urbanistica. La rete di maison de plaisance definita da Castellamonte come “corona di delizie” si trasforma in un sistema integrato di luoghi esterni alla città-capitale che ne proiettano immagine e funzioni sul territorio, dilatandone idealmente i confini. Così assume rilevanza il sistema di assi stradali che, diramandosi dal centro, raggiunge i principali punti del territorio dove sono disposte le residenze. Juvarra è facilitato nell’opera di raccordo tra Rivoli e Torino dalla preesistenza dello Stradone Reale garoviano (attuale corso Francia), che taglia la campagna tra la capitale e la reggia, e lo prolunga, formando un cannocchiale prospettico destinato a congiungere, dal punto di vista ideale e urbanistico, due punti di rilevante significato simbolico per casa Savoia: il castello di Rivoli, luogo dell’origine dinastica (nel duplice senso che le sue sale accolsero i natali di alcuni eredi al titolo ducale, come Carlo Emanuele I, e che la sua mole è prossima all’imbocco di quella valle di Susa che servì ai Savoia come “passerella” per espandersi in Piemonte) e la Basilica di Superga, luogo di devozione mariana e sacrario dinastico, pensato per accogliere le tombe della dinastia. Leggendo Rivoli e Superga come tessere di un disegno prospettico unitario, si intuisce come la scelta di localizzare una basilica mariana sul colle più alto che sovrasta la città-capitale non sia da leggersi soltanto come assolvimento di un voto religioso ma anche come logica conseguenza di un progetto di pianificazione urbanistica che integra città e ambiente circostante e che carica il territorio di valenze simboliche e ideologiche. Il cannocchiale prospettico che congiunge Rivoli a Superga si delinea così nella mente di Filippo Juvarra come un rettilineo stradale che taglia di netto la campagna tra la capitale e la reggia, lambisce la “zona di comando” torinese e si protende verso il punto più alto della collina, restituendo una visione simbolica in cui il castello di Rivoli è il punto di partenza e Superga, concepita come antipolo del primo, è il punto di arrivo. Tra i due monumenti si instaura così un fitto dialogo, fatto di prospettive urbane e significati simbolici. Il territorio compreso tra il colle di Superga e Rivoli è un vasto palcoscenico in cui il regista Juvarra può sbizzarrirsi, mettendo in scena soluzioni urbanistiche che, raccordando paesaggio e architettura, esaltino il senso e il vigore dello Stato unitamente al prestigio e alla forza ordinatrice della dinastia regnante. Così come il poggio morenico di Rivoli avrebbe dovuto essere spianato e modellato per accogliere l’ampio basamento della reggia, sviluppata in senso longitudinale, così il colle di Superga venne ribassato di quaranta metri per erigere la basilica e i detriti portati a valle (da cui il nome di Sassi dato alla borgata sottostante). Anche le forme architettoniche di Superga vanno lette in relazione al dialogo simbolico e prospettico con Rivoli: la sproporzione del pronao della basilica rispetto al corpo, fortemente accentrato e sormontato dalla cupola, si spiega sia con l’urgenza di prolungare idealmente il tempio, a costo di deformarne l’aspetto, verso Rivoli, come se il cannocchiale prospettico la risucchiasse, sia con l’urgenza di imporre la vista della fabbrica sacra a tutta la città-capitale distesa ai suoi piedi. Si comprende come l’ambiente naturale influisca sulle architetture e sull’urbanistica perché ne è parte integrante. La scelta di localizzare Superga sull’erta dell’omonimo colle è dettata così dalla volontà di dar forma ad un antipolo che dialogasse con Rivoli. Il progetto di riqualificazione architettonica di Rivoli in conformità ai canoni del classicismo e secondo moduli tipologici che ne avrebbero esaltato la grandiosità delle forme, accostandolo ai modelli di Versailles e Schonbrunn, non ebbe modo di concretizzarsi, per uno sfortunato concorso di circostanze, e il cantiere si arenò nel 1726, lasciando poche tracce di sé (l’attuale edificio equivale ad un terzo del progetto juvarriano). Tuttavia, è l’apparato iconografico commissionato dallo stesso Juvarra come presentazione virtuale del progetto a colmare il vuoto, restituendoci l’immagine della reggia fittiziamente rappresentata come finita. Le opere, basate sugli schizzi e i disegni eseguiti dal messinese, mettono in scena il sogno infranto di Filippo Juvarra, mostrandoci l’opera nella sua compiutezza, e includono il modello ligneo realizzato da Carlo Maria Ugliengo (1718), conservato a Palazzo Madama, e le quattro tele dipinte da Paolo Pannini, Andrea Locatelli, Massimo Teodoro Michela e Marco (o Sebastiano?) Ricci tra il 1720 e il 1723, dapprima esposte a Rivoli e successivamente trasferite in città. Le tele mostrano i quattro lati dell’edificio e l’atrio monumentale, evidenziando la magniloquenza delle forme architettoniche, in cui si rispecchiano i tratti caratteristici dello Juvarra, e mettendo in luce il rapporto del castello con il poggio morenico, ribassato e livellato per sorreggere il basamento che definisce il perimetro della reggia, e con il borgo sottostante, con cui la facciata principale (di cui rimane parte dell’ordine architettonico dorico a bugne in pietra bianca di Chianocco), rivolta a mezzanotte, sarebbe stata collegata tramite un sistema di rampe carraie e scalinate. Anche il declivio verso mezzogiorno, rivolto verso la pianura, sarebbe stato attraversato da un reticolo di rampe, scalinate e terrazzamenti, completati da esedre con fontane e statue e intervallati da grandi ripiani coltivati a giardino. Assi radiali e orizzontali si sarebbero intersecati, sul modello di Venaria, a disegnare il parco-giardino a ponente, con una serie di parterres, apartements-verts, fontane, boschetti, ad allietare la vista. Il progetto, partorito dal genio di Filippo Juvarra e sostenuto dall’ambizione dei Savoia, rimase, però, incompiuto, lasciandoci liberi di immaginare quali grandiose forme avrebbe potuto assumere il castello di Rivoli se si fossero trovate volontà e risorse per portarlo a compimento. Paolo Barosso


Fonte: Itinerari Juvarriani, a cura di Vera Comoli Mandracci, Celid, 1995, Torino

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