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Alla scoperta di San Benigno







Nella pianura basso canavesana, punteggiata di preziose testimonianze storico-artistiche dell’età romanica, risalta per la maestosità delle forme, per la pregevolezza dei mosaici pavimentali, strappati all’oblio dai recenti lavori di ripristino conservativo, e per la purezza stilistica del campanile, che l’affianca come una fedele sentinella, l’abbazia di san Benigno Canavese. La paternità del complesso spetta al monaco benedettino piemontese Guglielmo da Volpiano, costruttore e musico, che volle dedicarla, oltre che al martire sepolto a Digione al quale era legato da profonda devozione e dal fatto di aver ritrovato la sua tomba, anche a santa Maria e a tutti i santi. L’edificio, sebbene profondamente alterato tanto da risultare illeggibile nella sua configurazione estetica originaria, serba l’impronta indelebile del monaco costruttore che lo ideò, esortato e sorretto nella sua impresa dai fratelli Roberto, Nitardo e Gotifredo, anch’essi monaci benedettini. Posò la prima pietra il 23 febbraio 1003 ed il cantiere fu concluso nel 1006 con la celebrazione della cerimonia inaugurale diretta dallo stesso Guglielmo alla presenza di re Arduino, il cui ruolo storico, in parte tratteggiato dalle cronache ed in parte deformato in senso celebrativo dal racconto popolare, si attaglia perfettamente alla teoria di Goethe, il quale poneva l’accento sul sorprendente effetto che la compenetrazione di storia e leggenda esercitano sulla psiche umana. Il monaco cluniacense e cronista Rodolfo il Glabro, biografo e amico di Guglielmo, inserisce nel tormentato e frammentario contesto storico derivato dalla disgregazione dell’impero carolingio lo scontro tra le truppe di Ottone I di Sassonia, re di Germania, e il manipolo di soldati asserragliati sull’isola di san Giulio, al centro del lago d’Orta, al comando di Roberto da Volpiano, feudatario canavesano d’origine sveva fedele al marchese d’Ivrea Berengario II, proclamato re d’Italia, e alla consorte Willa. La copia reale si opponeva alle mire espansionistiche della casata sassone, alimentate per ragioni d’opportunità politica dall’allora pontefice Giovanni XII. La presa dell’isola, che conserva il tratto superstite delle “mura della regina” in memoria del valore dimostrato da Willa che qui riparò insieme con il tesoro reale organizzando le difese della rocca, è parte di una contesa più ampia che si concluderà con l’affermazione dell’egemonia ottoniana sull’area piemontese, e padana in generale, con il ricostituirsi del Sacro Romano Impero quale principale effetto dell’incoronazione imperiale di Ottone I a Roma il 2 febbraio 962 e con la conseguente legittimazione della figura dell’imperatore quale tutore della cristianità latina grazie alla concessione del Privilegium Othonis. Il Privilegio ottoniano era una disposizione speciale che riconosceva all’imperatore il potere di manifestare il suo gradimento alla nomina del Papa, modificata in seguito da una clausola, ancora più mortificante per il pontefice, che condizionava la validità stessa dell’investitura papale al consenso preventivo dell’imperatore, il quale dimostrava di considerare il capo della Chiesa latina alla stregua di un qualsiasi altro feudatario. In questo tormentato contesto politico, nasce sull’isola piemontese, nell’estate del 962, il figlio quartogenito di Roberto, sire di Volpiano, e della consorte, la nobildonna di stirpe longobarda Perizia, forse sorella di Arduino d’Ivrea, entrambi legati allo sconfitto Berengario II, condannato all’esilio a Bamberga. Ottone I, esortato dalla moglie Adelaide, volle dare prova di magnanimità e manifestare la propria stima verso il valoroso difensore dell’isola partecipando al battesimo del bimbo in veste di padrino e imponendogli il nome francone, cioè germanico, di Guglielmo, che era lo stesso del figlio, vescovo di Magonza. Proprio sull’isola aleggia lo spirito di Guglielmo, riformatore e costruttore di monasteri in Europa e in Piemonte, il quale ha lasciato traccia di sé, in assenza di rotocalchi o di pitture che ce ne tramandino le fattezze, nella rappresentazione scultorea che campeggia sull’ambone romanico della basilica di san Giulio d’Orta, in marmo nero di Oira, accanto ai simboli degli evangelisti. Tra fiere che ghermiscono cerbiatti e centauri che scagliano frecce, si staglia la limpida figura di un monaco senza barba, appoggiato ad un bastone con la Tau ed identificato dagli studiosi (Canestro-Chiovenda) con Guglielmo. Sin dai sette anni d’età ne venne affidata l’istruzione come oblato (cioè “donato”) ai monaci dell’abbazia di san Genuario a Lucedio, nei pressi di Trino, immersa in quella pianura vercellese non ancora rivestita dall’umido manto delle risaie ma ricoperta da boschi alternati a campi di segale, di farro e di altri cereali coltivati nell’alto Medioevo. Il paesaggio muta a seconda delle epoche, non si cristallizza in immagini fisse, e lo scenario naturalistico contemplato dagli occhi adolescenziali di Guglielmo era profondamente diverso dalla distesa di riquadri allagati che compone oggi queste pianure e che sembra essersi concretizzata dalla mente immaginifica di un pittore divisionista. Il monaco, convinto assertore della semplicità e purezza della regola benedettina che difese dalle devianze e dalla contaminazione di interpretazioni permissive, aderì, dopo l’incontro illuminante con l’abate Maiolo presso la Sacra di san Michele, al movimento riformistico che si stava irradiando da quel faro della civiltà monastica che era l’abbazia di Cluny e che prese il nome significativo di “riforma di Cluny”. Sfruttando i legami della propria famiglia con la nobiltà borgognona e forte del suo bagaglio culturale, attraversò l’Occidente fondando chiese, riformando comunità monastiche in base al modello cluniacense e scrivendo per esse raccolte di consuetudini, come le consuetudines Fructuarienses, che, pur ricalcando la regola benedettina, se ne discostavano per la caratteristica severità che rispecchiava il temperamento di Guglielmo, talmente rigoroso nel mantenimento della disciplina morale da meritarsi a Digione l’appellativo di “supra regulam”, cioè al di sopra e aldilà della regola. Si calcola che Guglielmo avesse ricevuto mandato da vescovi e potenti di riformare almeno una quarantina di abbazie e priorati, sparsi tra la Francia e il Piemonte, tra i quali l’abbazia di Fécamp in Alta Normandia, dove morì l’1 gennaio 1031, mentre si preparava a far ritorno in patria, a san Benigno, dove progettava di ritirarsi a vita contemplativa. Il vescovo di Langres, Bruno di Roucy, affidò a Guglielmo la ristrutturazione dell’abbazia di san Benigno a Digione con il compito di riplasmarne anche il regime spirituale conformandolo al modello cluniacense. Guglielmo si legò tanto a fondo con l’abbazia di Digione che, oltre ad essere noto in Francia anche come Guglielmo da Digione (o di Fécamp), portò il nome del martire, e alcune reliquie del suo corpo, in Piemonte dedicandogli la fondazione monastica di san Benigno Canavese. Le cronache di Rodolfo il Glabro attribuiscono al monaco piemontese il merito del miracoloso ritrovamento del sepolcro che custodiva le ossa del martire, del quale s’erano perse le tracce. La figura di san Benigno è centrale nella vita di Guglielmo e merita una riflessione anche perché è strettamente correlata all’intitolazione dell’abbazia canavesana. La vita di Benigno è avvolta dal mistero, il nome del presunto martire ne svela la natura di “apportatore di benefici influssi” ed, infatti, sappiamo dalla cronaca del santo vescovo Gregorio di Tours che, all’epoca di suo nonno, anch’egli Gregorio, il sepolcro del santo di Digione, probabilmente il sarcofago d’un patrizio romano, era luogo di devozione. Se ne ricercava il contatto materiale perché lo si credeva dispensatore di miracolose guarigioni. Informato della massa di contadini che affollava il luogo della sepoltura, teatro di fatti soprannaturali, il vescovo, temendo il risvegliarsi di credenze superstiziose di matrice pagana o il manifestarsi di errori di ispirazione diabolica, proibì ai fedeli di perseverare nella venerazione di quel defunto dall’identità indefinita. Tra l’altro, nel V secolo, non esistevano procedure ufficiali di canonizzazione e la Chiesa sentiva la necessità di individuare strumenti che accertassero l’autenticità dei propri morti, certificandone la santità e liberando il campo da forme di culto superstiziose. Il vescovo restaurò il culto di Benigno quando seppe che un contadino, violando la prescrizione del presule e accesa una candela presso il sarcofago, si pentì del gesto e, tornato per spegnerla, non potè avvicinarsi a causa d’una vipera che glielo impediva. Altri fatti similari si ripeterono e il vescovo, informato di altri martiri dello stesso nome venerati in altre regioni dell’Occidente, si convinse a ripristinare il culto di san Benigno, anche se rimane incerta l’attribuzione della salma, i cui resti furono ritrovati proprio dal nostro Guglielmo.

Il culto di Benigno, il santo benefico, fu importato in terra piemontese anche grazie all’intervento di Guglielmo il quale, nel corso d’uno dei suoi viaggi, fu colto da febbri violente che lo prostrarono costringendolo ad una lunga convalescenza a Vercelli. I fratelli colsero l’occasione per persuaderlo a costruire un’abbazia sulle terre avite ad imitazione di quelle che aveva plasmato o riformato in giro per l’Europa. I continui movimenti di Guglielmo testimoniano di una società medievale diversa da quella che ci si immagina, nient’affatto statica ma estremamente dinamica. La fitta rete di strade battute dai pellegrini e costellate di punti di sosta e strutture assistenziali dimostra questa propensione al viaggio tipica dell’uomo medievale. Guglielmo ritornò dunque in Piemonte e diede vita alla comunità monastica della Fruttuaria (non è dato sapere se il nome preesistesse o meno alla chiesa) sulle terre che rientravano nei possedimenti paterni, strette tra il greto del Malone e l’Orco, dai quali il costruttore trasse la materia prima usata per l’edificazione del complesso, la pietra. Il complesso è luogo di mistero, di presenze impalpabili che possono essere intercettate soltanto dalle sensibilità più addestrate. Cominciamo dal campanile, il retaggio più consistente della fondazione monastica risalente al Mille, sopravvissuto all’inclemenza del tempo e all’anelito modernista del cardinale Vittorio Amedeo delle Lanze, legato alla famiglia Savoia e nominato abate commendatario di san Benigno con la bolla papale del 5 agosto 1749, che gli affidò la cura spirituale e materiale di un luogo ormai al tramonto e minacciante rovina. Il rifacimento settecentesco risparmiò il possente campanile che rivela l’impronta del solido Guglielmo e che richiama simbolicamente la possanza d’una quercia ramificata, di cui erano ricche le foreste planiziali che ricoprivano le pianure piemontesi, ergendosi quale pietra miliare sulla strada che collega Digione e Cluny a Roma. La purezza stilistica del campanile è stata sottolineata dal Mallè, critico d’arte, che vi ha scorto l’applicazione plastica delle conoscenze musicali di Guglielmo. La successione di archetti ciechi sorretti da peducci con figure antropomorfe che fasciano il campanile, creando contrasti cromatici tra il grigio della pietra e il rosseggiare del mattone, costituirebbero la traduzione plastica del ritmo musicale tipico del canto gregoriano di cui Guglielmo era esperto. Gli archetti ciechi sono sovrastati da fasce marcapiano a dente di sega che, correndo parallele l’una all’altra, ripartiscono il campanile in sei piani e, intersecandosi con la lesena intermedia secondo una tipologia riscontrabile anche nel campanile della Consolata a Torino, generano le dodici campiture che incorniciano le finestre, indispensabili per aerare e illuminare l’interno. Il campanile tende ad alleggerirsi dal basso verso l’alto e l’effetto di alleggerimento è amplificato dalla sostituzione delle esili feritoie strombate delle prime campiture con le monofore e le bifore sorrette dai tipici capitelli a stampella o a gruccia che caratterizzano gli ultimi piani.

Nella campitura destra del quinto piano della facciata ovest del campanile si noti l’irregolarità rappresentata dalla bifora “disassata” (dimezzata) in luogo della bifora normale: l’anomalia non è casuale ma rispecchia l’andamento della scala interna che termina proprio in corrispondenza della bifora “tagliata”. La scala è del tipo intra muros, cioè si snoda all’interno dello spessore delle mura, con volta a botte, tipologia che, in area piemontese, è presente, oltre che a san Benigno, anche nel campanile di san Giulio d’Orta, opera dello stesso Guglielmo. La scala mostra l’impronta d’una mano che la tradizione locale attribuisce all’intervento del demonio ed è questo uno dei ricami leggendari che accrescono il senso di mistero che pervade il complesso. La cristianizzazione dell’Occidente non cancellò del tutto le forme di religiosità pagana che resistettero soprattutto nelle campagne creando quel complesso di credenze e di pratiche contrastate dalla Chiesa delle origini che le considerava incompatibili con lo stile di vita cristiano. Eliminato il rischio della riaffermazione del paganesimo, si cominciò ad interpretare quelle stesse credenze quali tracce rivelatrici dell’intervento del diavolo, il capo dei demoni secondo la tradizione agostiniana, l’angelo fatto precipitare da Dio prima della Genesi a causa della sua ribellione. Il principe della menzogna (dal greco “diabolos”, colui che divide), personificazione del male, popolò leggende e racconti popolari in Piemonte, dove spesso lo si presenta come depositario di straordinarie competenze tecniche che lo rendono costruttore di ponti (si veda il celeberrimo Ponte del Diavolo a Lanzo) ma anche cacciatore di anime e dispensatore di inganni. In Valsesia, esiste un masso spaccato da una gigantesca fenditura, che i valligiani attribuiscono al tentativo infruttuoso operato dal diavolo di farlo precipitare sulla chiesa del villaggio sottostante allo scopo di far tacere le preghiere che incessantemente salivano da quel luogo verso Dio. Tracce strane, impronte di mani o ginocchia, riconducibili a misteriose forme di religiosità pre-cristiana, sono state reinterpretate o in senso positivo come la prova della veridicità di fatti accaduti a martiri locali e narrati dalle leggende o in senso negativo come il segno che attesta invece l’autenticità di racconti legati al manifestarsi del diavolo. L’origine misteriosa dell’impronta di san Benigno, ancora leggibile sulla scala interna, suggerì agli abitanti del borgo l’idea che si trattasse della traccia lasciata dalla mano del diavolo, roso dall’invidia, nel tentativo infruttuoso di far precipitare il campanile sulla chiesa, mentre i monaci erano raccolti in preghiera. La base del campanile nasconde un altro mistero, meno inquietante: due cappelle sovrapposte, una inferiore riscoperta grazie ai recenti lavori di restauro ed una superiore, con volta a crociera, provvista di abside rivolta ad est (l’origine del Cristianesimo, la Terra Santa) e affrescata con una bella figura di Madonna con bambino risalente al Mille. E’ probabile che questa cappella fosse stata usata dai monaci come luogo di preghiera nell’attesa che la fabbrica della chiesa venisse completata, come soluzione provvisoria, e ciò attesterebbe il fatto, altrimenti indimostrabile, che il campanile preesistesse alla chiesa.

Paolo Barosso


Fonte: Giuse Scalva, LA MILLENARIA ABBAZIA DI FRUTTUARIA, Edizioni Nautilus, marzo 2006, Torino

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