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Il mistero di Beatrice, infanta di Portogallo


A poca distanza dal Palazzo di Città, nella cripta sottostante la Basilica Mauriziana, riposano “in cornu Evangelii”, cioè alla sinistra dell’altare, le spoglie mortali di una donna e di un bimbo. La lastra tombale mostra l’epitaffio dettato dal conte Cibrario, “primo segretario di Sua Maestà per l’Ordine Mauriziano”, all’atto della tumulazione (aprile 1867), che dichiara l’appartenenza delle ossa, trasportate a Torino dalla vecchia cattedrale di Nizza, alla “Serenissima madama Beatrice duchessa di Savoia”, sposa di Carlo II detto il Buono e madre di Emanuele Filiberto detto Testa di Ferro, e al figlioletto Giovanni Maria. Dal testo del Cibrario traspare l’atteggiamento prudente dello storico che non dispone di appigli probatori sufficientemente robusti ai quali appoggiare la propria teoria e si limita, quindi, a prospettare come plausibile, alla luce degli indizi raccolti, l’identificazione delle ossa deposte nella cripta con i resti mortali della duchessa Beatrice, morta di puerperio a “Nizza al mare il dì otto gennaio 1538”. Tentiamo di sciogliere il mistero, diradando le nebbie che si sono addensate attorno all’appartenenza delle ossa tumulate nella cripta mauriziana. Beatrice, figlia di Emanuele di Braganza, re del Portogallo, e di Maria di Castiglia, si unì in matrimonio con il trentacinquenne Carlo II (o Carlo III), nono duca di Savoia, detto il Buono, il primo ottobre 1529 nella cattedrale di Nizza. A proposito di Carlo II, va registrata la divergenza di vedute che tuttora divide gli storici sabaudi a proposito della “numerazione” associata al nome del duca. Mentre la maggioranza degli studiosi opta per la denominazione di Carlo II, esiste una corrente minoritaria di storici che classifica il consorte di Beatrice, padre di Emanuele Filiberto, come Carlo III. Il dissidio deriva dall’incerta catalogazione, nel quadro successorio sabaudo, di Carlo Giovanni Amedeo, figlio del duca Carlo I (1468-1490), che, al momento della morte del padre, nel 1490, aveva pochi mesi di vita. La minore età dell’erede impose l’affidamento della reggenza del Ducato alla madre, Bianca del Monferrato, che conservò la direzione degli affari di Stato, facendo le veci del figlio, sino alla morte di Carlo Giovanni, avvenuta nel 1496. Quando morì, Carlo Giovanni aveva sette anni e non fece quindi in tempo a succedere al padre Carlo I nel governo effettivo del Ducato, pur essendo l’erede designato al titolo ducale. Dunque, la maggioranza degli storici, conformandosi al criterio dell’effettività, estromette Carlo Giovanni dal computo successorio, dato che la minore età impedì al fanciullo di assumere le redini del Ducato, e, di conseguenza, registra il duca Carlo il Buono come Carlo II e non come Carlo III. Il soprannome di Carlo II, il Buono, trova giustificazione non soltanto nel fervore religioso che lo animava e nelle pratiche di devozione che assolveva con regolarità, concependole come esteriorizzazione di quell’atteggiamento improntato alla “pietas” che condiziona in modo così marcato il linguaggio di corte nel Cinque-Seicento, ma anche in una certa inclinazione caratteriale all’ingenuità e alla sprovvedutezza nella conduzione degli affari di Stato che lo fece cadere nella macchinazione ordita nel 1508 dal segretario Giovanni Dufour (o Du Four), licenziato tempo prima per malversazione, in combutta con le città svizzere di Berna e di Friburgo, coalizzate per estorcere quattrini non dovuti al Ducato di Savoia. Gli Svizzeri, esibendo come titolo delle cambiali falsificate dal Dufour con la firma del duca Carlo I (morto una ventina d’anni addietro), pretesero da Carlo II l’adempimento di un’obbligazione in denaro in realtà mai contratta dal predecessore, dell’ammontare di 250.000 fiorini del Reno da corrispondere a Berna e 150.000 fiorini da versare nelle casse di Friburgo. Gli Svizzeri perfezionarono la trama fraudolenta intessuta per circuire il Duca di Savoia inventando pretesti capaci di legittimare le richieste di adempimento. I cantoni, incitati dal Dufour, giustificarono la promessa di pagamento che sarebbe stata formulata da Carlo I come segno di riconoscenza volto a ricompensare gli Svizzeri per l’appoggio militare garantito a suo tempo al duca di Savoia contro il marchese di Saluzzo. La minaccia di organizzare una rappresaglia armata in caso di mancato adempimento, affidando la conduzione del raid ai famigerati quadrati di picchieri svizzeri, servì a piegare la debole volontà di Carlo II, tratteggiato dalle fonti sabaude come “irresoluto e tentennante”, “maggiormente incline alla meditazione che all’azione risoluta”, sempre pronto ad aggrapparsi alla moglie Beatrice per cercarne sostegno nell’ora delle decisioni più importanti. Il duca assecondò, quindi, le richieste svizzere, versando nelle casse dei cantoni una somma di denaro tanto ingente che l’ammanco generato contribuì a debilitare ulteriormente le già vacillanti finanze ducali, compromettendo la saldezza dello Stato in un momento di grave crisi politica, con il Ducato stretto tra l’ingerenza imperiale e gli appetiti espansionistici francesi. La trama delle parentele, tanto complessa e ramificata quanto consueta per gli ambienti dinastici cinquecenteschi contribuiva a movimentare ulteriormente il quadro, avvicinando la posizione di Carlo II sia alla Francia sia all’impero: il re di Francia Francesco I, infatti, era nipote di Carlo II dato che la sorella di quest’ultimo, Luisa di Savoia, aveva sposato Luigi XII, padre di Francesco; Carlo II era cognato dell’imperatore Carlo V, dal momento che la sorella della moglie di Carlo il Buono, Isabella di Braganza e Portogallo, era stata concessa in sposa allo stesso Carlo V; inoltre, Carlo V e la moglie di Carlo II di Savoia, Beatrice del Portogallo, erano cugini mentre Carlo V e Francesco I, a loro volta, erano cognati perché Carlo V aveva sposato Eleonora, sorella del re di Francia. Il governo di Carlo II (1504-1553) coincise con il periodo degli accesi contrasti tra l’imperatore Carlo V, che progettava di restituire concretezza al titolo imperiale recuperando il respiro universale da tempo dissolto, e il re di Francia Francesco I, che non si fece scrupoli di approfittare sia dei segni di cedimento interni alla compagine imperiale, in particolare le tensioni causate dalla riforma luterana, sia delle minacce esterne, principalmente l’espansionismo turco che attraversava l’area balcanica lambendo le mura di Vienna con l’assedio del 1529, per trarne vantaggio e trasformare i punti di debolezza del nemico in altrettante fonti di destabilizzazione da sfruttare a proprio favore nella ricomposizione dello scacchiere internazionale. Carlo il Buono cercò di mantenersi neutrale, destreggiandosi nel reticolo di legami dinastici che lo vincolavano ora a Francesco I ora a Carlo V, e ostentò equidistanza da entrambe le superpotenze, non partecipando personalmente ma tramite un rappresentante alla cerimonia di intronizzazione del re di Francia, Francesco I, consacrato nel 1515 e declinando gli inviti di Carlo V. Nel 1525 la battaglia di Pavia segnò la disfatta di Francesco I, che vide svanire il miraggio di una Lombardia asservita alla Francia. I tempi sembravano maturi per un posizionamento del Ducato sabaudo a sostegno di Carlo V che, incassata la vittoria contro i Francesi a Pavia, aveva deciso di punire il marchesato di Saluzzo, apertamente schieratosi a fianco della Francia, confiscandone i territori e affidandone il governo ad un fratello del duca, il conte del Genevese Filippo. Il 24 febbraio 1530 Carlo il Buono prese parte da protagonista, insieme con altri principi come il marchese Bonifacio del Monferrato, alla cerimonia di incoronazione di Carlo V, che venne consacrato Imperatore dei Romani, per mano di papa Clemente VII, nella cattedrale bolognese di San Petronio. Ai principi legati all’impero era stato affidato il compito di portare sul luogo della consacrazione, la cattedrale, i segni esteriori del potere imperiale. Il conte Palatino Filippo reggeva il pomo, simbolo evocante l’universalità del potere imperiale, il marchese Bonifacio lo scettro, il duca di Urbino la spada mentre per Carlo II si riservò un ruolo tanto rilevante nel quadro della procedura d’impronta asburgica, cioè il trasporto della corona imperiale, che si vociferò fosse imminente il riconoscimento da parte dell’imperatore al duca di Savoia del titolo di Re, da sempre agognato dalla dinastia sabauda. Nei giorni della permanenza bolognese di Carlo V, le “malelingue” ebbero modo di proporre le interpretazioni più malevole e tendenziose del comportamento mostrato da Beatrice del Portogallo, moglie di Carlo il Buono. Beatrice, legata a Carlo V da vincoli parentali, “più amata che cognata”, trascorse con l’imperatore un’intera giornata, ottenendo, in riconoscimento dell’ascendente esercitato sul marito Carlo II affinché la Savoia si avvicinasse all’impero, il contado di Asti e le signorie di Ceva e Cherasco. La concessione, oltre ad alimentare i pettegolezzi di corte, rinfocolò l’astio di Francesco I, che si considerava defraudato di territori di cui ambiva il possesso e che considerava, come nel caso di Asti, assoggettata da oltre un secolo agli Orléans, di sua spettanza. Nel 1536 Francesco I, immemore dell’aiuto concesso a suo tempo da Carlo II, che aveva acconsentito al passaggio dell’esercito francese diretto in Lombardia attraverso i passi alpini occidentali controllati tradizionalmente dai Savoia, si lagnò della scarsa collaborazione di Carlo il Buono, rivolgendosi a lui con risentimento come a quel “ribaldo del barba” e definendolo “ny bon oncle ny bon amy”. Il pretesto per invadere gli Stati Sabaudi venne trovato facilmente: Francesco I contestava a Carlo di aver ostacolato in più occasioni il transito dell’esercito francese attraverso i valichi alpini e reclamava la restituzione di alcuni territori a vario titolo spettanti alla Francia, almeno stando alla versione dei fatti sostenuta da Francesco stesso (rivendicava Asti, concessa da Carlo V a Beatrice del Portogallo, perché appartenuta agli Orléans, pretendeva la restituzione della Bresse, considerata appannaggio di Luisa di Savoia, e accampava antichi diritti su Nizza e sul Faucigny). Aldilà dell’infondatezza delle pretese avanzate dal re francese, anche l’accusa rivolta a Carlo di non aver cooperato concedendo il libero passaggio attraverso i valichi non corrispondeva al vero. Infatti, Carlo, pur tentando di mantenersi in equilibrio tra la Francia e l’Impero, accolse trionfalmente a Torino le truppe di Francesco I, in occasione della campagna che condusse alla temporanea sottomissione di Milano ai Francesi con la battaglia di Marignano (1515), e mostrò all’ingrato nipote un’inedita via di transito attraverso la catena alpina, il colle dell’Argentera (Valle Stura), sino ad allora sfruttato solo dai pastori, che l’esercito di Francesco I attraversò eludendo così i presidi approntati dagli Svizzeri, schierati in funzione anti-francese. Francesco I, sconfitto a Pavia dagli imperiali nel 1525 e irritato dall’avvicinamento della Savoia alle posizioni imperiali, meditò la vendetta e invase nel 1536 gran parte dei territori sabaudi, dando il via ad una tormentata fase di smembramento del Ducato formalizzata nel 1544 con la pace di Crepy-sur-Laonnois, che sancì la frantumazione dei territori di Carlo II, spartiti tra gli imperiali (le regioni orientali) e i Francesi. Soltanto pochi brandelli rimasero sotto l’autorità di Carlo il Buono, peraltro condizionato nella sua autonomia e libertà di manovra dalle guarnigioni spagnole. La coppia ducale lasciò Torino nel 1536, peregrinando tra Milano, Nizza e la fedelissima Vercelli. Di lì a poco, nel 1538, un’altra sciagura si abbatté sulla famiglia ducale, già provata dalle vicissitudini politiche. L’8 gennaio morì a Nizza di parto a soli trentatré anni Beatrice del Portogallo, dando alla luce l’ultimo nato, Giovanni Maria. Prese così corpo il mistero legato alla tumulazione della salma. Carlo II tentò invano di ottenere dall’imperatore la scorta necessaria per accompagnare il feretro a Cuneo e Beatrice venne sepolta a Nizza, sotto la cattedrale di Santa Maria, disattendendo le disposizioni dettate dalla duchessa, poco prima della morte, al direttore spirituale Leonardo Alberto da Piobesi, che ne certificavano la volontà d’essere inumata nel “più vicino monastero dedicato a Santa Chiara”. Nel 1543 la cattedrale patì il saccheggio e le devastazioni dell’esercito francese che aveva cinto d’assedio Nizza. Infatti, nel quadro dell’empia alleanza stretta da Francesco I con il sultano turco Solimano II, il corsaro e ammiraglio turco Ariadeno Barbarossa, detto Kaireddin, guidò 6oo vele contro la città sabauda, che resistette pur registrando danni ingenti. La città subì poi altre distruzioni agli inizi del Settecento, ad opera dei Francesi del duca di Berwick. Nel 1858, nell’ambito dei lavori di spianamento promossi dal sindaco di Nizza per realizzare un’area verde sul sedime dell’antica cattedrale rasa al suolo dai Francesi, vennero alla luce i resti di un infante accanto a quelli d’una donna di un’età apparentemente inferiore ai quarant’anni. A poca distanza, si ritrovò uno scheletro maschile e un frammento lapideo con l’iscrizione “Filiberto” (allusione al figlio Emanuele Filiberto?). Il vicesindaco Perez interpretò i reperti restituiti dal sottosuolo come indizi attestanti l’appartenenza delle spoglie mortali alla duchessa Beatrice e al figlio Giovanni Maria. Congetturò che lo scheletro maschile dovesse appartenere ad un profanatore di tombe, che avrebbe approfittato dello scompiglio causato dall’assedio per dissacrare il sepolcro e depredare i cadaveri. Si immaginò che l’uomo fosse stato assassinato, dandosi alla fuga, da un complice, rimanendo intrappolato nello stesso luogo che aveva violato, mosso da cupidigia. Ceduta Nizza alla Francia e ferito l’orgoglio patriottico di Perez, il vicesindaco si trasferì a Genova portando con sé i resti nascosti in una cassetta. Scrisse al conte Cibrario, primo segretario dell’Ordine Mauriziano, sollecitando l’invio a Genova di un funzionario con il compito di dissigillare la cassetta e portarla a Torino. Dalla ricognizione dei resti, eseguita dal cavalier Ricagni, emissario inviato dal Cibrario, e dal quadro indiziario pazientemente ricomposto da Perez si evinse la possibile appartenenza delle ossa a Beatrice e al figlio. La consapevolezza di un impianto probatorio vacillante, che si riflette nella formulazione improntata a cautela dell’epitaffio dettato dal Cibrario, non impedì la tumulazione dei resti, eseguita nell’aprile 1867, nella cripta della Basilica Mauriziana dove giacciono tuttora. In mancanza di risultanze scientifiche (esame del DNA) capaci di dissipare ogni dubbio, accettiamo come valida la tesi del Perez, accolta con la necessaria prudenza anche dal Cibrario, e domandiamoci allora quale potrebbe essere la migliore destinazione per le spoglie della duchessa e del figlio: lasciarle riposare all’ombra della cripta, deciderne la traslazione a Superga, sacrario dinastico sin dal Settecento, o sistemarle sotto la cupola guariniana della Santa Sindone, che già custodisce, come da sua volontà, il corpo di Emanuele Filiberto? Nessuna traccia, infine, è stata rinvenuta né della cassa di piombo né della bara di legno commissionate apposta per proteggere la salma della duchessa e sovrastate dalle arme accostate dei Savoia e dei Braganza di Portogallo. Paolo Barosso


Fonte: “Testa di Ferro. Vita di Emanuele Filiberto di Savoia”, UTET, 2007, Torino

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