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Le miniere d’oro dei Salassi







E’ il 25 a.C., le legioni comandate da Aulo Terenzio Varrone Murena si addensano come nubi foriere di tempesta alla testata della valle di Champorcher, nei pressi del vallone di Dondenaz, probabile sede dei mitici trinceramenti costruiti dai Salassi, una popolazione del Piemonte pre-romano attestata grosso modo tra l’Alto Canavese e la Valle D’Aosta, e preparano l’assalto al presidio militare approntato dall’ultimo manipolo di resistenti.
L’epopea della resistenza salassa contro l’imperialismo romano era cominciata nel 143 a.C. quando il console Appio Claudio Pulcro s’era scontrato con l’esercito salasso nella piana tra Brandizzo e Verolengo, il che attesterebbe un’estensione dei confini salassi più ampia rispetto al territorio normalmente assegnato dalle fonti latine al dominio della popolazione gallica. La battaglia del 143, che vide la prevalenza dei Salassi e la decimazione delle legioni di Roma con la perdita di circa diecimila soldati, inferse una ferita di tali proporzioni all’orgoglio latino e produsse un tale impatto nell’immaginario romano che non soltanto contribuì a proiettare in una dimensione mitica le popolazioni alpine occidentali, rappresentate come dominatrici incontrastabili dei valichi alpini (i Salassi “padroni dei valichi”, come li definisce il geografo greco Strabone), passaggi obbligati per i legionari diretti verso la Gallia Narbonense, ma costrinse i Romani, persuasi che qualche fatto dipendente da loro colpa e imputabile a negligenza o trascuratezza nell’adempimento degli obblighi rituali avesse violato l’armonia con la sfera divina, ad adottare delle contromisure per modificare il corso degli eventi in senso a sé favorevole.
Per ricomporre l’equilibrio infranto tra Roma e gli dèi, i decemviri prescrissero la celebrazione di un rito sacrificale particolarmente efferato che, di norma, si praticava per propiziarsi il favore celeste alla vigilia di scontri militari contro le tribù galliche e che comportava il seppellimento da vivi di due Greci e due Galli di sesso opposto. I fatti che seguirono, sfavorevoli ai Salassi, sembrarono confermare il buon esito del rituale. Appio Claudio Pulcro, aiutato da Cecilio Metello il Macedone, sbaragliò i Salassi, causando cinquemila morti sul fronte avversario e subendo, nel contempo, perdite ingenti. I danni registrati dalle legioni si rivelarono di tale entità che la commissione senatoria preposta al vaglio della richiesta formulata dal comandante vittorioso, documentata sia per mezzo di modellini che illustravano la dinamica della battaglia sia valendosi di supporti grafici - le cosiddette tabulae triumphales -, negò ad Appio Claudio Pulcro il diritto di celebrare il trionfo in città a spese dello Stato. Il corteo trionfale attraversò comunque le strade di Roma ma fu lo stesso comandante che conseguì la vittoria a sobbarcarsene l’onere finanziario.
Nel 100 a.C. Caio Mario dedusse la colonia di Eporedia, l’antica Ivrea, dopo aver fermato i Cimbri nel 101 ai Campi Raudi, presso Vercelli. La colonia, fondata sul sedime di un oppidum celtico (villaggio fortificato costruito su un’altura protetta da palizzate lignee alternate a massi accatastati), deve la propria titolatura, secondo le informazioni di Plinio, al termine gallico “epo-reda” che significa “carro equestre”, legittimando l’ipotesi etimologica formulata da Costantino Nigra che ricollega il toponimo alla presenza di una “mansione di conduttori di carri equestri”. Il fatto che gli antichi abitatori di Eporedia, probabilmente Salassi, fossero esperti domatori di cavalli e conduttori di carri equestri è stato posto in relazione con la tesi formulata da alcuni storici che imputano l’introduzione del carro equestre in battaglia alle popolazioni italiche deducendo da questo presupposto l’ipotesi che i Celti abbiano assimilato la pratica dal contatto con gli Italici. Tali premesse giustificano la conclusione che riconduce l’atto fondativo di Eporedia ad un gruppo di coloni italici, prima che l’abitato fosse trasformato in oppidum salasso e, infine, in colonia romana.
I Romani misero in sicurezza la piana della Dora Baltea, liberandola da presidi ostili, e spinsero i Salassi ad addensarsi oltre la stretta valdostana di Montjovet e alla testata delle valli canavesane del Piemonte (Val Soana, Valle Orco, Valchiusella). I Salassi mantennero, però, saldo il controllo dei valichi alpini sino alla disfatta del 25 a.C. quando si calcola che, dopo la sconfitta, ottomila Salassi furono reclutati a forza nelle legioni romane e altri ventottomila venduti come schiavi sub hasta dopo essere stati ammassati nei campi di raccolta localizzati ad Eporedia o in altra località vicina (forse Salassa).
Interroghiamoci, a questo punto, su quali fossero le fonti di sostentamento dei Salassi, di questa popolazione alpina del Piemonte nord-occidentale accomunata alle altre tribù piemontesi dal medesimo processo di stratificazione etnica, tale per cui sulle fondamenta dell’originario sostrato ligure, derivante dall’evoluzione della cultura palafitticola di Viverone, si depositarono, ad ondate successive, strati di matrice celtica provenienti da Oltralpe dando luogo ad una fusione armonica, una simbiosi tra Celti e Liguri che avvicinò a tal punto i due popoli da omogeneizzarne i costumi. Permasero alcuni elementi di differenziazione culturale che si rispecchiarono nella formazione dei toponimi o nelle pratiche funerarie. L’analisi dei toponimi rivela, infatti, la vocazione anticamente assolta dal Po, certificata anche da Plinio il Vecchio, come linea di demarcazione etnica tra le aree del Piemonte settentrionale a maggiore celtizzazione e le aree del Piemonte meridionale, a prevalenza ligure. Strabone, invece, registra l’addensarsi dei clan liguri nelle vallate alpine come reazione alle infiltrazioni celtiche transalpine che predilessero, quale zona di popolamento, la fascia pianeggiante prospiciente i contrafforti montani. Il contributo di Strabone trova conforto nella prevalenza dei toponimi con suffisso in – asco, rivelanti trascorsi liguri, in montagna, e dei toponimi con suffisso in –aco, che mostrano l’imprinting linguistico celtico, nelle aree di pianura.
I Salassi, dunque, erano celto-liguri. Le fonti principali di introito per questa popolazione alpina erano tre: il commercio del sale, il controllo dei transiti alpini e lo sfruttamento dei giacimenti minerari, rame, argento, ferro e, soprattutto, oro. Il sale era un’ossessione per gli storici latini che imputarono allo scarseggiare di questa materia, considerata essenziale per i Salassi, la decisione dei capi tribù di sospendere le ostilità con i Romani e suggellare la tregua che consentì una provvisoria ed effimera pacificazione nel 35 a.C.. Il sale era importato dal Vallese. Soltanto a partire dal XVI secolo, infatti, è documentata l’attività delle miniere di salgemma presenti in Valle d’Aosta.
Il dominio dei varchi alpini, il Piccolo e Grande San Bernardo, fu determinante sia come strumento di condizionamento politico nei confronti di Roma, che necessitava di attraversare i passi montani per raggiungere la Gallia transalpina, sia come fonte di profitto economico tenendo conto che tra Salassi e Roma intercorsero accordi in base ai quali i latini versavano un tributo, detto “portorium”, per assicurare alle legioni il passaggio pacifico e indisturbato attraverso i valichi. Infine, le miniere d’oro. Citiamo come fonte rilevante la testimonianza di Strabone, che misura l’importanza dei giacimenti d’oro nell’economia salassa facendo dipendere la potenza di questa popolazione, all’epoca della sua autonomia da Roma, sia dal controllo dei valichi sia dallo sfruttamento delle vene aurifere. Il passo straboniano, oscuro in alcuni punti, non è di facile interpretazione. Il nodo problematico è la localizzazione dei depositi auriferi utilizzati dai Salassi, volutamente sovrapposti o confusi da taluni con le “aurifodinae” della Bessa, area di otto chilometri quadrati, inclusa tra i torrenti Elvo e Olona e posta alle pendici della Serra, sul versante biellese.
Il geografo greco, imputando le cause della prosperità salassa alla presenza dei giacimenti auriferi, illustra la prassi messa in opera dalle locali tribù galliche di trattenere le acque della “Duria Maior” (Dora Baltea), deviandole a mezzo di canali verso le “agangae”, le vasche indicate da Plinio come le cavità usate per effettuare il lavaggio del prezioso metallo. Il trattenimento delle acque, riducendo la portata della Dora, ledeva gli interessi delle popolazioni attestate a valle perché precludeva loro la possibilità di trarre dal fiume l’acqua necessaria per l’irrigazione dei campi. Strabone fa poi riferimento ai dissidi che, originati dall’uso dell’acqua, scuotevano periodicamente i rapporti tra minatori e agricoltori giustificando l’intervento di soggetti esterni, specialmente romani, che traevano profitto dalla posizione di riconciliatori compiendo raid e imponendo fraudolentemente il proprio controllo sul territorio.
Secondo Dione Cassio, il console Appio Claudio Pulcro sarebbe stato chiamato in causa dai contendenti in qualità di arbitro o di pacificatore tra le fazioni in lotta approfittando, poi, del compito che gli era stato affidato per compiere scorrerie, alimentare ulteriormente le ostilità e imporre alfine il dominio di Roma. Strabone, inoltre, riferendosi al periodo successivo alla fondazione di Eporedia, sostiene che i Salassi, nonostante si fossero ritirati verso le valli dopo la romanizzazione della piana della Dora, avevano mantenuto una posizione dominante, assicurandosi un potere di contrattazione sufficiente per imporre ai “procuratores metallorum”, gli appaltatori che ottenevano in concessione dallo stato romano il diritto di sfruttare le miniere, un tributo in cambio dell’acqua, necessaria per la lavorazione dell’oro.
L’oscurità e le omissioni del passo straboniano obbligano a configurare più scenari differenti, in merito alla localizzazione delle vene aurifere sfruttate dai Salassi e al rapporto con la regione mineraria della Bessa. Il primo nodo irrisolto riguarda l’incongruenza tra quanto afferma Strabone a proposito della consuetudine salassa di prelevare acqua dalla Dora per il lavaggio dell’oro e la portata del fiume, che sembrerebbe di per sé sufficiente a soddisfare le esigenze di entrambe le comunità, quella dei minatori e quella degli agricoltori. Tale constatazione ha indotto taluni a ritenere che Strabone sia stato tratto in errore e abbia indicato la “Duria maior” in luogo di altro torrente minore. La seconda fonte di attriti tra studiosi riguarda la localizzazione dei giacimenti dal quale l’oro sarebbe stato ricavato. Alcuni hanno addotto a sostegno della tesi che addita le acque della Dora come ricche di sabbie aurifere lo stranòm piemontese con cui il tratto canavesano del fiume è celebre, cioè Eva d’òr. Altri localizzano i depositi auriferi ora in Valchiusella, presso Brosso, ora nella valle d’Ayas. Il terzo punto problematico riguarda la capacità salassa di trarre profitto dalla posizione dominante che le tribù celtiche seppero conservare anche dopo la romanizzazione della piana della Dora, arroccandosi nelle vallate alpine e mantenendo saldo il controllo delle aree di montagna. In tal modo, i Salassi sfruttarono il controllo dell’alto corso dei torrenti per reclamare dai procuratores – gli appaltatori delle miniere – la corresponsione di un tributo in cambio della possibilità di usufruire dell’acqua.
I tre nodi problematici sollevati dalla lettura di Strabone hanno condotto a formulare due ipotesi distinte: la prima, considerando erronea l’indicazione straboniana della Dora, localizza le vene aurifere sfruttate dai Salassi nella Bessa, la regione mineraria abitata dai Victimuli o Ictimuli sita alle pendici della Serra; la seconda, minimizzando l’errore di Strabone, situa le miniere d’oro salasse ora in Valchiusella, dove a Brosso esistono giacimenti di pirite associata all’oro, ora nella valle dell’Evançon (o di Ayas), tributario della Dora, dove persistono tracce d’oro nativo nelle locali miniere di quarzo. La prima tesi, consacrando la Bessa come regione mineraria salassa, presuppone o che il territorio della Bessa fosse stato incluso nei domini salassi, almeno per un certo periodo, o che gli abitatori della Bessa fossero legati ai Salassi da qualche forma confederativa, secondo il modello gallico che vede al vertice della struttura confederale tra tribù la figura del “riks” o “rikos” (in idioma gallico il re o “regulus” delle fonti latine così come citato sulle monete galliche che imitano titolo, peso e iconografie delle dracme marsigliesi argentee, diffuse in Piemonte dal IV secolo a.C.). Entrambe le tesi sono da respingere.
Se si accogliesse la tesi della Bessa, si dovrebbe considerare la notazione di Strabone a proposito della Dora come erronea o si dovrebbe accettare l’ipotesi di chi imputa ai Salassi la costruzione di imponenti opere di canalizzazione che foravano la Serra per raggiungere la Bessa e lavorare in quest’area l’oro tratto dalla Dora. Ipotesi surreale.
La Bessa era abitata dai Victimuli, che devono la formazione del loro etnonimo all’accostamento del termine celtico Ik o Vik, che designa l’oggetto appuntito, come lo scalpello dei minatori, e del termine fenicio e ligure Mol-Mul che indica l’altura, cosicché l’etnonimo sarebbe traducibile come “coloro che frantumano i monti” o minatori. L’agro dipendente dalla giurisdizione di Eporedia, inoltre, s’estendeva solo per breve tratto sul versante sinistro della Dora Baltea lasciando presumere che i confini del territorio salasso, prima della romanizzazione, non comprendessero né l’area della Serra né, a fortiori, la Bessa. Dione Cassio, in sintonia con Strabone, per definire i contendenti che si disputavano l’uso dell’acqua, usa il termine “omòkoroi” cioè abitanti della stessa regione, escludendo la possibilità stessa di configurare il dissidio come conflitto tra popolazioni diverse. Inoltre, sia Strabone che Plinio mostrano di considerare il Pagus Ictimulorum come un territorio a se stante, con una propria capitale, chiamata Victimula, Victumula o Victumvia (da vicus, villaggio, e tumulus, tumulo o altura, da cui “villaggio posto su un’altura”, ma la lettura proposta non è accolta da tutti), identificata ora con Settimo Vittone ora con la località di Dora Morta presso Santhià. Entrambi gli autori, situando Victimula nel Vercellese, rappresentano le miniere d’oro della Bessa come pertinenza dei Victimuli escludendo commistioni o confusioni con i giacimenti salassi.
Come abbiamo osservato, le vasche dove si praticava il lavaggio dell’oro sono chiamate da Plinio “agangae” e, non a caso, il rio Ingagna, toponimo probabilmente derivato dalla storpiatura di “aganga”, lambisce la Bessa e attraversa Caresana. Alcuni storici, per suffragare la tesi del predominio salasso sulla Bessa, interpretano il termine “Ictimuli” non come etnonimo, cioè come nome che designa un ethnos, bensì come vocabolo legato alla specializzazione professionale di una parte della popolazione salassa, addetta al lavoro nelle miniere. Questa lettura, congruente con l’uso del termine “omòkoroi”, consentirebbe di considerare i Victimuli come categoria professionale interna alla stratificazione sociale salassa e non come popolazione a se stante. La tesi, però, non trova appigli né nelle fonti né nell’indagine archeologica. Certamente Victimuli e Salassi erano compagini tribali di stirpe celto-ligure ma reciprocamente autonome.
Accertato che le vene aurifere cui si riferisce Strabone, qualificandole come principale fonte di arricchimento per i Salassi insieme con il controllo dei valichi, non sono da localizzarsi nelle aurifodinae della Bessa, gestite prima dai Victimuli e poi, in età augustea, dai Bessi (popolazione della Tracia sud-occidentale, dedita all’estrazione dell’oro, che Augusto fece deportare in quest’angolo di Piemonte e che trasmise il proprio etnonimo alla regione mineraria), rimane da indagare la fondatezza della seconda tesi, quella che considera l’indicazione straboniana della Dora come erronea ma stempera la portata dell’imprecisione sostenendo che il fiume sfruttato dai Salassi non fosse la Dora ma un suo tributario, l’Evançon. Tenendo conto che dopo il 140 a.C. i Salassi si ritirarono verso i loro fortini montani, oltre la stretta di Montjovet, è verosimile ritenere che queste tribù galliche, attestate in alta valle, fossero in grado di trattenere le acque dell’Evançon e di esercitare pressioni sui procuratores, gli appaltatori romani delle miniere d’oro site più in basso, affinché versassero un tributo per la fruizione delle acque necessarie alla lavorazione del metallo.
Supponendo che i Salassi fossero in grado di imbrigliare le acque dell’Evançon con qualche stratagemma tecnico, ne deriva che l’intero tratto vallivo compreso tra la confluenza dell’Evançon nella Dora e l’imbocco della valle di Gressoney avrebbe rischiato di rimanere all’asciutto nel caso in cui la minaccia salassa fosse stata messa in opera. Le mitiche miniere d’oro salasse, dunque, non sarebbero da confondere con le aurifodinae della Bessa ma si troverebbero in valle d’Aosta, oltre la stretta di Montjovet.

Paolo Barosso


Fonte: “Sulle tracce dei Salassi. Origine, storia e genocidio di una cultura alpina”, Claudia Bocca e Massimo Centini, ed. Priuli & Verlucca, Ivrea (To), 1995.

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