TorinoCuriosa - Curiosità Torino e Provincia

foto gallery


Tra le vigne della collina torinese







Dalla metà del Cinquecento, con l’elevazione di Torino a capitale delle terre sabaude, si diffonde l’usanza praticata dalle classi aristocratiche di villeggiare, nel periodo compreso tra maggio e settembre, nelle “vigne” collinari (“vinee ultra padum”) fatte costruire ex novo o derivate dalla trasformazione in senso residenziale di rustici preesistenti. Questi fabbricati erano comunemente chiamati “vigne” in forza di una consuetudine linguistica che applicava all’intero complesso residenziale, costituito da dimora padronale, stalla, abitazione dei contadini e terreni coltivati (orti), il nome specifico di una parte dell’insieme, che era minoritaria come estensione ma fondamentale sia per l’economia della minuscola cellula produttiva sia per la funzione ornamentale che svolgeva: la vigna. Il Botero, nella sua analitica Relazione sul Piemonte del 1706 inquadrata nel contesto della riorganizzazione dello Stato sabaudo in senso assolutistico e accentratore, esalta la ricchezza della Montagna di Torino definendola “aurea” per l’abbondanza di orti e vigne che sostenevano il reddito dei contadini. Il celebre Journal historique du siège (Diario dell’Assedio) di Giuseppe Solaro della Margarita, riferendosi al mese d’agosto quando l’esercito francese stringeva in una morsa soffocante la città, depreca la furia distruttrice dei Francesi che appiccarono il fuoco ad almeno 150 vigne collinari riducendo gran parte di quel vasto patrimonio immobiliare ad un cumulo di rovine. Le devastazioni di cui si resero responsabili i Francesi nel 1706 impedirono la sopravvivenza di larga parte delle vigne collinari nelle forme originarie seicentesche. Di questo schema architettonico, affermatosi a partire dalla metà del Cinquecento, si appropriò anche la dinastia sabauda quando il Cardinal Maurizio, fratello di Vittorio Amedeo I e uomo di lettere (fondatore del sodalizio di poeti noto come Accademia dei Solinghi), commissionò ad Ascanio Vittozzi la costruzione della residenza collinare detta dapprima “villa Ludovica” (in onore della giovane moglie di Maurizio che si spogliò, ormai cinquantenne, del titolo cardinalizio per sposare la figlia tredicenne della prima Madama Reale) e oggi nota come “villa della Regina” per suggellare la predilezione manifestata dalle consorti dei re sabaudi, a partire dalla regina Anna d’Orleans moglie di Vittorio Amedeo II, per prolungati soggiorni nelle auliche sale di questo complesso che dominava la capitale dalle prime propaggini della collina. E’ da menzionare come fatto curioso riportato dal manoscritto tardo- settecentesco del barone Giuseppe Vernazza di Freney l’incerta l’attribuzione del disegno originario della Villa ad Ascanio Vittozzi, profondo conoscitore dei modelli delle ville romane cui la nostra s’ispira. La prima pietra della residenza venne posata nel 1617, a due anni di distanza dalla morte dell’architetto (1615), sostenendo l’ipotesi che l’avvio del cantiere sia avvenuto sulla scorta di un progetto già predisposto dal Vittozzi prima dell’ottobre 1615 su incarico del Cardinal Maurizio o del proprietario del preesistente fabbricato. Il senso di armonia che traspare dal complesso reale discende dalla perfetta integrazione del nucleo residenziale nel contesto agreste e boscoso circostante, che è stato plasmato a scopo ornamentale e con intenti scenografici conformemente alla concezione seicentesca del rapporto tra natura ed architettura. La Villa appare immersa nello scenario coreografico del Teatro d’Acque (l’acqua che alimenta i giochi deriva da una sorgente spontanea e sembra che i Savoia, accortisi della sua piacevolezza, ne ordinassero l’imbottigliamento prima che il rio confluisse nel Po) e nella verdeggiante corona costituita dai boschetti, dagli orti e dalla vigna di circa un ettaro, recentemente reimpiantata usando 2700 barbatelle di tre varietà diverse di Freisa, tipologia d’uva diffusa soprattutto sulle colline del Chierese protette dai “venti boreali” ed esposte a quelli più miti sciroccali. Tale era l’identificazione del Fresia con il Chierese che il vino ricavato era comunemente chiamato, nel Seicento, “vino di Chieri”. Le vigne erano diffuse sia nella fascia pianeggiante attorno a Torino, dove si allevavano nella forma dell’alteno, sia sui versanti più soleggiati della collina. La pratica agricola dell’alteno contemplava l’utilizzo, come sostegno della vite, del fusto di alberi quali olmi, meli, aceri o salici, ai quali la pianta si abbarbicava e che sostituivano i tradizionali pali di legno. La redditività dell’alteno era garantita dalla coesistenza nello stesso terreno di più produzioni, il che consentiva di affiancare alla raccolta dell’uva e della frutta la coltivazione di ortaggi e di cereali che potevano essere seminati negli ampi spazi compresi tra i filari paralleli formati dagli alberi che sostenevano le viti. Le date della vendemmia erano stabilite da provvedimenti comunali la cui efficacia vincolante era garantita dalla prospettiva di pesanti sanzioni per quanti non li rispettassero anticipando la raccolta dell’uva. Tali provvedimenti, pur tenendo conto dell’incidenza delle variazioni climatiche annuali sul processo di maturazione dell’uva, stabilivano in genere che la raccolta non potesse essere effettuata prima di san Matteo (21 settembre) per la pianura e di san Michele (29 settembre) per la collina. Dove si vendeva il vino a Torino? Con la specializzazione tardo-seicentesca delle aree mercatali, i mercanti di vino posero fine alle loro continue peregrinazioni che li avevano costretti a spostarsi da piazza Castello a piazza delle Erbe e poi ancora a trasferirsi dall’area di Porta Palazzo, dove s’erano stabiliti nel primo Seicento, alla spianata antistante la Cittadella. Con l’apertura di piazza Carlo Emanuele II (piazza Carlina) nell’ultimo quarto del Seicento, si decise di destinare questo spazio urbano a sede permanente del “mercato del vino” (oltre che della legna, del carbone e del fieno) giustificando questa scelta con la vicinanza della piazza al porto fluviale dei Murazzi e alle direttrici stradali che collegavano la città alla collina. Il mercato del vino, che si teneva martedì, mercoledì e venerdì (e dal 1728 anche il giovedì) rimanendo in piazza Carlina sino alla metà dell’Ottocento, era animato dalla figura caratteristica, oggi estinta, del “brentatore” le cui mansioni consistevano nel travasare il vino dalla botte del venditore nelle taniche degli acquirenti per mezzo della “brenta” (recipiente della capienza di 50 litri marchiato dal sigillo comunale) e nel trasporto a domicilio della preziosa bevanda. L’importanza sociale dei brentatori, attestata dal loro radunarsi in corporazioni e dalla subordinazione dell’esercizio del mestiere alla preventiva autorizzazione comunale, era riconducibile sia alla loro responsabilizzazione in materia di controllo di “qualità” del vino (lo assaggiavano adoperando apposite “canne” della capacità di tre once per sincerarsi che non fosse annacquato o rinforzato con miele e altre sostanze vietate) sia alla quantificazione della tassa sul consumo del vino che costituiva una delle principali fonti di entrata per l’erario sabaudo. Per essere ammesso al mestiere egli doveva giurare solennemente fedeltà ai Capitoli da osservarsi dai brentatori (1757) che lo vincolavano altresì a partecipare allo spegnimento degli incendi riempiendo d’acqua la propria brenta e facendo di fatto le veci d’un pompiere. Il brentatore, ben riconoscibile a prima vista dal “camisazzo” turchino che indossava (da cui il cognome Camisassa) e dal caratteristico strumento detto “pongone” che adoperava per la misurazione della quantità di vino che gli spettava come mercede per il trasporto a domicilio (una pinta per ogni carrata pari a circa 492 litri), era chiamato in piemontese “nota”. Il termine, stando al Gibelli, deriverebbe dal modo tipico di dire “no” in uso nelle Val Sesia (Val Mastallone) e Val d’Ossola cioè dalle aree del Piemonte dalle quali provenivano in larga misura coloro che si dedicavano a questo mestiere. Infine una nota curiosa relativa ad una varietà ampelografica diffusa sulle colline torinesi, il Pelaverga, rinomata per dare origine al vino dolce e rarissimo detto Cario o Cari. Per molto tempo si è erroneamente creduto che le uve Pelaverga coltivate sulle colline di Verduno (Cn), dalle quali si trae la DOC Verduno Pelaverga, fossero identiche per caratteristiche ampelografiche sia al Pelaverga torinese dal quale si ricava l’amabile Cari sia al Pelaverga che cresce sui versanti più soleggiati dell’appartata Valle Bronda (Pelaverga di Pagno), nei pressi di Saluzzo. La fama storica del Pelaverga saluzzese è dovuta al fatto che fu adoperato, per la sua irresistibile piacevolezza, da Margherita di Foix, moglie del marchese Ludovico II di Saluzzo e reggente a partire dal 1504, come arma “diplomatica” allo scopo di persuadere papa Giulio II, che ne era un estimatore, a riconoscere la consacrazione di Saluzzo a sede episcopale (la costituzione della Diocesi avvenne puntualmente nel 1511). La tradizione popolare attribuisce invece al beato Sebastiano Valfré, confessore ed amico di Vittorio Amedeo II, il merito di aver impiantato barbatelle di Pelaverga saluzzese sulle colline di Verduno, suo luogo di nascita (1629), dando origine alla produzione del vino nelle Langhe ma questa tesi è smentita dalle prove documentali che attestano la presenza di Pelaverga sulle colline di Verduno già nel Cinquecento. Recenti ricerche hanno appurato che il Pelaverga di Verduno, detto Pelaverga Piccolo, presenta caratteristiche ampelografiche e agronomiche sue proprie che lo differenziano, oltre che dal raro Pelaverga canavesano o Peilavert, anche dall’omonima varietà del Saluzzese che è affine invece al Pelaverga citato nella classificazione del Croce (1606) come cultivar tipica della collina torinese dalla quale si traeva il vino Cari normalmente servito nelle locande della Val Salice alle coppie di innamorati che vi salivano a piedi alla ricerca di intimità. Il Cari era celebrato per le sue qualità afrodisiache, trasmessegli dalla varietà d’uva dalla quale era ricavato, e attorno al suo curioso nome si sono affastellate le congetture etimologiche più disparate. Alcuni lo fan derivare dal piemontese carialaso per via della dimensione dei suoi acini che pesavano sul dorso dell’asino adibito al loro trasporto, altri ne riconducono l’origine ora alla sua gradevolezza, evidente nel sentore di ciliegia matura o cotta e di rosa muschiata bagnata dalla rugiada mattutina detta “ròsa d’la mufa”, che faceva affermare al Croce “che meglio dirsi potria caro per la bontà sua” ora alla regione asiatica della Caria dalla quale potrebbe essere provenuta anticamente questa tipologia d’uva. Per concludere questa panoramica eroica, nessun gesto rivela meglio la centralità del vino nella cultura piemontese della decisione assunta dal costruttore dell’obelisco elevato al centro di piazza Savoia per celebrare l’entrata in vigore delle leggi Siccardi di seppellire entro una nicchia scavata al di sotto del monumento i simboli positivi che documentassero ai posteri “il livello di civiltà raggiunto dai Piemontesi" a metà Ottocento e, tra questi, un pacco di grissini, una manciata di riso, alcune monete e, guarda caso, una bottiglia di barbera!


Fonte:

CURIOSITA' TORINO

ATTIVITA' A TORINO


Cerchi un'
AGENZIA PUBBLICITARIA
a Torino?
Scopri Moksilla, realizzazione siti internet Torino, Grafica e Web Marketing.



Cerchi uno
STUDIO DI DOPPIAGGIO a Torino?
Scopri il TEATR8! Corsi di dizione, fonetica e produzione di spettacoli teatrali.







mappa

Come arrivare
Piazza Carlina


una tira l'altra

Una pantera nera a Torino

Tutte le curiosità di Torino e Provincia



(c)TorinoCuriosa 2006. E' vietata la riproduzione, anche parziale, del materiale presentato.