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Torino nella letteratura







Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, soggiornando per la prima volta a Torino nella primavera del 1888, rimase talmente rapito dalla veste architettonica e dalla cornice paesaggistica della capitale sabauda da definirla entusiasticamente come “una città secondo il mio cuore. Anzi, la sola: tranquilla, quasi solenne…”. Nikolaj V. Gogol', scrittore d’origine ucraina trapiantato a San Pietroburgo, vi transitò nel giugno 1837, diretto in Svizzera, magnificandone, in una lettera indirizzata alla madre, la struttura urbanistica, la regolarità del tracciato viario e il decoro architettonico (“Vi scrivo dalla capitale del Re di Sardegna, che non la cede alle altre in magnificenza…”, così esordisce Gogol, e prosegue “è famosa per la simmetria delle sue vie, il decoro, la regolarità e la pulizia delle sue case”). La presenza di Torino nella letteratura è costante e si riflette nei giudizi dei Grandi che la visitarono. Carlo Goldoni, drammaturgo e librettista veneziano, vi soggiornò nel 1751 per mettere in scena una delle sue opere al Teatro Carignano, la cui esistenza come edificio adibito a rappresentazioni e spettacoli, sebbene in forma architettonica diversa dall’attuale, è documentata già nel 1711, quando lo stabile che oggi lo accoglie era detto “del Trincotto rosso”, dato che, prima di funzionare come spazio per l’attività teatrale, vi si giocava il “trincòt”, la pallacorda piemontese, mentre il rosso alludeva alla nota cromatica dominante nei primi palchi installati. Goldoni, nelle memorie in francese, si soffermò sia sul temperamento dei Torinesi sia sulle caratteristiche estetiche della città. Del pubblico subalpino rileva la compostezza, dapprima interpretata come freddezza e, in seguito, alla luce di una più approfondita conoscenza del carattere locale, letta più correttamente come manifestazione esteriore d’un temperamento improntato al senso della misura, sia nell’espressione dei sentimenti sia nell’esternazione delle opinioni. Nel motto subalpino “esageroma nen”, quasi uno slogan o una dichiarazione programmatica, si legge la traduzione più efficace di questa attitudine misurata, che si riflette nel bel garbo, il sabaudo “bel deuit” (piemontesizzazione del latino doctus), inteso come regola di condotta alla quale conformare i rapporti interpersonali, nella pacatezza delle reazioni (mai esagerate o sopra le righe…”a l’è question d’nen piessla”, è la frase che il poeta Guido Gozzano fa risuonare in bocca al “savio Gianduia ridarello”), nella saldezza dei principi, che non vanno mai traditi (“fà el tò dover e cherpa”). Accanto all’atteggiamento compassato ma esigente del pubblico torinese, non facile agli entusiasmi, Carlo Goldoni coglie un altro aspetto del temperamento subalpino, definendo gli abitanti della capitale sabauda “molto cortesi e onestissimi”, un tratto caratteristico che si rispecchia nel celebre quanto ingiusto detto che imputa ai piemontesi, come dote caratteriale, “falsità, serietà e cortesia”. Interpretare la cortesia come falsità è una deformazione tipica dei nostri tempi. Oggi, posti di fronte al dominio di una volgarità che imperversa nelle trasmissioni televisive e, di riflesso, nella quotidianità, si ignora l’antica massima piemontese che esorta a mantenere un “bel deuit edcò con ij desteuit”, cioè ad essere educati anche con chi non lo è, per non abbassarsi al suo livello. L’immagine esteriore della città, che si specchia nel frammento delle memorie goldoniane, non si distanzia molto da quella riflessa nelle parole, cariche d’entusiasmo e d’affetto, che Nietzsche adoperò nelle lettere da Torino per rappresentare la capitale sabauda o, meglio, per comunicarci la sua visione di quell’agglomerato urbano adagiato ai piedi della catena alpina che definì “magnifico e singolarmente benefico”, “una terra classica per gli occhi e per i piedi (grazie ad una pavimentazione magnifica)”, “una città dignitosa e severa! Niente affatto grande città, niente affatto moderna come avevo temuto: ma una residenza del diciassettesimo secolo….”. Nietzsche, fugitivus errans, vagabondo alla ricerca di un approdo, di una caverna in cui nascondersi come un animale che s’acquatta nella “tana”, raggiunge Torino nell’aprile del 1888, dopo un deprimente soggiorno a Nizza, e scopre una città “poco nota” che appare subito, ai suoi occhi di tedesco “anti-germanico”, regale e meravigliosa. Con la capitale sabauda, da poco defraudata del suo ruolo, instaurò un rapporto di tale immedesimazione simbiotica che, negli ultimi giorni di lucidità prima che la malattia prendesse il sopravvento, si auto-consacrò “princeps Taurinorum”. Malgrado il tempo “piovoso, gelido, instabile, snervante” della primavera, stagione odiata, Nietzsche si acclimata immediatamente nella sua camera di via Carlo Alberto 6, da cui scorge il profilo delle montagne che abbracciano Torino, uno scenario naturalistico che lo inonda di meravigliato stupore (“scorger le Alpi dal centro della città!”) e che lo induce a passeggiare lungo il Po ammirando le “lunghe strade che sembrano condurre in linea retta verso le auguste cime nevose”. Il filosofo si innamorò con tale coinvolgimento della città sabauda che programmò di ritornarci nel settembre 1889, conclusosi infelicemente il soggiorno estivo in Engadina, a Sils-Maria, che si rivelò disastroso per le sue condizioni di salute e per quella estraniazione dal mondo degli umani che lo allontanava sempre di più dalla realtà. Torino apparve come la meta agognata, capace di restituirgli fiducia nelle “possibilità di sopravvivenza”, anche grazie all’aria “energica e secca” che spazza i cieli della città e che sa donare una limpidezza cristallina all’atmosfera persino nel pieno del rigore invernale. La “meravigliosa chiarezza, i colori autunnali, la deliziosa sensazione di benessere” che traspare da tutte le cose, l’aria “serena, limpida in modo sublime” arresta quel processo di decadimento dello stato di salute che lo stava corrodendo. “Non avrei mai creduto che una città, grazie alla luce, potesse diventare così bella”. Dunque, la luce, il colore, la vicinanza alle montagne, la regolarità dell’impianto viario, il decoro architettonico, la quiete aristocratica, tutto questo colpisce Nietzsche, lo incatena a Torino, e tutto questo corrisponde in modo impressionante al giudizio formulato da Goldoni che, della città, elogia “la regolarità degli edifici lungo le strade principali”, la bellezza delle piazze e delle chiese, la “magnificenza e il buon gusto” che traspaiono dalle abitazioni reali, in città e in campagna. L’uniformità stilistica, la regolarità dei tracciati viari, la simmetria e la spaziosità delle piazze, sono annotazioni che si ripetono costantemente nelle memorie dei viaggiatori celebri che capitarono a Torino. Sono tratti caratteristici di un ordine estetico e urbanistico che rispecchia la presenza di un ordine imposto dall’alto, di un equilibrio militare e politico garantito dal potere ducale, che non ammette devianze dalla regola generale, valida per tutti, in architettura come non tollera turbamenti della pace sociale. E’ un’annotazione che si riconduce alla rappresentazione di Torino come “capitale cerimoniale”, uno spazio complesso che gli architetti di corte sabauda plasmarono, a partire dal tardo Cinquecento, non soltanto per conferire alla città il volto d’una capitale ma anche per fare in modo che potesse adeguatamente accogliere nelle sue piazze e strade le manifestazioni teatrali e rituali della pietà del principe e della dignità ducale. Ecco, allora, che l’impronta regale di Torino ci fa comprendere l’elogio di Nietzsche per “la quiete aristocratica” rimasta impressa su ogni cosa (l’aria di rispettabilità borghese che, invece, indispettì Fedor M. Dostoïevski) mentre la sua storia politica, riflessa nel volto urbanistico uniforme, giustifica la presa d’atto del filosofo, che celebra la città piemontese come una residenza del diciassettesimo secolo dove “su tutto è imposto un unico gusto, quello della corte e della noblesse”. Il gusto uniforme della corte, che comunica l’idea di unitarietà stilistica, di omogeneità architettonica, di compattezza estetica, e trasmette quel senso di armonia, di ordine e di quiete che traspare da ogni cosa, non è recepito soltanto da Nietzsche, che annota, con compiacimento, l’assenza di “meschini sobborghi” ma è registrato anche dal giudizio lusinghiero espresso su Torino da Charles de Brosses, magistrato, politico e letterato francese che visita la città nel 1841. Nelle “lettres familières sur l’Italie”, che Nietzsche legge nel 1885 traendone ispirazione per la decisione di conoscere la capitale sabauda di persona (e non soltanto attraverso il “sentito dire” o la mediazione delle pagine di diario scritte da altri viaggiatori), de Brosses elogia Torino come «la città più bella d’Italia e, forse, dell’Europa, per le strade diritte, la regolarità degli edifici e la bellezza delle piazze”, aggiungendo – ed è in questa frase che coglie il senso dell’armonia percepito così nitidamente anche dal filosofo tedesco - che “non vi è neppure il fastidio di vedere delle capanne a fianco dei palazzi”. Lo schema urbanistico che si riproduce uguale a se stesso, lasciando forse un vago retrogusto di monotonia e prevedibilità, e la proiezione ad infinitum del criterio pianificatore del territorio proprio della centuriazione romana rispondono alla necessità di organizzare gli spazi cittadini secondo principi di omogeneità, decoro e razionalità. Forse è la struttura stessa della città che induce il torinese ad assumere quella caratteristica aria seriosa e meditabonda che, secondo Enrico Thovez, lo contraddistingue, sempre impegnato com’è a “riflettere sull’applicazione delle regole”, ma è plausibile anche il contrario, che sia stata la forma mentis “squadrata” del torinese ad influenzare la conformazione urbanistica della capitale sabauda, proiettandosi su di essa. L’ambivalenza dello spirito torinese, sospeso fra tensione razionalizzante e attrazione per il soprannaturale, si riflette nelle parole dello stesso Nietzsche che registra nelle sue lettere, ingannandosi su questo punto, “un’unità di gusto persino nel colore (tutta la città è gialla o rosso-bruna)”, leggendo in questa omogeneità cromatica la manifestazione più eclatante dell’unico gusto, quello della corte, imposto a tutta la capitale. L’inganno del filosofo non dipende da illusione ottica ma è giustificato alla luce del cambiamento occorso nell’Ottocento, che cancellò memoria della policromia originaria della città settecentesca, recentemente riportata alla superficie (tutta via Po era giocata su tre tonalità di colore), sostituendovi l’imperio del colore giallo o rosso-bruno apprezzato da Nietzsche. Se è vero che l’assenza di “curve” può infondere un senso di monotonia, come rileva il pubblicista russo Nikolaj A. Dobroljùbov in “Lettera da Torino” nel 1861 (“le case sono tutte uguali, come caserme”), è altrettanto vero che è proprio l’ossessione per l’uniformità a conferire a Torino quel volto di città “originalissima” che colpì a fondo Pëtr I. Čajkovskij, compositore russo capitato quasi per caso a Torino, scelta come tappa di un viaggio in treno. Vi sostò e rimase stupefatto sia dalla qualità dell’accoglienza sia dalla struttura viaria della capitale, che egli giudicò “bella e originalissima”, dove “l’originalità consiste in questo, che tutte le vie si aprono come raggi, a mo’ di linee rette dal centro, cioè dalla piazza dove sorgono il palazzo, la cattedrale e i migliori alberghi” (1879). Tale è la foga pianificatrice nella città quadrata che nessun dettaglio sembra lasciato al caso, tutto riconducendo alla predominanza della volontà regale su quella del singolo committente. In tutto questo, la devianza dalla regola colpisce ancora di più per la sua straordinarietà: basti pensare all’Antonelli, che Nietzsche ammirò per aver creato un capolavoro architettonico fine a se stesso, senza una destinazione specifica: la Mole Antonelliana. Infine, l’antigermanicità di Nietzsche e la sua ammirazione per la Francia trovò a Torino uno sbocco ideale, già anticipato dalle parole dell’amico psicologo Paul Bourget, che gliela descrisse come “la meno italiana delle città d’Italia”, echeggiando il giudizio di Goldoni, che annotò sulle memorie la familiarità dei Torinesi con gli usi e costumi dei Francesi, di cui parlano correntemente la lingua, e anticipando la diffidenza che sarà di Mussolini verso questa città di “transizione”, bollata appunto come “città francese”, estranea ai caratteri tipicamente italiani. Torino, d’altronde, per la sua posizione geografica, è crocevia di influssi, è “padana e alpina insieme”, un mèlange di condizionamenti culturali che ne determinano un’impronta peculiare e inconfondibile. Concludiamo con la lettura che, della capitale sabauda, diedero due esponenti della cultura anglosassone nordamericana. Henry James nel 1878 rimase colpito dall’eleganza di Torino, che si rispecchia, come su un frammento di vetro, nel flash fotografico di “una città di portici, di stucco rosa e giallo, di innumerevoli caffè, di ufficiali dai gambali blu, di signore avvolte nella loro mantellina”. Mark Twain sostò a Torino nel 1867, descrivendola come “una città bellissima” e magnificandone la spaziosità, le vie “straordinariamente ampie”, le piazze “lastricate prodigiose”, le case “enormi e ben fatte e riunite in blocchi uniformi che filano via nella distanza, diritti come una freccia”. Aggiunge Twain che “i marciapiedi sono larghi quasi quanto le vie ordinarie in Europa, e sono coperti da un doppio portico retto da colonne e grossi pilastri in pietra” di modo tale che il passante cammina sempre “al riparo”, fiancheggiato “dai negozi più graziosi e dai ristoranti più invitanti”. Concludiamo questa concisa e incompleta rassegna di visioni letterarie di Torino, riflesse nei giudizi di grandi maestri del passato, con il ricordo di Nietzsche che, ormai prossimo alla soglia dell’annebbiamento mentale causato dalla malattia, trasse sollievo dai pur brevi soggiorni torinesi, intrecciando con la città un legame talmente totalizzante da accostare la permanenza a Torino al tempo della sua “grande vendemmia”, una stagione della vita capace di fargli ritrovare “un tempo fortissimo di lavoro e di buon umore”. Un autunno talmente carico di colori e un’atmosfera tanto adamantina, quella che caratterizzò la Torino dell’ultimo scorcio della sua esistenza, da fargli esclamare, posato l’irrequieto sguardo sullo scenario paesaggistico torinese, “un Claude Lorrain come mai mi sarei sognato di vedere!”. Paolo Barosso


Fonte: FONTE: “Passeggiata letteraria sotto la Mole”, a cura di Alba Andreini, Celid ed., Torino, novembre 2006

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