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Le ali di Michele sulla Valsusa







La Valsusa, con il suo incunearsi verso i valichi del Monginevro (il passo di “ad Matronas” delle fonti latine) e del Moncenisio (scelto da Carlo Magno nel 773 o 774 nella sua marcia di avvicinamento alle Chiuse di San Michele, dov’era attestato l’esercito longobardo), si è affermata nell’immaginario comune come corridoio di passaggio privilegiato per eserciti, mercanti e pellegrini. Fu il capostipite della dinastia sabauda, indicato dalle fonti in quell’Humbertus comes, detto “blancis manibus”, citato dalle cronache dell’abbazia di Hautecombe, sulla sponda occidentale del lago di Bourget, nucleo embrionale dei possedimenti dinastici, e dall’obituario dell’anonimo monaco di Talloires che ne commemora la morte (1048 o 1050?), ad intuire lo straordinario vantaggio strategico che sarebbe derivato ai suoi discendenti dal controllo dei passi alpini. Umberto e i successori impostarono attorno al dominio militare dei valichi alpini occidentali (Val Susa e Val d’Aosta) il perno di quella vasta dominazione territoriale definita dagli storici “stato di passo”. Dal controllo dei valichi dipese la capacità di condizionamento politico verso i principali centri di potere del tempo, l’impero ed i “regna” sorti dal disfacimento della costruzione carolingia, che non si sarebbero potuti avvalere dei passi alpini come punti di attraversamento per gli eserciti senza il consenso dei loro dominatori, i conti di Moriana-Savoia. Alla morte senza eredi del re di Borgogna Rodolfo III (1032), Umberto Biancamano approfittò della contesa successoria tra l’imperatore Corrado II il Salico e il conte Eude di Blois, figlio d’una sorella di Rodolfo, per valorizzare politicamente la posizione di controllore dei passi alpini e inserirsi, da protagonista, nel contesto internazionale. Umberto aderì al fronte imperiale, ottenendo in cambio protezione e concessioni territoriali, e si affermò quale accompagnatore “ufficiale” dell’imperatore attraverso i valichi alpini occidentali. Nel 1032 scortò Ermengarda, vedova di Rodolfo, a Zurigo, perché rendesse omaggio a Corrado mentre nel 1034 guidò l’esercito imperiale attraverso le Alpi per consentire a Corrado di raggiungere la Borgogna aggirando l’ostacolo dei passi del Giura e del Rodano, certo più facili da valicare ma presidiati da truppe fedeli al rivale Eude. Il matrimonio tra la “comitissa” di Torino Adelaide (erroneamente ricordata come marchesa di Susa), figlia di Olderico Manfredi, e Oddone, figlio di Umberto, saldò i possedimenti transalpini controllati dai conti di Moriana-Savoia con le terre marchionali arduiniche del versante piemontese e prefigurò le linee guida dell’espansionismo sabaudo. La morte senza eredi di Adelaide nel 1091 vanificò i progetti sabaudi, favorì la parcellizzazione del potere all’interno della vasta dominazione garantita dal matrimonio con Oddone ma non impedì ad Umberto II di fregiarsi del titolo di “Conte di Moriana e Marchese di Torino” (titolo mantenuto dai successori per sottolineare le pretese sabaude su Torino) e di conservare il controllo di Susa, testa di ponte sabauda al di qua delle Alpi. Come sintomo del fermento spirituale che fiorì dopo la stabilizzazione del quadro politico scosso dalle scorrerie saracene e anticipò il bando della prima crociata, dichiarata a Clermont nel 1095 da papa Urbano II, il pellegrinaggio si affermò come pratica tanto connaturata alla società medievale da confutare il luogo comune che percepisce il Medioevo come età dell’immobilismo. I pellegrini presero a percorrere freneticamente le strade d’Europa, alla ricerca dei luoghi del sacro, dove si credeva più facile incontrare Dio, soddisfacendo quel desiderio di salvezza individuale che dipendeva dalla capacità di ciascuno di purificarsi dalle colpe terrene. La Valsusa si affermò, in questo contesto, come snodo strategico tra la Francia e Roma: l’antica strada delle Gallie, che la attraversava, si meritò l’appellativo di “strata pellerina”, “strata fura” (per i frequenti agguati ai danni dei pellegrini), “strata romea” o “strata francigena”. Meno nota è la titolatura di “Angelus”, termine usato per designare la rete di strade predisposte, a vantaggio dei pellegrini, come mezzo per congiungere i principali poli di devozione micaelica (dove si venerava l’Arcangelo Michele). L’itinerario univa le estremità della topografia sacra legata all’Arcangelo, Mont-Saint-Michel au péril de la mer in Normandia e San Michele del Gargano, in Puglia, toccando come punto intermedio la Sacra di San Michele, in Piemonte, e la romana Mole Adriana (il Mausoleo di Adriano), meglio nota come Castel Sant’Angelo (dalla leggenda che celebra l’apparizione di Michele durante la processione voluta da papa Gregorio Magno nel 590 per implorare la cessazione della pestilenza che, abbattendosi su Roma, aveva colpito anche papa Pelagio II). Il pellegrinaggio, concepito come spostamento fisico cui corrispondeva un percorso di perfezionamento spirituale, toccava anche i luoghi di venerazione micaelica, testimoniando l’importanza che, nella prospettiva cristiana, era attribuita alla figura dell’angelo, quale mediatore tra sfera celeste e terrena. La credenza in entità celesti latrici di messaggi, accostabili agli angeli, è comune a varie culture. Gli “angheloi” greci - non una categoria a se stante ma, a seconda dei casi, esseri umani, uccelli o entità celesti - erano portatori di messaggi, capaci di assicurare lo scambio d’informazioni tra i mortali e gli dèi. I “daimones”, invece, sono spiriti benigni o maligni, capaci di influenza diretta sulla realtà. Plotino fa coincidere angheloi e daimones: portatori di rivelazioni, guide delle anime preesistenti nel viaggio verso l’incarnazione sulla terra, partecipi della creazione. Nel mondo ebraico il Mal’akim, l’angelo, comunica messaggi agli uomini, facendosi interprete e trasmettitore della volontà di Dio all’uomo, e combatte per l’esaltazione della gloria celeste di Jahvé, affermandosi come combattente che milita contro i nemici di Israele. Il precetto che proibisce di rappresentare Dio accresce per contraltare l’importanza dell’angelo, che è rappresentabile: se ne precisano natura e funzioni, li si quantifica in 209, e si attribuisce loro un nome proprio, Michele, Raffaele, Gabriele. Cristo, incarnandosi, si afferma come unico inviato di Dio, che esaurisce l’insieme dei rapporti tra uomo, mondo e Dio: tale lettura del Salvatore accantona l’angelo, obbligando a rivisitarne i compiti. Malgrado Cristo, mediatore diretto tra Dio e uomo, l’esigenza di un tramite “umanizzato” come l’angelo, capace di abbassarsi al livello dei mortali, fece sì che la venerazione della figura angelica sopravvivesse con tale vigore da determinare la presa di posizione del concilio di Laodicea (360) che proibì il culto degli angeli, equiparandolo di fatto all’idolatria. Dobbiamo alla “Hierarchia Coelestis” (V secolo d.C.) dello pseudo-Dionigi la classificazione degli angeli, la loro suddivisione in tre triadi e tre cori e l’inserimento nella terza triade del coro degli Arcangeli, i principi degli Angeli, che “stanno sempre dinnanzi a Dio”. Papa Zacaria, prendendo atto dell’impossibilità di cancellare il culto angelico, nel 745 legittima la venerazione di Michele, Gabriele e Raffaele. L’angelo, umanizzando il trascendente, favorisce il dialogo tra sfera terrena e sfera celeste, abbreviando l’incommensurabile distanza che l’uomo percepisce come frapposta tra sé e Dio. La tradizione cristiana, basata su testi canonici e scritti apocrifi, precisò con il tempo gli attributi di Michele: 1) Custode e protettore d’Israele – dopo la dispersione dei popoli, Dio assegna ad ogni nazione un angelo che ne assume la protezione; 2) protettore della Cristianità – lo si invoca nella veste di miles Christi, armato di corazza, elmo e scudo secondo lo stereotipo del crociato (iconografia francese, XIII secolo), come sostegno soprannaturale contro i nemici della fede (Michele compare dalla fine del VII secolo effigiato su vessilli, scudi e monete longobarde, quale tutore celeste assimilato al dio germanico della guerra, Wotan) ; 3) Combattente contro satana – l’Apocalisse assegna a Michele il comando degli angeli nella lotta contro il “grande drago”, figura del diavolo (questa lettura si attaglia alla rappresentazione di Michele in veste di soldato a piedi o tra le nuvole, raramente a cavallo, mentre trafigge, schiaccia o amputa il diavolo in forma di drago ma è altrettanto coerente con la versione iconografica diffusa nella Spagna medievale, che lo raffigura come vincitore del toro, allegoria del Cristianesimo che trionfa sottomettendo il paganesimo simboleggiato dal toro); 4) pesatore delle anime – la lettura di Michele come pesatore di anime (ipostasia) riporta ad un’immagine già delineata nella cultura egiziana, che propone la “pesatura” delle anime, gravate dalle colpe, come metodo per distinguere i salvati dai dannati (l’attributo di Michele pesatore si traduce iconograficamente nel nugolo di diavoletti che si accalcano attorno al piatto della bilancia, cui l’arcangelo si oppone intervenendo con lancia e spada a favore dell’anima meritevole); 4) psicopompo – Michele, riflettendo un attributo che fu di Hermes e Mercurio e fedelmente al compito assegnatogli dal Vecchio Testamento di accompagnatore verso l’aldilà delle anime dei giusti trapassati (Maria, Giuseppe, Mosé, Eva, Adamo), è presentato come guida delle anime (psicopompo), le scorta nel trapasso dal mondo terreno all’aldilà, difendendole dalle insidie dei demòni (l’attributo è rispecchiato dalla prassi dedicatoria che intitola a Michele le cappelle di posa, luoghi di sosta lungo i percorsi dei portatori di bare verso il camposanto, e gli oratori cimiteriali); 5) guaritore – l’affermarsi di Michele come taumaturgo ricalca i testi apocrifi, che ne celebrano le doti medicali (nella Vita di Adamo ed Eva, Adamo implora Michele perché abbrevi il travaglio di Eva mentre Eva e Seth lo invocano perché lenisca il dolore di Adamo morente; Michele è custode dell’albero della vita in Paradiso, dal quale spilla l’olio santo, che beneficia i malati). Nella letteratura religiosa, la visione di Michele che appare e guarisce “toccando” la vittima giustifica la credenza nelle proprietà prodigiose dell’olio “santo” tratto dalle lampade che ardono dinnanzi alle icone raffiguranti l’arcangelo. Negli attributi di Michele si riflette l’influenza esercitata da modelli greco-romani o orientali nel delineare i tratti caratteristici del principe degli arcangeli, in particolare Hermes, Mercurio e Mitra. Hermes, messaggero degli dèi e guida delle anime, era protagonista di un rito praticato presso alcuni santuari dell’antichità greco-romana: l’incubatio, dove il sogno estatico compare come strumento della rivelazione divina. Al sacrificio di un ariete in onore di Hermes segue la concentrazione del fedele, che si corica su una pelle di capra e si addormenta: il dio visita il fedele, impartendo istruzioni per guarire o emettendo responsi. Mercurio, dio latino dei commerci, s’impone anche come psicopompo, accompagnatore dei trapassati. Il culto miseriosofico di Mitra, con la sua promessa di salvezza individuale ed i suoi percorsi iniziatici, si celebrava nelle grotte, a stretto contatto con l’acqua, elemento vitale e rigenerante. Allo stesso modo, il santuario di Colosse, in Frigia (Asia Minore), dedicato a Michele, sorse nel IV secolo in prossimità di una grotta e di una sorgente considerata miracolosa. La grotta, come il monte, è il luogo della rivelazione, porta di comunicazione con il mondo dell’ultrasensibile. Le doti taumaturgiche della fonte accendevano il fervore dei pellegrini, tanto che le autorità ecclesiastiche della zona, dopo il concilio di Laodicea, presero delle contromisure, ordinando che le acque del vicino torrente fossero deviate di modo tale che gli apprestamenti cultuali fossero travolti e la fonte estinta. L’anacoreta Archippa, ispirato da Dio, arrestò il deflusso delle acque, salvaguardando l’integrità della fonte e del culto micaeliano ad essa connesso. Il culto di Michele, dall’Asia Minore, si diffonde nei territori sottoposti alla dominazione bizantina, tanto che, nei paraggi di una grotta e di un’altura, nell’area del Gargano, prese forma il primo santuario d’Occidente dedicato all’arcangelo taumaturgo. I Longobardi, attestati in Pannonia, assimilarono il culto di Michele dai Bizantini e, conquistata l’area del santuario per opera del duca Grimoaldo I di Benevento, ne fecero un polo devozionale, diffondendone il culto anche a Nord, nella Langobardia Maior, e accentuando, nell’iconografia micaeliana, la componente militaresca a discapito della funzione taumaturgica, sempre più marginale. Anche i Carolingi ne adottarono il culto. La Sacra di San Michele, intitolata al dominatore delle vette, sovrasta l’imboccatura della valle, attestando il radicamento del culto micaeliano in Occidente. L’Arcangelo, dominatore ab alto della Valsusa e della strettoia sottostante (le Chiuse di San Michele), è presentato dai cronisti clusini come protagonista delle leggende di consacrazione della Sacra, imbastite da abili eruditi per sopperire alla mancanza di un atto di fondazione. L’anonimo estensore della Chronica (XI secolo) e il monaco Guglielmo (autore della vita di Benedetto Minore), per legittimare le pretese autonomistiche dei monaci clusini dalle interferenze vescovili e signorili, misero in atto due accorgimenti: presentarono la fondazione della comunità monastica come atto complesso, caratterizzato dall’intervento di più fondatori e fecero in modo che Michele fosse percepito come consacratore celeste dell’abbazia. Così, entrarono in gioco le figure discusse di Giovanni Vincenzo, eremita forse ravennate (anche se soprannominato “Gioanin d’le rave”), che, stabilitosi sul Caprasio, ricevette in più occasioni, con la mediazione degli angeli, latori di messaggi per conto di Dio, l’ordine di spostare l’erigenda chiesa dalla cima del Caprasio alla vetta dirimpettaia del Pirchiriano, e del nobile alverniate Ugo di Montboissier, detto lo Scucito. Michele, invece, compare come consacratore celeste dell’abbazia (detta per questo Sacra). Anticipa il vescovo Amizone che, salendo da Torino, trova l’altare trasudante olio santo. Il messaggio è chiaro: la Sacra appartiene ai monaci benedettini, sottomessi alla sola autorità papale, non tollera intromissioni vescovili o marchionali. Il compito di legittimare le pretese autonomistiche della Sacra, riconosciute da pontefici e imperatori, spetta a Michele, che ne reclama la “proprietà” celeste, anticipando il vescovo nell’atto di consacrarla.

Paolo Barosso


Fonte: “San Michele. Le ali di un Arcangelo sulle vie dell’Europa”, Maria Franca Ventura, Gabrielli Editori, aprile 2008, Verona.

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