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Torino magica e l'Egitto







Torino deve la propria fama sia alla vocazione di città regale, che traspare dalla sua storia e che trasuda dalla sua architettura, sia a quel marchio di metropoli pervasa da energie magiche che le deriva dall’essere inserita nel triangolo della magia nera ed in quello della magia bianca. La capitale sabauda - si vocifera - è centro di irradiazione di energie occulte, misteriose, che ribollono nelle sue viscere, scorrono negli anfratti più reconditi del sottosuolo e si manifestano qua e là, dando origine a sinistri fenomeni che risulterebbero inspiegabili ricorrendo alle categorie della razionalità scientifica. Lasciando al singolo lettore la valutazione della fondatezza o meno di queste credenze, focalizziamo l’attenzione su alcune delle cause oggettive che hanno concorso alla nascita della mitologia della Torino magica, attorno alla quale si è formata una sterminata letteratura, e che hanno contribuito alla creazione del legame indissolubile che mette in relazione la capitale sabauda con l’antico Egitto, testimoniato dalle code di turisti che affollano la biglietteria del Museo Egizio e dalla passione egittologia della dinastia sabauda. Com’è possibile che l’impronta della più affascinante civiltà del Mediterraneo abbia lasciato il suo marchio indelebile sulla Torino coronata dalla catena alpina, lontana migliaia di chilometri dalla sua culla nilotica? E’ necessario risalire a qualche secolo addietro, quando Torino assurse al rango di capitale degli Stati sabaudi per decisione del duca Emanuele Filiberto, detto Testa d’Fer per la sua ferrea determinazione nel perseguimento degli obiettivi. Spoliatis arma supersunt: chi è spogliato dei propri averi e defraudato dei propri diritti non ha altra risorsa che il ricorso alla lotta, alle armi. Questo motto sintetizza lo stato d’animo del giovane rampollo sabaudo al quale il padre, Carlo III (o II – non c’è accordo sul computo) detto il Buono, aveva lasciato in eredità uno Stato eroso dall’espansionismo militare dei Francesi, che s’erano insediati con una guarnigione comandata dal sire di Brissac nella stessa Torino a partire dalla presa della città del 1536, e ridotto ad un mosaico irregolare di strisce di terra isolate tra loro e scarsamente difendibili. Testa di Ferro, deciso a riconquistare ciò che era stato indebitamente sottratto alla sua famiglia, si pose al servizio dello zio, l’imperatore Carlo V d’Asburgo, che gli affidò il comando dell’esercito di Fiandra, in larga parte composto da soldati spagnoli. Sconfisse i Francesi a san Quintino nel 1557 e recuperò gradatamente le sue terre grazie al trattato di pace di Cateau- Cambrésis del 1559: entrambi gli eventi, cruciali per la storia del Piemonte, sono celebrati dai bassorilievi che abbelliscono il piedistallo in granito rosa di Baveno del caval d’brons. Il duca fece ritorno nella Torino liberata dalla guarnigione francese del Brissac il 7 febbraio 1563, alle ore undici del mattino, passando attraverso le Porte Palatine, allora ancora in uso. Quell’attimo può essere considerato come l’istante che consacrò ufficialmente Torino quale capitale degli Stati sabaudi a danno dei fratelli savoiardi di Chambery. La Torino elevata a sede della corte necessitava di radicali trasformazioni per essere adeguata al rango al quale era stata destinata, di palcoscenico del prestigio dinastico e centro di rappresentanza del Ducato. La città che assistette al trionfale ingresso di Testa di Ferro non era altro che un quieto borgo di circa 20.000 anime racchiuso entro la cinta muraria romana, rafforzata soltanto dai bastioni costruiti dai Francesi, e solcato dalle sinuose e irregolari stradine medievali cresciute sulla traccia del castrum latino, sulle quali si affacciava qualche bottega ma nulla di confrontabile con la vivacità commerciale e con la ricchezza mercantile che caratterizzava altri centri piemontesi, più importanti e popolosi, quali la vicina Chieri o Vercelli. Come giustificare, dunque, la scelta di un piccolo centro come Torino quale sede della corte di Savoia se non estraendo dal pozzo inesauribile della mitologia l’identità di un fondatore celebre “disponibile” ad apporre il suo marchio illustre sulle origini della città? Dunque, il rinnovamento urbanistico che trasformò Torino nel prototipo della piccola capitale dell’assolutismo monarchico esaltato da Nietsczhe fu accompagnato da un’operazione propagandistica che si proponeva di nobilitare i natali della città. La mitologia delle origini torinesi, così come quella dinastica, doveva essere completamente riscritta in modo tale da rispecchiare degnamente il nuovo ruolo della città, destinata ad essere sede d’una corte ducale che ambiva a fregiarsi del titolo regio. Testa di Ferro si ricordò allora d’un suo fidato amico, il savoiardo Filiberto Pingone, discendente per parte di padre d’una famiglia di Aix-en-Provence, letterato, cultor antiquitatis, raccoglitore di cimeli e studioso di vestigia del passato, che si trasferì da Chambery a Torino per seguire la corte ducale. Esiste ancora, in Val Salice, la “vigna” collinare che egli acquistò adoperando il denaro dell’amata moglie Filiberta di Bruello, sia per sfuggire al contagio della pestilenza che ammorbava la città sia per adibirla a rifugio letterario. Il progetto propagandistico del duca, teso ed esaltare le origini di Torino, venne sposato dal Pingone concretizzandosi nella pubblicazione, nel 1577, della Storia di Torino. Nell’opera Monsu Pingon presentava una versione personalizzata della fondazione della città, ricostruita recuperando e rielaborando in chiave “moderna” fonti disparate, come gli scritti attribuiti a Beroso Caldeo (lo Pseudo-Beroso), opera spuria divulgata dal falsario Annio da Viterbo che si attribuiva la capacità di tradurre la lingua degli Etruschi. Qualche anno più tardi, nel 1581, condusse la stessa operazione propagandistica dando alle stampe un testo che ricostruisce, con qualche forzatura, la genealogia della dinastia di Savoia facendola risalire alla casata sassone, precisamente a quel duca Vitichindo le cui imprese militari sono celebrate nel fregio pittorico che decora le pareti del salone delle Guardie Svizzere a Palazzo Reale. Tornando al tema delle origini cittadine, il Pingone attribuì il merito di aver fondato Torino nel 1529 a.C. ad un principe egiziano, tale Fetonte, che per ragioni a noi oscure emigrò dalla sua terra natale insieme con un gruppo di esuli o esploratori ante litteram dando vita a quella piccola colonia di Egizi sulle sponde del fiume Po dalla quale prese forma l’attuale Torino. Nulla avrebbe potuto nobilitare di più Torino, al cospetto delle dinastie europee, dell’idea che la capitale sabauda fosse stata fondata da un principe di stirpe egizia: fu così che, grazie al Pingone, venne ufficializzata l’epopea di Fetonte come mito fondativo della città piemontese. Anche l’archeologia giunse in soccorso della tesi elaborata dal letterato savoiardo, attribuendole una parvenza di autenticità. Durante i lavori di scavo per la costruzione della Cittadella, l’opera fortificata progettata da Francesco Paciotto di Urbino per conto di Emanuele Filiberto, affiorarono dal terreno i frammenti di un’epigrafe votiva dedicata alla dea Iside definita “Magna e Madre”. Si colse l’occasione offerta da quell’evento eccezionale per trasformare il ritrovamento di quei pochi tasselli, che a noi non sono nemmeno pervenuti, nella prova inconfutabile capace di attestare l’autenticità dell’ipotesi egizia propagandata da Pingone. Che sia stato il Fato a guidare la mano delle maestranze del cantiere? Chissà, fatto rimane che il casuale rinvenimento destò interesse alimentando le fantasie, che mescolano dati storici ad echi leggendari, di quanti favoleggiano dell’esistenza d’un tempio torinese dedicato ad Iside, il cosiddetto Iseion, che alcuni pretendono di localizzare sotto il tempio neoclassico della Gran Madre. Fetonte, infatti, indicato da Eusebio da Cesarea come figlio di Iside e del Sole, avrebbe importato nella colonia subalpina le forme di culto proprie della religiosità egiziana, a partire dalla venerazione tributata alla dea Iside. Che esistano tracce di culto tali da dimostrare la presenza di templi dedicati ad Iside in area piemontese risponde al vero ma i segni rintracciati grazie alla ricerca archeologica, come quelli visibili presso la località romana di Industria sita lungo il Po all’altezza di Monteu (To), non sono certamente riconducibili a fantasiose colonie egizie bensì piuttosto alla consuetudine dei legionari romani di portare a Roma, e in Occidente, forme di religiosità con le quali erano entrati in contatto durante i lunghi anni di servizio trascorsi presso le province orientali, intrise di una spiritualità differente da quella latina. Il politeismo della religione olimpica romana, d’altronde, non poneva ostacoli ideologici all’accettazione di nuovi dei e nuove dee, integrandoli agevolmente nel variegato repertorio di credenze che le era proprio. Alla luce della tesi del Pingone, si reinterpretò in chiave egizia anche il toro, emblema cittadino. Da animale sacro alle popolazioni celto-liguri stanziate nell’agro torinese, i Taurini, il toro è stato trasformato nel retaggio simbolico della spiritualità egizia. Alcuni vi lessero la traccia dei sacrifici rituali di questi animali che venivano celebrati all’interno dei templi dedicati al culto di Iside, altri lo ricondussero alle sembianze zoomorfe assunte dal dio Api, venerato dagli Egizi in forma di toro. D’altronde, proprio ad Industria sono emerse dal terreno statuette bronzee, ora esposte al Museo di Antichità Archeologiche di Torino, che raffigurano tori votivi. E’ dunque accertato che il mito della fondazione egizia di Torino sia sorto dalla collaborazione tra Testa di Ferro, che orchestrò la campagna propagandistica volta ad esaltare le origini della città, e Filiberto Pingone, desideroso di porre la propria passione letteraria e antiquaria al servizio sia dell’amico che della glorificazione del Ducato. La tesi del Pingone consacrò, nel ruolo di mitici fondatori della città, i coloni egizi di Fetonte che sostituirono, nell’immaginario collettivo, i rudi Taurini di matrice celto-ligure, celebrati dalle fonti latine come gli eroici combattenti che s’opposero, nel 218 a.C., alla calata delle truppe cartaginesi, sfidando l’ira di Annibale ed esponendo Taurasia, la loro piccola capitale, al rischio concreto d’essere distrutta dalle fiamme appiccate dal nemico. Egizi e Celti si contendono, quindi, la paternità dell’antica Torino anche se il ruolo dei primi è disegnato dalla leggenda mentre il contributo dei secondi è comprovato dalla documentazione storiografica. I cultori del mistero, affascinati da questa duplice etichetta culturale applicata sulle origini cittadine, individuano nell’area di Torino il luogo privilegiato di incontro e di sintesi fra le tradizioni spirituali e magiche d’impronta mediterranea o esotica, di cui furono apportatori gli Egizi, e la cultura magico-sacrale di derivazione nordica, di cui fu apportatrice la colonizzazione celtica e ligure alla quale si deve la fondazione, o rifondazione, di Taurasia. I Torinesi accolsero con scetticismo i racconti del Pingone, accusato anche di “inventare favole” da alcuni detrattori, come il letterato Alfonso Del Bene, autore della storia del regno di Borgogna. Proprio dalla dubbia attendibilità di certe conclusioni che l’erudito Pingone traeva dall’analisi delle sue carte trasse origine la prassi linguistica di definire le anticaglie spacciate per autentiche da sedicenti mercanti d’arte al Balon come “antichità d’Monsu Pingon”. Alla libertà interpretativa esercitata dal letterato savoiardo, pur giustificata dalle esigenze della propaganda ducale, si contrappose sempre il senso di concretezza che traspariva da qualsiasi gesto o decisione intrapresa da Testa di Ferro. Il duca, ovviamente, scelse Torino come capitale non per le origini leggendarie dipinte dal Pingone ma per una intuibile ragione pratica, legata alla posizione strategica della città. Egli soleva infatti ripetere, confermando l’innato realismo del suo temperamento, che “chi è padrone di Torino, è padrone del Piemonte”. D’altronde, è la storia stessa a dimostrare come nello spirito torinese coesistano perfettamente razionalità e pragmatismo con l’irresistibile attrazione per ciò che trascende il limite della corporeità e della materia, rientrando nella sfera filosofica del metafisico o in quella indefinibile del paranormale, senza che le due dimensioni si contraddicano e si elidano a vicenda.

Paolo Barosso


Fonte: Massimo Centini, MAGIA A CORTE, Daniela Piazza Editore, maggio 2002, Torino

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