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I Templari, i Savoia e le reliquie







Accanto alle ipotesi riguardanti l’origine piemontese del fondatore del Tempio, la storia ci mostra numerosi altri punti di contatto tra i Fratres Templi ed il Piemonte. Il più rilevante è rappresentato dalla Sindone di Torino, approdata nella capitale sabauda nel 1578 per volere di Emanuele Filiberto. Le lacune documentali che rendono frammentaria la ricostruzione del tragitto compiuto dalla Sindone dall’Oriente all’Occidente infittiscono l’alone di mistero che permea il presunto rapporto tra il telo che avvolse il corpo di Cristo (dal greco “sindon”, lenzuolo confezionato a scopo funerario e fabbricato con il lino per conformarsi alle prescrizioni ebraiche che escludevano l’uso della lana, bollata come materiale impuro) ed i Templari, superficialmente ritratti dall’immaginario comune come monaci dediti a traffici oscuri (e, quindi, anche al trafugamento o alla commercializzazione delle reliquie), influenzati dall’esotismo orientale e corrotti dal contatto con l’Islam, nonché depositari di conoscenze “esoteriche”, cioè riservate a pochi eletti (dalla distinzione di matrice aristotelica tra “esoterismo”, che designa un livello di conoscenza accessibile ad una cerchia ristretta di adepti, ammessi previo superamento di prove d’ingresso strutturate come veri e propri riti di iniziazione, ed “essoterismo”, che indica invece un piano di conoscenza aperto a tutti, senza limiti o condizioni e, per questa sua universalità, meno suscettibile rispetto al primo di essere percepito come contenitore potenziale di elementi “occulti” o misteriosi). I Templari, ad esempio, pregavano portando la fronte a terra ad imitazione della gestualità islamica e questa considerazione, accanto ad altre pratiche di dubbia coerenza con l’ortodossia cristiana come il presunto e discusso culto idolatrico tributato al Bafometto (testa maschile o femminile, a seconda delle versioni, forse collegata all’immagine sindonica) o a certe consuetudini cameratesche particolarmente scurrili invalse nella vita quotidiana dell’Ordine, contribuì ad attrarre sui monaci sospetti sincretistici o, addirittura, di complicità o connivenza con il mondo islamico. Costituisce testimonianza di questa tendenza alla commistione, che portò i Templari ad assimilare pratiche e riti diversi da quelli usuali, che si prestarono ad essere percepiti dall’esterno come “contaminati” da credenze “magiche” e influenzati da tradizioni contrastanti con l’ortodossia cristiana, il particolare modo di celebrare l’eucaristia, cioè il memoriale del sacrificio estremo di Cristo. I Templari, infatti, commemoravano l’Ultima Cena officiando un misterioso culto del Santo Sangue, che, probabilmente, avevano assorbito stabilendo contatti con le comunità cristiane dell’area di Gerusalemme, depositarie di tradizioni risalenti ai primi anni del Cristianesimo. Il culto, di stampo diabolico o superstizioso, tributato all’idolo detto Bafometto rientra nella matassa di capi d’accusa che furono imbastiti dai giurisperiti del Tribunale regio francese al servizio di Filippo VI il Bello per costruire il castello processuale diretto allo scioglimento dell’Ordine, condizione indispensabile affinché il monarca transalpino potesse ritenersi sciolto dalle obbligazioni monetarie contratte nei confronti del Tempio e impadronirsi delle immani ricchezze custodite nei depositi templari. In realtà non è chiaro di che cosa si trattasse: qualcuno lo identifica con il cranio di Sant’Eufemia, riallacciandosi alla dimestichezza acquisita dai Templari nel maneggiare le reliquie, altri lo rappresentano come una testa femminile appartenuta ad una gentildonna armena, che sarebbe stata violata dopo la morte da un barone di Sidone, e venerata dai monaci come fonte dispensatrice di influssi benefici (“promettitrice di grandi doni”) o, in altre versioni, per la sua capacità di emettere oracoli (secondo la testimonianza rilasciata durante il processo di Parigi da un tale di Vercelli di nome Antonio Sicco, che ebbe a che fare con l’Ordine data la sua professione di notaio, i Templari erano soliti baciare e accarezzare la testa mummificata al fine di attivare gli influssi prodigiosi che da essa promanavano). Il fatto che il termine Bafometto possa derivare dalla corruzione del nome Maometto (le moschee erano definite “baphomeris”) è stato anche esibito come prova a carico dei Templari, accusati calunniosamente, oltre al resto, di aver abiurato Cristo a favore dell’Islam. Alcuni studiosi, infine, negando fondamento alla tesi dell’idolatria, che finì per ritrarre i Templari addirittura come adoratori di Satana rappresentato in forma di testa maschile, ritengono invece che il “fantoccio” o la figura barbuta di sesso maschile di cui si parla nelle carte processuali (i Templari l’avrebbero adorata, baciata e chiamata “Salvatore”) sia da porre in relazione con il tema sindonico e possa essere identificata proprio con l’effige miracolosa di Cristo impressa sulla Sindone, tanto più che il lenzuolo non era esposto per l’intero della sua lunghezza, se non in occasioni particolari, ma tenuto ripiegato in quattro doppi di modo tale da mostrare ai fedeli solo il viso del Signore. Dunque, la tesi è plausibile ammesso che si accolga l’ipotesi che i Templari siano riusciti, per un certo lasso temporale, ad impadronirsi della Sindone di Torino. Come vedremo, esistono anche altri indizi che vanno in questa direzione. Tra l’altro, va registrata come curiosità la circostanza che, nei pressi di Bra, a poca distanza dal santuario della Madonna dei Fiori, esista ancora oggi una cascina tardo- medievale chiamata “Bafòmet”. Da questo sostrato nebuloso, che unisce fatti storicamente accertati con fantasie sfruttate da quel filone “commerciale” dal quale occorre ripulire la storia dell’Ordine per restituirgli la sua corretta dimensione, emerge con nettezza la rappresentazione dei Templari come tramite ideale attraverso il quale molte reliquie della Cristianità sono approdate in Occidente in concomitanza con l’epopea dei pellegrinaggi armati in area siro- palestinese, comunemente noti come Crociate dalla designazione di “cruce signati” attribuita dalle fonti a chi decideva di prendervi parte. La fama di integrità, che consacrò i Templari come custodi fidati di ingenti patrimoni gestiti per conto dei potenti occidentali, poggia sulla formulazione della norma, ispirata dal rigorismo di San Bernardo di Chiaravalle, probabile estensore degli statuti dell’Ordine, che contemplava l’espulsione immediata come pena da applicare nei confronti del monaco che fosse stato sorpreso in possesso di una somma che eccedesse il tetto dei quattro denari (tale da configurare l’ipotesi di furto ai danni dell’Ordine), fissato dalla regola come limite massimo disponibile per il singolo. La reputazione templare, fondata sull’applicazione rigorosa della regola, produsse i propri effetti anche in campo religioso, contribuendo alla rappresentazione dei monaci del Tempio come persone moralmente limpide alle quali ricorrere senza remore quando si trattasse di certificare, con una “perizia” al di sopra di ogni sospetto, l’incerta autenticità delle numerosissime reliquie che approdavano in Occidente per soddisfare la sete di sacralità tangibile che infervorava gli animi del tempo. Nemmeno la prudente presa di posizione di Sant’Agostino, che esortava a rendere onore alle reliquie ma non a venerarle, intuendo il rischio della degenerazione superstiziosa della pratica, riuscì a frenare il vivo interesse suscitato, sin dagli esordi del Cristianesimo, dal concetto di reliquia come canale attraverso il quale il soprannaturale fluisce nella quotidianità. Anche il diritto canonico riservò particolare attenzione alle reliquie dei martiri classificandole secondo criteri che fanno riferimento a diversi parametri di importanza e attribuendo loro due qualità specifiche: la dinamys, che designa l’energia miracolosa che promana dalle ossa sortendo effetti taumaturgici, e la charis, la grazia divina che risana e purifica venendo attivata proprio grazie al ruolo, proprio della reliquia, di tramite tra uomo e Dio. Le proprietà taumaturgiche e profilattiche delle reliquie, sancite dalla Chiesa e confermate dal principio della Scolastica che, raffigurando il microcosmo come copia miniaturizzata dell’Universo nella sua totalità, suggeriva l’idea che il frammento osseo, lungi dall’essere un semplice attributo, materializzasse l’intera figura del santo facendolo dimorare, anche se morto, in mezzo agli uomini, alimentarono una vera e propria corsa all’accaparramento di ossa e frammenti vari legati alla vita di santi e martiri, che spesso venivano falsificati dai trafficanti intenti a trarre indebiti profitti da questo turpe commercio più volte condannato dalla Chiesa. In questo contesto di incertezza, che impediva spesso di discernere il vero dal falso, invalse la consuetudine di appellarsi al giudizio dei Templari, la cui insindacabile competenza in materia trovava conforto nel fatto che fosse stata affidata proprio ai Fratres Templi la custodia di alcune delle reliquie più preziose della Cristianità come la Vera Croce, riportata alla luce grazie all’ostinazione di Sant’Elena, madre di Costantino, che si trasformò in archeologa ante litteram recandosi in pellegrinaggio nella Gerusalemme del IV secolo. Sintomatica della mentalità del tempo è anche la pratica applicata dai Templari, su commissione di nobili occidentali impossibilitati a raggiungere Gerusalemme, di trasmettere una patina di sacralità alle reliquie la cui autenticità fosse dibattuta o, semplicemente, alle copie di immagini sacre, ricorrendo ad una tecnica che fu poi largamente imitata: considerando l’area del Santo Sepolcro come un vero e proprio giacimento di energie soprannaturali, i monaci solevano porre la copia o l’immagine loro affidata a diretto contatto con la lastra tombale nel convincimento che almeno una stilla dell’aura miracolosa concentrata in loco si comunicasse all’oggetto, sortendo come effetto immediato, per così dire, la sua “sacralizzazione” o l’autenticazione indiretta. L’idea che i poteri prodigiosi correlati ad una reliquia o ad un luogo qualificato dalla sua sacralità potessero trasferirsi su un altro oggetto - immagine, statuetta, osso o copia che fosse - attraverso il semplice contatto con l’originale o con la fonte generatrice degli effetti taumaturgici, raccolse un tale entusiastico consenso che se ne registra una casistica abbondante ben oltre l’età medievale. Infatti, divenne prassi consolidata presso la corte sabauda, entrata in possesso della Sindone con l’atto di donazione del 22 marzo 1453 che trasferì il lenzuolo funerario da Margherita di Charny ad Anna di Cipro (consorte del duca Lodovico di Savoia), omaggiare principi stranieri con la consegna di copie dipinte del telo sindonico che venivano sovrapposte all’originale nel corso di cerimonie ufficiali di modo tale che una quota delle proprietà prodigiose che si riconoscevano al tessuto si trasmettesse alla riproduzione, ottenendo una sorta di duplicazione del modello. La curiosa pratica, che arricchì le gallerie delle regge europee di svariate copie sindoniche beneficate e rese “prodigiose” dal contatto con l’originale torinese, comportava, però, il rischio che il potere sacrale insito nella reliquia si parcellizzasse eccessivamente, polverizzandosi in una miriade di copie che avrebbero finito per svuotare, a forza di sovrapposizioni, l’archetipo sindonico di Torino della riserva di energie miracolose dei cui benefici effetti la dinastia sabauda non voleva certamente spogliarsi. Dunque, i Savoia, anche sulla scorta degli esempi offerti da altre dinastie che presero a limitare la riproduzione delle loro immagini sacre più prestigiose, misero a punto degli accorgimenti tesi a scongiurare il rischio del depauperamento del potere sacrale connesso alla Sindone, la cui integrità doveva essere preservata come condizione indispensabile per mantenere intatto il prestigio internazionale della dinastia, direttamente proporzionale alla qualità delle reliquie possedute. E quale altra reliquia avrebbe potuto surclassare la Sindone in termini di prestigio e poteri miracolosi? I Savoia decisero, così, di contingentare la riproduzione delle copie sindoniche, subordinandola alla preventiva autorizzazione ducale e stabilendo che si dovesse organizzare una cerimonia ufficiale alla presenza del vescovo per la sovrapposizione della copia all’archetipo. Con queste precauzioni, si evitava di svilire il prestigio della reliquia, che non sarebbe stata intaccata nella sua fama né privata della sua riserva di poteri prodigiosi a causa di una incontrollata moltiplicazione delle copie. Inoltre, tali stratagemmi accortamente adottati dalla dinastia prevenivano il rischio di confondere l’archetipo con le sue riproduzioni e di disperdere un patrimonio che non era soltanto religioso ma anche politico.

Paolo Barosso


Fonte: Paolo Cozzo, “LA GEOGRAFIA CELESTE DEI DUCHI DI SAVOIA”, Il Mulino Edizioni, 2006, Bologna

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