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Torino del Passato







Sul colle delle Maddalene dominante Torino, in un cascinale che fu gi una villa antica, io sto supplicando, senza speranze, una contadina sorda ad ogni mia lusinga.
Sorda anche perch ha compiuto laltro ieri il settantanovesimo anno.
bellissima.
Contro limmensa finestra a telaietti quadri, largento dei suoi capelli ondosi scintilla come largento delle vette alpine che si profilano alle sue spalle e la bella maschera sembra un volto giovane, modellato in una creta rossigna, dove la stecca duno scultore maestro abbia segnato poche rughe improvvise; gli occhi, di pura turchese, hanno un bagliore giovanissimo, ironico, vigilante. La figlia, la nipote, il nipotino che sfaccendano nella grande cucina ridono di me che ho preso le mani della granda e, seduto ai suoi piedi, sopra uno sgabello basso, le ripeto per la decima volta la mia profferta supplichevole:
Aggiungo dieci lire... ne aggiungo quindici...
La vecchia non ha capito. La nipote savvicina, le sillaba forte allorecchio:
Aggiunge quindici lire!, la vecchia esita. Poi salza, si volge alle donne con un sorriso ed un sospiro accennando al pendolo e a me:
Ah! Che balengo!
Esulto. Ho sentito in quella contumelia il consenso.
La vecchia incarta in una pagina del nipotino il robert minuscolo, una delizia di bronzo e di smalto, dalla panciuta grazia settecentesca, sfuggito non so come alle razzie degli antiquari. E la mia gioia tale che quasi non sento che la vecchia canta, certo per consolarsi del distacco da quella cara cosa famigliare, canta con una voce cos giovane ed armoniosa che sembra non appartenerle, sembra giungere da unaltra stanza:
La Bela Madamin la vlo marid,
A l Dca di Sassnia i so la vlo d...
Ma come? Si canta dunque ancora sui nostri colli torinesi: la Bela Madamin,
la canzone di Carolina di Savoia? Avevo dovuto occuparmene per certi studi
di folklore subalpino, la conoscevo attraverso le versioni del Nigra1, ma la
credevo un fossile, ormai, della letteratura popolare e gioisco ascoltandola, sorpreso come il geologo che si veda ad un tratto dinnanzi, viva e fresca nella luce del sole, la bella specie creduta estinta.

Ed eccomi seduto ancora sullo sgabello basso a trascrivere i versi sul dorso del piccolo pendolo gi incartato:
La Bela Madamin la vlo marid,
A l Dca di Sassnia i so la vlo d...
O s m bin pi car n pover paisan
che Dca di Sassnia cha l tant luntan!
Un pover paisan l pa del vostr onur!
l Dca di Sassnia a l n gran signur.
l Re cn la Regina lan pila bin pr man,
a San Giuan l mnla, en Piassa San Giuan.
Da gi cha l cos, da gi cha l destin,
faruma la girada anturn a tt Trin.
Cara la mia cgn, perch che piuri tant?
Mi sn vena da n Fransa cha l dco bin luntan.
Vui si vena da n Fransa, vui si vena a Turin
in Casa di Savoia, cha l n tin bel giardin.
Cara la mia cgn, and pr volunt,
che drinta a la Sassonia a fa tanto bel st!
Cara la mia cgn, tuch-me un po la man:
Tt lon che vraccomand sa l la mia Maman!
Tuch-me n po la man, me cari sitadin!
Per vive che mi viva vdr mai pi Turin!
E sapete chi era la Bela Madamin? La figlia del re. Quale re? Il re di Savoia.
E la cognata? E il duca di Sassonia? La vecchia, le donne non sanno altro. forse necessario sapere? Nulla nuoce alla poesia come la cosa certa. Nessuna cosa le favorevole come la perfetta ignoranza.


Fonte: Guido Gozzano

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