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La battaglia delle Chiuse







All’imboccatura della Valle di Susa, nella striscia di terreno stretta tra i contrafforti del Pirchiriano e del Caprasio, si svolse nel 773 la battaglia delle Chiuse, l’epico scontro che vide contrapporsi le truppe franche di Carlo Magno all’esercito longobardo di Adelchi, figlio dell’ultimo “Rex Langobardorum”, Desiderio. L’esito della battaglia, favorevole ai Franchi, generò conseguenze rilevanti non soltanto per la storia piemontese ma anche per l’intero Occidente: da un lato, la sostituzione del dominio franco a quello longobardo e, dall’altro lato, la consacrazione imperiale di Carlo Magno, quasi imposta al Rex Francorum da papa Leone III in conformità al disegno politico che già i predecessori, a partire da Stefano II, avevano elaborato. Gli effetti della battaglia, trascendendo i confini piemontesi, stravolsero dunque gli equilibri politici dell’Occidente. Malgrado il peso delle conseguenze, però, la fama dello scontro militare non oltrepassa le frontiere regionali e l’immagine che se ne proietta all’esterno non coincide per nulla con la reale importanza storica dell’evento. Accanto al proverbiale pudore subalpino, entrano in gioco altri fattori che hanno inciso negativamente sulla notorietà del fatto: i meccanismi psicologici che presiedono alla rappresentazione dei fatti storici, attribuendo a taluni di essi una valenza simbolica; la lente deformante dell’ideologia, che falsa la lettura degli eventi, diffondendone interpretazioni favolistiche o infedeli. Per rendersi conto di come, in concreto, operino questi fattori, è utile comparare la battaglia clusina alla reputazione acquisita da altre battaglie più celebrate, la cui importanza appare sovrastimata ad una lettura depurata da elementi deformanti. La reale portata della vittoria franca alle Chiuse si misura dai fatti che seguirono la battaglia. Il papa, forte dell’appoggio franco, si emancipò dalla condizione di subalternità che lo vedeva di fatto assoggettato alla volontà di Bisanzio, pose le basi per l’affermarsi del proprio ruolo di capo della Cristianità (ruolo che gli sarà formalmente riconosciuto soltanto nel 1075 con il Dictatus Papae, fondamento della riforma gregoriana che trasformò la Chiesa in un’organizzazione monarchica e verticistica), si liberò dai lacci impostigli dalla litigiosità dell’aristocrazia romana e dalle mire espansionistiche longobarde. I Franchi, dal canto loro, si imposero come continuatori della tradizione imperiale in Occidente, interrotta dalle invasioni barbariche, e conferirono all’organismo statuale carolingio, in fase di gestazione, una struttura istituzionale che si rivelò capace, con la ripartizione amministrativa del territorio in marche e comitati, di sopravvivere al disfacimento dell’impero, simboleggiato dalla deposizione di Carlo il Grosso nell’888, influenzando il paesaggio del potere e le categorie mentali d’Occidente nei secoli a venire. Dalla battaglia delle Chiuse derivò, quindi, un cambiamento tanto radicale dei tratti istituzionali dell’Occidente da offuscare la fama di altre battaglie più rinomate, come quella di Hastings (1066), le quali, a ben vedere, non produssero effetti altrettanto impetuosi ma si limitarono a causare conseguenze rilevanti a livello locale. La battaglia di Hastings, che sancì il prevalere dei Normanni di Guglielmo il Conquistatore sui Sassoni di Aroldo II, non mutò il volto dell’Occidente ma produsse effetti la cui portata è circoscritta alla storia britannica: l’innestarsi della classe dirigente normanna sul sostrato sassone preesistente e i dissidi che ne derivarono costituiscono il tema portante dell’Ivanhoe di Sir Walter Scott che consacrò la battaglia sul piano letterario, decretandone la fortuna presso il grande pubblico. L’imporsi di questa “fiction” come best seller ottocentesco favorì la percezione della battaglia di Hastings come fatto decisivo nella storia dell’Occidente medievale. D’altronde, Scott fu protagonista di quel filone romantico che, idealizzando il Medioevo, ebbe certamente il merito di rivalutarlo, riscattandolo dal marchio di epoca oscurantista cui l’aveva condannato l’illuminismo, ma, nel contempo, ne deformò la rappresentazione nell’immaginario comune, dispensando ai giovani un’interpretazione favolistica dell’età medievale, raffigurata come un susseguirsi di tornei, duelli, fanciulle prigioniere liberate da eroici cavalieri e feudatari arroganti che angariano il popolo esercitando lo ius primae noctis. Un’altra battaglia, la cui rappresentazione simbolica non coincide con gli effetti che ne derivarono, è quella che si combatté a Poitiers nel 732 o 733 tra un esercito arabo e le truppe franche di Carlo Martello (il Piccolo Marte), esponente di quella dinastia di maestri di palazzo (capi dell’amministrazione palatina delle corti merovinge) che prese il potere con Pipino III detto il Breve, padre di Carlo Magno. Pipino destituì Childerico III, ultimo Merovingio, e avviò la fase carolingia della monarchia franca. La storiografia tradizionale, influenzata dall’encomiastica di corte, interpreta Poitiers come la battaglia che arrestò l’espansione islamica al di qua dei Pirenei, prefigurando la guerra di riconquista condotta dagli Stati iberici cristiani contro gli emirati arabi che s’erano impossessati della Spagna a partire dal 711. L’enfasi letteraria che sacralizza Poitiers, simbolo del riscatto occidentale contro l’avanzata islamica, è imputabile a due fattori: l’encomiastica di corte carolingia, che asservì la magnificazione della battaglia al programma di idealizzazione propagandistica dei predecessori di Carlo Magno, celebrati come tutori della Cristianità e paladini del popolo franco, e la letteratura d’ispirazione cristiana che attribuì ai fatti di Poitiers la capacità di rappresentare simbolicamente un Occidente che ritrova la propria compattezza, dopo le invasioni barbariche e l’arabizzazione della Spagna visigotica, attorno all’identità cristiana, di cui si fecero interpreti i Franchi. La glorificazione di Carlo Martello, antenato eponimo dei Carolingi, come difensore dell’Occidente contro l’espansionismo islamico era funzionale anche ad un altro obiettivo, quello di sgomberare il campo dai sospetti che oscuravano la figura di Pipino, padre di Carlo Magno, accusato di usurpazione per aver detronizzato nel 751 l’ultimo re della dinastia merovingia, Childerico III, rinchiudendolo nel convento di Saint-Bertin e rasandogli i capelli, secondo la credenza franca che faceva della folta capigliatura esibita dai reges criniti un segno legittimante e una forma di manifestazione della natura sacra attribuita ai re germanici. Con tale atto, che formalizzava uno stato di fatto consolidatosi già da tempo, Pipino sostituì, al vertice dei regni territoriali franchi, esponenti merovingi con membri della dinastia carolingia. La deposizione, pur approvata dal papa Zaccaria, al quale Pipino s’era rivolto per avere rassicurazioni in merito alla legittimità morale del proprio operato, segnò gli esordi della dinastia carolingia, con quel sospetto di usurpazione che ne intorbidava la reputazione. L’eroizzazione di Carlo Martello, vincitore degli Arabi, risolse in parte il problema e fu così che una battaglia marginale, una scaramuccia tra bande di predoni arabi, montanari baschi e ispanici islamizzati, venne trasformata nella rappresentazione simbolica della resistenza cristiana anti-islamica, offuscando altri fatti di ben altro spessore come la presa di Arles (732) e Avignone (737), strappate agli Arabi, e, soprattutto, l’impresa di Leone III l‘Isaurico, imperatore bizantino, che fermò la flotta araba, ormai prossima a Bisanzio, nel 718, ricorrendo al fuoco greco, una miscela di petrolio e altre sostanze che consentiva alle fiamme di propagarsi alle navi avversarie anche sull’acqua. Torniamo, a questo punto, alla nostra battaglia delle Chiuse. Lo scontro ebbe luogo alle pendici del Pirchiriano e del Caprasio, sentinelle soprannaturali che si fronteggiano a guardia dell’imboccatura valsusina. La millenaria impronta di sacralità che permea di sé queste cime non si rispecchia nella formazione dei rispettivi toponimi, tanto da indurre i cronisti medievali a mistificarne l’origine. Mentre il Caprasio è il monte delle capre, dal latino “Caprasium”, Pirchiriano è la volgarizzazione del latino “Porcarianus”, monte dei porci. Non a caso, nel fondovalle, i monaci antoniani fondarono un ospedale per la cura dei malati di “herpes zoster” o fuoco di Sant’Antonio, una patologia che, pur non guaribile con i rimedi medici del tempo, era però alleviabile con l’applicazione sulla pelle di un impacco a base di grasso animale, estratto dal corpo dei maialini selvatici, nerastri e irsuti, tradizionalmente rappresentati ai piedi di Sant’Antonio. Il monaco estensore della cronaca clusina (XI secolo), volendo nobilitare il toponimo, ricorse ad un artificio: rinnegò il legame tra il Pirchiriano e i porci, facendo derivare il toponimo dall’accostamento dei termini greci “pur”, fuoco, e “Kirie”, Signore, con il risultato di leggere “Pirchiriano” come la volgarizzazione di “fuoco del Signore”. Il pensiero medievale attribuisce all’etimologia la capacità di svelare la verità intima delle cose, mostrandone la natura malefica o benefica. La realtà che un oggetto cela si riflette sul termine che lo designa come sulla superficie di uno specchio. Così, nell’immaginario celtico, il tasso deve la sua rappresentazione simbolica di albero malefico non tanto alle essenze tossiche trasudanti da foglie, rami, corteccia e radici, quanto piuttosto al gioco di parole suggerito da Isidoro di Siviglia tra il vocabolo latino che lo designa, “taxus”, e l’aggettivo “toxicum”, velenoso. Dunque, è l’etimologia o, meglio, la pseudo-etimologia, a rivelare la verità ontologica del tasso che mostra, attraverso il termine che lo designa, l’essenza di albero malefico. In realtà, il nesso etimologico tra taxum e toxicum è inconsistente, tanto da sfaldarsi ad un’analisi linguistica moderna. Tuttavia, il simbolismo è di tale potenza che – si tramanda - Giuda, invece di impiccarsi all’albero di fico come recita la versione più diffusa della leggenda, si sarebbe suicidato ingerendo succo di tasso. La rappresentazione del tasso come albero diabolico condiziona altresì gli usi pratici del legno che se ne ricava. In Galles e Scozia, il legno di tasso era indicato per la fabbricazione di frecce, utensili di uso militare. Questa scelta è giustificata non tanto dalla credenza che il veleno del tasso potenziasse l’efficacia mortifera dell’arma quanto piuttosto dall’idea che la freccia fabbricata con il legno di un albero percepito come malefico fosse capace di propagare la morte meglio di una freccia realizzata con il legno di un albero benefico, come il tiglio. Dunque, l’etimologia è importante, come lo è l’immaginario simbolico legato al monte, con il suo sviluppo ascensionale che conduce verso la sfera divina, secondo le tradizionali leggi sull’orientamento religioso. Possiamo rappresentarci Franchi e Longobardi intenti a levare lo sguardo verso l’alto, alla ricerca di un segno che anticipasse le sorti dello scontro o manifestasse la benevolenza di Dio, imitando il gesto che fu dell’imperatore Costantino, alla vigilia della battaglia che nel 312 lo oppose, ai Campi Taurinati (tra Alpignano, Rosta e Rivoli), al rivale Massenzio. Costantino vide una croce di fuoco sovrastare il Musiné (monte degli asini), accompagnata dalla scritta “in hoc signo vinces”, prefigurazione della vittoria e segno che preconizzò la trasformazione del Cristianesimo, con l’Editto di Costantino e Licinio del 313, nella fonte di legittimazione del potere imperiale. D’altronde, le due vette, il Caprasio e il Pirchiriano, “culmine vertiginosamente santo” (C. Rebora), riflettono quell’alone sacro che, sin dalle prime manifestazioni del senso religioso, l’uomo associa all’immagine del monte. Il vertice delle montagne è percepito ab immemorabili come dimora ideale del dio (Pen, dio celtico delle alture, trasmise il nome all’Alpis Poenina, il passo del Gran San Bernardo, e alla sezione alpina corrispondente, le Alpi Pennine), sede per antonomasia dell’epifania del sacro (i Dieci Comandamenti furono consegnati da Dio a Mosé sul monte Sinai), luogo di comunicazione privilegiata tra Dio e l’uomo (Mosé, prima di ritirarsi nel deserto, salì sul monte Nebo avvistando la Terra Promessa). Così, il Caprasio e il Pirchiriano erano percepiti come sentinelle soprannaturali poste a guardia della valle, sia prima che dopo la cristianizzazione. Gli scoscesi versanti del Caprasio, disseminati di anfratti, si popolarono di romitaggi ed accolsero l’anacoreta Giovanni Vincenzo, detto “Gioanin d’le Rave”, indicato dalla leggenda di fondazione della Sacra come primo istitutore della comunità monastica che diede origine all’abbazia. Il Pirchiriano ha restituito tracce di apprestamenti cultuali pre-cristiani, come un tempietto dedicato a Giano. Ben due secoli, però, separano la data della battaglia delle Chiuse dalla posa della prima pietra per la costruzione della Sacra. Ciò non impedisce di immaginare che i Longobardi, approdati all’ortodossia cattolica sotto re Liutprando (712-744) passando attraverso l’arianesimo, rivolgessero lo sguardo alla vetta, tributando omaggio non più agli dèi pagani bensì all’arcangelo Michele, il dominatore delle cime. Ne assorbirono il culto durante la permanenza in Pannonia, prima dell’esodo cui li costrinse la pressione esercitata dagli Avari. Esposti all’influsso della cultura bizantina, ne assimilarono la devozione per Michele, oltre che la consuetudine di designare i capi militari con il titolo di “duca”, dal latino “dux”, comandante. Pur convertiti, conservarono traccia del politeismo originario nelle pratiche cultuali come dimostra la prassi del corredo funerario, avversata dalla Chiesa in quanto usanza superstiziosa e abbandonata dai Longobardi in favore della sepoltura ad sanctos soltanto tra il VII e l’VIII secolo. La battaglia, dunque, si svolse nel punto dove la valle si restringe, formando uno sbarramento naturale, le “Chiuse”, intitolate all’arcangelo che le domina dall’alto, ma altrimenti note come “Clusae Langobardorum”, dalla decisione di re Astolfo di attrezzarle come limes militare. Intimorito dalla duplice calata dei Franchi di Pipino il Breve, richiamati da papa Stefano IV, Astolfo attestò la linea di difesa in corrispondenza delle Chiuse. Più che un muraglione formato da massi e pali, dobbiamo immaginare un sistema difensivo articolato, composto non soltanto da “turres et propugnacola” ma anche da una serie di presidi e castra distribuiti in una fascia territoriale che traeva dalla morfologia la vocazione difensiva e confinaria. Vari sono gli usi che l’uomo fece di questo sbarramento naturale: Taurini e Segusini vi fissarono il confine tra le rispettive aree di influenza (l’accidente naturale - un fiume, una stretta che occlude la valle, una cresta montana - si presta a rendere concretamente percepibile, presso gli antichi, il concetto sfuggente di frontiera); i Romani vi stabilirono la postazione doganale per l’esazione della Quadragesima Galliarum e adibirono l’ostacolo a linea di confine tra la Regio XI Transpadana e la Provincia Alpium Cottiarum, anomalia giuridica nell’ossatura amministrativa dell’impero; nel tardo impero (IV secolo), si cominciò ad attrezzarlo come limes militare (Prospero di Aquitania, V secolo, riferendosi a questi sbarramenti alpini, conia il termine di “Clausurae Alpium”). Infine, tra il 568 e il 570 sopraggiunsero i Longobardi. La vulnerabilità del limes si evidenziò con la mossa ideata da Carlo Magno il quale, calato dal Moncenisio, affermatosi nel primo Medioevo come passo alternativo al Monginevro, e rifocillate le truppe alla Novalesa, accolto dall’abate Frodoino, si riproponeva di ricongiungersi allo zio Bernardo, che frattanto aveva valicato il Mons Iovis (Gran San Bernardo), per sorprendere i nemici con una manovra a tenaglia. Accortosi dell’insormontabilità dell’ostacolo, si appoggiò ai servigi di un traditore, un giullare di corte o un diacono di nome Martino, celebrato dall’Adelchi come futuro vescovo di Ravenna, per addentrarsi nella foresta, lungo i fianchi delle montagne, e aggirare l’ostacolo. In tal modo, facendo ritorno in Valsusa dalla Val Sangone, sorprese alle spalle l’esercito longobardo, attestato all’altezza delle Chiuse. Pare che i Longobardi si siano ritirati precipitosamente, rinunciando alla difesa e asserragliandosi dapprima a Pavia, capitale del Regnum, e, in seguito, a Verona, per organizzare l’ultima vana resistenza. La battaglia delle Chiuse, dunque, ridisegnò il volto dell’Occidente. Carlo Magno, vittorioso, accostò al titolo di “Rex Francorum” quelli di “Rex Langobardorum” e “Patricius Romanorum” (protettore dei Romani, titolo già concesso da papa Stefano IV a Pipino), ponendo le premesse per la consacrazione imperiale, celebrata a Roma nella notte di Natale dell’800 per mano di papa Leone III. La riesumazione del titolo di “imperator”, appellativo con cui i soldati acclamavano il comandante vittorioso, passato sotto Ottaviano a qualificare la figura del capo supremo dello Stato accanto a “princeps” e “augustus”, rivela l’ossessione medievale di dimostrarsi all’altezza del passato romano, concretizza il concetto di “renovatio” o “restitutio imperii”, idealizza l’età imperiale di Roma rappresentandola come un’epoca di ineguagliata grandezza, mostra la tendenza ad ammantare di autorevolezza antica nuove forme di potere che traggono dal linguaggio del passato la propria fonte di legittimazione. La diffidenza dei cristiani d’Oriente verso il progetto papale si riflette nell’annotazione dei cronisti bizantini che ridicolizzano papa Leone III descrivendolo nell’atto di ungere Carlo “dalla testa ai piedi” per consacrarlo imperatore secondo la cerimonia dell’intronizzazione fondata sull’unione di due riti: l’incoronazione, di derivazione persiana, e l’unzione, di matrice ebraica e, forse, cananea e siriana. La battaglia, oltre a stravolgere gli equilibri d’Occidente, sostituì la dominazione longobarda con quella franca. Con l’etichetta uniformante di “Longobardi” si designa un raggruppamento polietnico di clan (Sarmati, Svevi, Gepidi, Turingi) che si pose sotto il comando di re Alboino, riconoscendo ai Longobardi propriamente detti il ruolo di popolo guida. Il duca di Torino Agilulfo, proclamato re nel 590, è qualificato dalle fonti come “dux Turingorum de Taurini”, a dimostrazione della prevalenza, in area torinese, della componente turingia (i Turingi s’erano aggregati ai Longobardi dopo aver lasciato il nord-est della Germania, costretti dall’espansionismo dei Franchi, percepiti come nemici tradizionali). L’aggregato di fare, unità familiari e militari insieme, si mosse dalla Pannonia verso l’Alta Italia nel 568 infrangendo il sogno di Giustiniano che, con la Guerra Greco-Gotica (535-553), s’era illuso di ricostituire i confini dell’impero nella loro originaria estensione, strappando le terre italiche agli Ostrogoti. I nuovi invasori, affacciatisi da Oriente, presero Torino nel 570, cacciando il vescovo Ursicino e stabilendovi la sede di uno dei quattro ducati, circoscrizioni militari delimitate territorialmente con approssimazione e affidate al comando di un duca, in cui i Longobardi ripartirono l’area dell’odierno Piemonte, insieme con Ivrea, Asti e l’isola di San Giulio d’Orta (unico caso di sede ducale non stabilita in contesto urbano ma su un’isola lacustre già fortificata in età teodoriciana, in contrasto con la tesi tradizionale che tratteggia i Longobardi come odiatori delle città). L’ondata longobarda proseguì sino a frangersi contro la catena alpina, frenata dalla resistenza di Sisinnius, magister militum bizantino attestato a Susa (e identificabile, forse, con il comandante goto Sisigis che s’era, a suo tempo, accordato con i Bizantini per mantenere la posizione di comando nell’enclave alpina), e dalla presenza dei Burgundi, stanziati aldilà delle Alpi, che ricacciarono i Longobardi verso la pianura, assicurandosi il controllo della Valsusa, grosso modo sino alle Chiuse. Tra le conseguenze dell’invasione longobarda, si registra la reazione del re burgundo Gontramno, celebrato da Gregorio di Tours come depositario di poteri taumaturgici, il quale nel 574 staccò il territorio valsusino, l’alta valle dell’Arc e la Maurienne dalla diocesi di Torino includendoli nella neonata diocesi di Saint-Jean-de-Maurienne, che deve fama e toponimo alle tre dita di San Giovanni Battista riprese come motivo dell’arme comunale (reliquia appetibile, che indusse il vescovo di Torino a commissionare un furto per impadronirsene) e accorpandoli all’arcidiocesi di Vienne. La decisione di Gontramno trovò giustificazione nell’attitudine religiosa dei Longobardi i quali, come altri Germani (ma non i Franchi), avevano aderito alla corrente cristologica del vescovo d’Alessandria Ario (III secolo), poi dichiarata eretica, che qualificava Cristo come la più eminente delle creature, ponendosi quindi in contrasto con il credo niciano (Concilio di Nicea del 325) perché ne sosteneva la natura di essere creato e negava, sebbene con sfumature diverse, che Cristo stesso partecipasse della stessa sostanza del Padre (principio di consustanzialità). Con l’avvento dei Franchi, i ducati longobardi non furono immediatamente cancellati, né la classe dirigente locale soppiantata con metodi drastici. Fu la rivolta capeggiata dal duca friulano Hruodgod nel 780 a persuadere Carlo Magno della necessità di una riorganizzazione amministrativa del Regnum Langobardorum, che era stato formalmente mantenuto in vita come regno territoriale (Carlo era anche “Rex Langobardorum”). Ne derivò una distrettuazione del territorio in comitati, circoscrizioni affidate al governo di un “comes” (accompagnatore del re, detto impropriamente “conte” per la confusione che si attua tra comitato carolingio e contea) che le amministrava in veste di funzionario statale, rispondendo del proprio operato al sovrano, e in marche, raggruppamenti di più comitati, radunati per esigenze pratiche sotto l’autorità del marchio (da cui marchese). L’articolazione in comitati e marche costituì il paesaggio amministrativo e mentale che condizionò l’Occidente sino all’XI secolo quando alla distrettuazione carolingia, ormai sfilacciata, si sostituì la signoria territoriale come forma eminente (e poi esclusiva) di organizzazione del potere sul territorio. Come si vede, tali e tante sono le modifiche apportate alla storia dalla battaglia tutta piemontese delle Chiuse che il fatto meriterebbe ben altro risalto. Paolo Barosso


Fonte: Fonte: “Valle di Susa. Storia, arte, territorio”, Mario Cavargna Bontosi, Edizioni del Graffio, 2006, Borgone Susa (To)

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