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I misteri di Re Arduino







Esplorando il patrimonio di leggende che si è stratificato all’ombra della millenaria Abbazia di San Benigno Canavese, ci si accorge che molti fra i racconti tramandati oralmente dai depositari della tradizione locale e registrati in forma scritta da meticolosi codificatori sono stati elaborati attorno alla figura del nobile Arduino, marchese d’Ivrea e conte di Pombia, il cui spirito immortale sembra ancora aleggiare al di sopra dei borghi turriti e delle verdeggianti colline canavesane, punteggiate di testimonianze architettoniche che la fama popolare interpreta, più o meno fondatamente, come tracce del suo passaggio terreno o come segni delle sue rinomate gesta. Le imprese di Arduino, titolare della marca d’Ivrea istituita nel 568 dal longobardo Guido di Spoleto che vi riunì i comitati di Pombia, Ossola, Vercelli, Ivrea, Stazzona, Bulgaria, Lomello e acclamato re d’Italia dai feudatari laici radunatisi in consesso a Pavia il 15 febbraio 1002, sono esaltate dalla storiografia piemontese, che ne enfatizza la portata anche oltre i limiti imposti dalla lettura oggettiva dei fatti, attribuendo al marchese il merito di essersi contrapposto alla politica centralizzatrice attuata dalla casa imperiale ottoniana di Sassonia. La dinastia sassone, affermatasi quale antagonista degli Arduinici nella contesa per l’egemonia sull’Italia settentrionale e incarnata dapprima dal dispotico imperatore Ottone III, morto nel gennaio 1002, e successivamente dal battagliero Enrico II, contava sul sostegno di una parte dei vescovi d’area piemontese e padana, tenaci oppositori dell’espansionismo arduinico in nome dei vincoli politici e vassallatici che li legavano strettamente alle sorti del Sacro Romano Impero.
La parabola di Arduino s’inquadra nella tormentata cornice internazionale che segna gli albori del secondo Millennio, scosso dall’aggravarsi del conflitto tra il Papato e la casa imperiale germanica che si concentrava attorno alla cosiddetta lotta per le investiture. Lo scontro traeva origine dalla pratica, invalsa in Germania e applicata dagli imperatori ottoniani, di infeudare vescovi e abati cioè di concedere l’investitura vassallatica a membri della Chiesa. Per investitura s’intende l’immissione nel possesso d’un bene, rappresentato da una carica pubblica, una quota di giurisdizione, un frammento più o meno ampio di diritto amministrativo o, nella società signorile post- carolingia, da un feudo. Immersa nel tessuto istituzionale dell’Alto Medioevo, informato al principio di “allodialità” dei poteri pubblici dei quali si disponeva alla stessa stregua di beni privati, cedendoli e acquistandoli, la casa imperiale sassone fece ampio ricorso alla concessione di feudi e uffici pubblici ai vescovi, assicurandosi di fatto, o anche formalmente, il controllo sulla scelta della persona destinata a ricoprire la carica ecclesiastica e interferendo, nell’esercizio di questo potere, con i meccanismi istituzionali interni alla Chiesa e con la sua autonomia decisionale. Il radicamento di tale consuetudine, che trasformò i prelati in funzionari pubblici alle dipendenze dell’imperatore, fu determinato anche dall’introduzione, ad opera di Corrado II, del principio di ereditarietà dei feudi che ne sanciva la trasmissibilità di padre in figlio, vincolando strettamente il potere e l’autorità dell’imperatore agli interessi particolaristici della feudalità laica. Per riequilibrare i rapporti di forza, sbilanciati a favore dei vassalli laici, la Casa di Sassonia favorì gli ecclesiastici nell’investitura feudale contando, in caso di morte del vescovo o dell’abate, sull’automatico ritorno del feudo nella piena disponibilità dell’imperatore. La lotta per le investiture, incentrata attorno alla riconduzione al Papa o all’Imperatore del potere di scelta e di nomina dei vescovi, infiammò dunque la scena internazionale sino alla stipulazione del concordato di Worms tra Enrico V e papa Callisto II, che accolse in linea di principio la distinzione mutuata dalla dottrina francese tra l’investitura temporale, che designava l’atto di immissione del vescovo nella titolarità del feudo, e l’investitura spirituale, cioè l’immissione del prelato nell’ufficio ecclesiastico. L’imperatore rinunciava all’investitura spirituale lasciando al Papa il compito della consegna rituale di anello e pastorale, emblemi dell’ufficio ecclesiastico, ma tratteneva per sé l’investitura temporale del vescovo, immettendolo nella titolarità del feudo e dotandolo simbolicamente dello scettro.
La feudalizzazione dei vescovi promossa dall’Impero causò frizioni tra il partito dei conti territoriali capeggiato da Arduino e gli ecclesiastici che parteggiavano apertamente per l’imperatore essendo a lui vincolati, oltre che dal rapporto vassallatico, anche dalle comuni trame politiche, come dimostra il caso di Varmondo degli Arborio di Gattinara, vescovo di Ivrea, e quello dei vescovi di Vercelli, Pietro e Leone. La rivalità tra Arduinici e Ottoniani per il controllo dell’area padana alimentò di conseguenza la contrapposizione tra Arduino e il partito episcopale, di parte imperiale. Il sacco di Vercelli del 997, di cui si macchiarono i vassalli minori di Arduino dopo la presa della città, che fu attaccata per porre termine alla controversia sorta tra episcopato vercellese e comitati filo-arduinici attorno al possesso del borgo di Caresana e allo sfruttamento delle aurifodine della Bessa (depositi auriferi del Biellese), si accompagnò all’atto sacrilego commesso ai danni del vescovo Pietro, che fu non soltanto ucciso ma anche dato brutalmente alle fiamme. I detrattori di Arduino colsero l’occasione per far ricadere sul capo del marchese l’accusa di essere l’ideatore dell’attacco e il mandante dell’assassinio. Il marchese incorse nell’ira di Varmondo che lanciò contro di lui la prima scomunica, accusandolo di omicidio al cospetto del papa, Gregorio V, il quale confermò il provvedimento ammonendo il marchese a non baciare né donna né uomo, a mortificare il corpo astenendosi dal cibarsi di carne, a peregrinare continuamente evitando di sostare per due notti consecutive nello stesso luogo ed esortandolo ad indossare l’abito monacale. Arduino, escluso dalla comunità ecclesiastica e defraudato delle proprie terre, confiscate da Ottone III, non abbandonò la Marca d’Ivrea ma proseguì la lotta sia contro il partito dei vescovi, che appellava “bifolchi” e trattava come “subulchi”, secondo il cronista Titmaro, tanto da calpestare, colto da accesso d’ira, il presule di Brescia, sia contro le pretese egemoniche di Enrico II di Baviera. Isolato dai vassalli e debilitato dalle fatiche della guerra, si ritirò a vita monastica alla Fruttuaria nel 1014. Il torrente d’odio che sgorgava inestinguibile dall’animo di Varmondo era talmente impetuoso che altre scomuniche fecero seguito alla prima, corredate da elenchi di formule rituali che, risolvendosi in una catena di maledizioni lanciate sul capo del marchese e della sua stirpe, servivano allo scopo di amplificare l’efficacia deterrente della misura trattenendo i sodali di Arduino dall’offrire il loro contributo alla causa anti-imperiale e dal sostenerlo ulteriormente nei suoi propositi ostili alla Chiesa. Il tenore delle formule riportate dalle fonti può sconcertare e lasciare interdetti, riflettendosi in esse una mentalità che pare incomprensibile se interpretata con criteri attuali. Dal Codice XX della Biblioteca Capitolare di Ivrea, contenente il testo della seconda scomunica, sono estrapolabili i seguenti passi che illuminano sulla qualità degli effetti che Varmondo si prefiggeva di ottenere: “Malediciamo Arduino e Amedeo, predoni e devastatori della Chiesa di Dio; malediciamo i cittadini di Ivrea che diedero loro aiuto… mandi Iddio su di essi fame e pestilenza… Li percuota Iddio con miserie, febbri, geli, arsure, infermità sino alla morte…” e che tutti questi mali continuino ad abbattersi su di loro sino a che no tornino “penitenti e sommessi in seno di questa madre Chiesa”.
La circostanza che l’ultimo respiro del marchese, ridotto allo stato monacale, sia stato accolto dalle navate dell’Abbazia canavesana alimentò la fantasia popolare che, compenetrando fatti storicamente documentati e illazioni non verificabili, trasmette quella sensazione di mistero irrisolto e di aurea soprannaturale che ancora oggi rende affascinante la figura di Re Arduino. Il Giacosa, letterato piemontese, ripercorre il tragitto delle spoglie mortali del marchese, tormentato da un’inquietante concatenazione di esumazioni e traslazioni che, oltre a disturbare il sonno eterno del guerriero, resero incerta la reale paternità delle ossa, venerate in passato da monaci e contadini come reliquie dispensatrici di miracoli e attualmente attribuite ad Arduino più sulla base di illazioni che di fatti documentabili. Alla metà del Cinquecento il cardinale Bonifacio Ferrero-Fieschi, abate commendatario della Fruttuaria nominato direttamente dal Papa, ordinò la riesumazione dei resti di Arduino, considerando indegno che le spoglie appartenenti ad uno scomunicato persecutore di uomini di Chiesa riposassero accanto a quelle di venerandi monaci con il rischio di contaminare la terra consacrata. Le ossa, tolte dalla teca che le custodiva incastonata nell’altare maggiore, furono interrate nell’orto mentre lo scettro, l’anello e gli altri cimeli deposti accanto al cadavere del marchese trovarono posto, stando alle malelingue, nella galleria privata allestita dall’abate, contagiato dalla manie collezionistiche che ossessionavano prelati e monarchi tramutandoli in certosini accumulatori di tesori e curiosità esposti nei Gabinetti delle Meraviglie. Il conte Filippo San Martino d’Aglié, amico della prima Madama Reale, letterato e membro di una delle famiglie canavesane che ostentavano Arduino come antenato anche nelle loro arme, mosso a compassione per il triste destino dell’illustre avo, spese le proprie aderenze a corte affinché le ossa fossero recuperate dalla terra dell’orto e traslate, all’interno di una disadorna cassetta lignea, nel maniero di Aglié, che all’epoca non era ancora stato acquistato dai Savoia. Nel 1764 il re Carlo Emanuele III, con il proposito di creare un appannaggio per il quartogenito, Benedetto Maria Maurizio, duca del Chiablese, acquistò il castello di Agliè dai conti di San Martino, i fratelli Carlo Emanuele e Francesco Flaminio, per trasformarlo in residenza di loisirs. La moglie del conte di San Martino Carlo Emanuele, Cristina di Saluzzo- Miolans, legata da vincoli sentimentali al conte Carlo II Francesco Valperga di Masino, viceré di Sardegna e ambasciatore sabaudo alle corti di Spagna e Francia, anch’egli discendente dalla stirpe arduinica, decise di sottrarre le spoglie mortali di Arduino alla custodia alladiese per trasferirle nottetempo al castello di Masino. Compì l’impresa furtiva scortata da un manipolo di fidi servitori, coprendo il tragitto in carrozza nell’arco di quattro ore. Persuaso il custode del castello ad aprirle il portone, asportò la cassetta di legno dalla sacrestia e la trasferì a Masino. Nel 1827 la cerimonia di benedizione delle ossa, celebrata alla presenza del re Carlo Felice e della consorte Maria Cristina di Borbone, restituì la meritata dignità alle spoglie del marchese, contribuendo non già a certificarne l’autenticità ma, quantomeno, a diradare la nebulosa cortina che ostacola ancora oggi la chiara riconduzione della paternità delle ossa al marchese d’Ivrea, capostipite di tante famiglie nobili del Canavese. Le spoglie riposano nella cappella interna al castello di Masino (To), protette da una lastra marmorea che ingentilisce il sepolcro, riportando incisi il caratteristico fascio arduinico di verghe ed il motto “Sans despartir” che fu del combattivo marchese.
Il travagliato itinerario percorso dalle spoglie di Arduino rispecchia i tormenti della sua esistenza terrena, segnata da successi militari alternati a cocenti sconfitte. Fruttuaria restituisce le tracce di un altro fatto correlato alla figura di Arduino che, trasportandoci nella sfera del soprannaturale, lascia trasparire l’intenzione manifestata dalle fonti di riabilitare la memoria del marchese cancellando l’onta delle scomuniche che pesarono sulla sua reputazione e condizione spirituale. La cronaca della Fruttuaria, data alle stampe dal Calligaris nel 1889, consacrando una risalente tradizione, descrive la visione di Arduino che, ormai fattosi monaco alla Fruttuaria, affermò di essere stato visitato durante il sonno notturno dalla Madonna che gli avrebbe ordinato di patrocinare la fondazione di tre cappelle da intitolare alla Vergine, l’una a Crea nel Monferrato e le altre rispettivamente a Belmonte, nel Canavese, e presso la chiesa di Sant’Andrea, il tempio alto-medievale ricostruito dai Benedettini fuggiaschi della Novalesa che lasciò posto, in età barocca, al Santuario torinese della Consolata. Il sogno di Arduino è ricondotto dalla cronaca al 18 novembre 1016 ma questa datazione non è coerente con la notizia accreditata da altre fonti, come il Necrologio Divionense, che situano cronologicamente la morte del marchese al 14 dicembre 1015. Recenti ricerche hanno svelato che il testo dell’epitaffio inciso sulla lastra sepolcrale di Arduino, di cui esiste una riproduzione conservata alla Biblioteca Reale di Torino, indicava come data di morte il 2 marzo del 1018 e come luogo della dipartita Valperga. Ove si accettasse come corrispondente ai fatti questa indicazione cronologica, ciò restituirebbe verosimiglianza al racconto riportato dal Calligaris che data il sogno di Arduino al novembre 1016. La fama leggendaria di Arduino, indicato da certe fonti come promotore del culto mariano nelle località piemontesi di Crea e Belmonte, trasformate nei secoli successivi in vere e proprie cittadelle della fede cattolica, risulta ulteriormente fortificata da questa tradizione che quasi lo santifica, attribuendogli la capacità “soprannaturale” di mettersi in contatto con Dio e di ricevere istruzioni dalla Madonna in merito alla fondazione di chiese, destinate con il tempo ad attrarre masse di pellegrini unendo il carattere originario di Santuari mariani al ruolo di Sacri Monti.
La stessa tradizione lo accredita come colui che contribuì a risvegliare il culto mariano torinese della Consolata, legato all’effigie o alla statua della Madonna che andò dispersa nel IX secolo probabilmente a causa del vescovo Claudio il quale, appena assiso sullo scranno episcopale di Torino, estese al Piemonte la furia devastatrice delle immagini sacre caratteristica dell’eresia iconoclasta, di matrice cristiana orientale, alla quale aderì anche l’imperatore bizantino Leone l’Armeno, legittimando così la dilapidazione di una parte consistente del patrimonio artistico conservato nei monasteri delle terre bizantine. Claudio, adepto dell’iconoclastia, costrinse i devoti torinesi a nascondere in luogo segreto il venerato manufatto per proteggerlo dalle mire distruttrici del prelato. La statua sarebbe stata ritrovata dal cieco di Briançon circa cent’anni dopo la visione di Arduino ma è verosimile ritenere che il marchese, indotto dal sogno notturno, abbia contribuito a patrocinare, avviandola, la costruzione di una cappella dedicata alla Madonna che venne ricavata lungo la navata interna dell’antica chiesa di Sant’Andrea, poi incorporata nel Santuario guariniano e juvarriano di Maria Consolatrice. L’area della cappella arduinica, interna al Santuario della Consolata, è di incerta localizzazione, anche se taluni vorrebbero individuarne le tracce in corrispondenza del vano sotterraneo della Cappella delle Grazie, alla destra dell’ingresso principale.
L’impronta del marchese guerriero si affianca alle orme del vescovo Eusebio, proclamato patrono del Piemonte, il quale, oltre ad aver fondato la diocesi torinese staccandola da Vercelli e affidandola all’amico Massimo, è indicato da una fama consolidata nei racconti popolari come colui che apportò al Piemonte il culto delle Madonne Nere, trasportando alcune statue o effigi venate di tonalità scure dall’Oriente, dalla Palestina, dalla Cappadocia o dall’Egitto copto, e introducendo quest’ennesimo mistero destinato ad alimentare il senso di “magia” che appartiene all’anima profonda della terra piemontese e della città di Torino.

Paolo Barosso


Fonte: Fonte: Augusto Cavallari Murat, TRA SERRA D’IVREA, ORCO E PO, Istituto Bancario San Paolo di Torino, 1976, Torino.

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